Archivio mensile:ottobre 2014

Non fidarti di Baratella

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(A sinistra: Giangaspro da Salò colauda il suo primo violino, olio su tela 100×100 . A destra: Narciso strangola Jo Ditale, olio su tela 100×100)

Le sue opere le trovi spesso ai piani bassi delle quotazioni del mercato. Baratella Paolo sembra stare lì, per nascondersi, per fregarti, per dimostrare come il suo essere un controcorrennte comporti un dazio da pagare nonostante critici come Flaminio Gualdoni lo abbiano da tempo inserito nel novero degli <artisti di razza>.

Dice il Bara: “Ho conosciuto il mondo come cumulo di tecnologie antinaturalistiche: bombe, aerei, bengala, paracaduti, radio, carri armati, auto­carri, motociclette con sidecar, cinema, foto dei campi di sterminio, armi, più tardi televisione, personal computer, ecc… Questo l’orizzonte. Prendo il cavalietto e gioco a fare il pittore: io bambino dipingo disastri di aerei, navi, scontri, bombe, e cosi via, il mondo come mi appare. Nessuna fuga ha consentito alla mia ‘volontà di potenza estetica’ di placarsi su idilliache visioni natura-listiche di quieta ‘pittura olio su tela’”. Aggiunge, il Bara di sè: “E giù a dipingere in un solaio al n. 8 di Via Montebello a parlare le notti di Kant e Nietzsche, mentre turbamenti mistici continuavano a minacciare l’integrità dell’atleta ciclista, alla ricerca solitaria di Dio!”. Pittura contro. Contro la guerra, ls corrruzione, il marcio. Contro il sistema.  Contro, ma dentro per colori, temi, tagli pittortici. Improvvisi slanci onirici sempre però offuscati da uno schermo di rabbia e di sacro fuoco creativ-rivoluzionario. Fuori moda, adesso. Forse. Fuori moda, allora in gallerie ed esposizioni borghesi. Amato, invece, in Germania e in Francia da chi vede l’arte non come alternativa, ma come forma d’espressione nella storia. Il Bara è qui, come ha dimostrato il lotto volato alla Meeting art nell’ultima asta (da cui il post qui sotto) o la mostra che si è tenuta ad aprile nel palazzo Esposizioni di Lucca, organizzata da una banca (e se il più potente mezzo d’azione del capitalismo organizza una mostra, vuol pur dire qualcosa…). Intanto segnalo il Bara. Nelle foto in alta due sue opere. Quella di sinistra appartiene al ciclo di Jo Ditale,  una saga pittorica degli anni Settanta creata da Baratella e che, ora , la critica giudica importantissima per capire l’artista . Baratella è qui e lotta insieme a noi.

ps. Il mio amico gallerista Luca Sforzini (www.lucasforziniarte.it) da tempo raccoglie opere del Bara e le affianca ai lavori dei graffitisti Usa e europei: <La rabbia che spinge i maestri dello spray a dipingere i muri _ dice Luca _  è la stessa che spinge Baratella a creare i suoi capolavori. Certo, capolavori. Ogni tanto il mercato si accorge di dover far salire chi ha davvero qualcosa da dire nella storia dell’arte…”

Hai visto il Bara?

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56 PAOLO BARATELLA Bologna 05/07/1935
The big brother, 2004
tecnica mista su tela cm. 100x100x2, firma, titolo e anno al retro, opera priva di cornice.

base d’asta: off.libera

aggiudicato , 2.900 euro

Asta 2181. Andamento lento per quasi tutti i lotti come accade nelle tornate work in progress con banditore virtuale e senza il traino del mitico carrellatore. Poi il botto. Il Bara. Partenza: 50 euro. Finale: 2.900 euro. Mica zuccole…Paolo Baratella, artista che personalmente seguo da tempo: mi concesse anni fa una splendida intervista per un mio blog purtroppo cancellato dalla rete (purtroppo per quello che diceva il Bara, non il blog…). Occhio, boys and girls, perchè il Bara è bravo davvero e ha storia da vendere a tanti che fingono di averla. Prossimo post su di lui? Probabile.

Strapp strapp, ma vale?

il gigante

” Se uno ha tutta questa terra, significa che l’ha portata via a qualcuno”, dice Jett (James Dean) nel Gigante (film cult del 1956- regia di George Stevens). La vita artistica di Mimmo Rotella forse inizia proprio così: se uno ha tutti questi manifesti, per forza li ha portati via a qualcuno. Certo. Era davvero così. Il primo Rotella, quello naif e creativo, quello davvero ribelle, portava via i manifesti dai muri di Roma. Carta e lamiere, un furto d’arte per cambiare strada al modo di fare l’artista. In realtà qualcuno l’aveva già fatto prima (dadaisti e futuristi oltre ai  cubisti con il collages), ma Rotella ci mette rabbia nuova e cerca le icone del suo tempo su cui sfogare la sua vis d’artista. L’obiettivo: trasformare i manifesti in icone per poi strapparle con furia allegramente iconoclasta. Furia d’arte, produzione d’arte. L’asta 2183 di martedì prossimo alla Meeting art ripropone all’attenzione dei collezionisti e di chi compra arte i decollage di Rotella in formato multiplo. Multiplo. Opere seriali , ma che Rotella ha reso “uniche” modificando il tracciato del suo strapp strapp d’artista. Quindi si tratta di opere seriali, ma uniche?  E dove sta la differrenza? E che valore hanno? C’è da dibattere.

Mi vengono in mente, sul tema, tralasciando il riferimento alla factory warholiana, due esempi nostrani. Il primo è quello offerto da Enrico Baj, genio poliedrico ancora ampiamente sottoquotato . I suoi multipli realizzati con brillantini, medaglie e passamanerie sono spesso più accattivanti dell’opera unica (che ha la stessa matrice, peraltro) quasi che l’artista sia a lì a mostrare come, nella serialità, si possa nascondere l’eleganza e un’unicità di un’idea a differenza di un’opera unica dove l’idea si appesantisce di routine. Meglio sforzarsi per far vedere il bello a più persone che diventare scemi per far vedere qualcosa di bello a una sola persona: forse è esagerato pensarlo, ma forse è così. Boetti è l’altro esempio. I suoi arazzini sono una simpatica e concettuale presaperifondelli di chi chiede all’artista di fare qualcosa di unico. Eccolo, il mio unico, ti dice Boetti: arazzini quadrati, colorati con una frase che ho pensato io, ma che hanno ricamato donne che neppure conosco. Opere uniche, ma seriali. E il cerchio si chiude. Ma allora i decollage multipli di Rotella in asta alla Meeting art martedì prossimo sono da prendere? Il seguito alla prossima puntata… (1-continua)

Toscanacci

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(da sinistra: Silvano Bozzolini, lotto 6; Giuseppe Chiari, lotto 45; Vinicio Berti, lotto 11).

La scuola toscana non esiste. Esiste una Toscana che ha lasciato nomi e correnti importanti per la storia dell’italica arte contemporanea. L’asta 2181 della Meeting Art di mercoledì , convoca in una sola tornata tre toscanacci veri: Silvano Bozzolini da Fiesole (ma scomparso a Poggibonsi dove è stato ricordato quest’anno con una importante retrospettiva); Giuseppe Chiari  e Vinicio Berti da Firenze. Il primo (come si vede chiaramente dal lotto in asta) si muove nel campo dell’astrazione. Ma il suo percorso non è stato una scelta di campo superficiale. Siamo negli anni Quaranta, Bozzolini  vaga con qualità e professione nell’ambito del cubismo. Non lo soddisfa però. Capisce  che deve cercare altrove cosa dipingere. Va a Parigi e qui incontra un grande italiano dell’arte, Magnelli. Incontra  Poliakoff, incontra Vasarely, Eduard Pignon, diventa amico di Sonia Delaunay. Cerca e trova nuove forme della pittura. Nuova musica, come fa Giuseppe Chiari che folgorato dal Fluxus di Maciunas, crea performance musical-pittoriche dove l’arte è suono per gli occhi. Berti? Berti con la sua astrazione classica (?) anticipa persino i graffitisti. Perchè l’istinto creativo che lo spinge lo porta direttamente dentro l’anima arrabbiata del mondo che lui racconta con l’equilibrio dell’artista. Tre toscanacci, in asta. Mercoledì.