Archivio mensile:novembre 2014

Alberto Boom Boom Biasi

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Boom Boom: mi perdonerà questo eccesso gergale di stampo boxistico,  il maestro veneto tra i creatori del Gruppo N, uno dei massimi esponenti dell’Arte programmata in Italia, punto di riferimento per i suoi colleghi di scelta artistica a livello mondiale. Mi perdonerà Biasi e mi perdonerà Turi Simeti per non aver utilizzato il suo nome con accanto un altrettanto Boom Boom con chiaro riferimento all’indiscutibile successo nella prima tornata dell’asta 785 alla Meeting Art. Certo, anche Simeti ha fatto un balzo prodigioso  a furia di rilanci passando da 3mila a 15 mila. Ma il boom boom per l’opera in fotografia di Biasi passato da 25mila a 51mila, si giusifica con un doppio risultato: quotazione record per un lotto dell’artista e valorizzazione di un pezzo storico. Nel caso del Simeti, che ha comunque triplicato la base, ci si trova di fronte a un ‘opera che richiama gli stilemi degli estroflessionisti (con forti rimandi a Bonalumi). Insomma, ottimo Simeti, ma il boom boom è di Biasi. Un boom boom più piccolo l’ha fatto pure il prode Amadio che, con una sua estroflessione (che non c’entrano con l’area Castellani, Amadio si confrontò infatti con Dorazio), è balzato da offerta libera a 3.900 euro!!!. Chi estroflette vince, è questa la regola attuale. Ma ritorno a Alberto Biasi che, ormai, sta scalando le classifiche d’asta incalzando un altro grande della Programmata: il genio lucido (come l’alluminio) di Alviani.

Note sull’artista. Biasi ha esposto più di cento esposizioni personali e partecipato ad innumerevoli collettive, fra cui la XXXII e la XLII Biennale di Venezia, la X, XI e XIV Quadriennale di Roma, la XI Biennale di San Paulo e le più note Biennali internazionali della grafica, ottenendo numerosi e importanti riconoscimenti, in particolare quello ottenuto con il multiplo “Io sono” al World Print Competition ’73 del California College of Arts and Crafts in collaborazione con il San Francisco Museum of Art. Grandi successi hanno riscosso nel 2006 l’esposizione di trenta sue opere storiche nelle sale dell’Hermitage di San Pietroburgo e nel 2009 la sua antologica “Kaleidoscope: dalle trame agli assemblaggi” al Museo del Palazzo Reale di Genova. Sue opere si trovano al Modern Art Museum di New York, alla Galleria Nazionale di Roma, all’ Hermitage di San Pietroburgo, nei Musei di Belgrado, Bolzano, Bratislava, Buenos Aires, Ciudad Bolivar, Epinal, Gallarate, Guayaquil, Livorno, Lodz, Ljubljana, Middletown, Padova, Praga, San Francisco, Saint Louis, Tokio, Torino, Ulm, Venezia, Waldenbuch, Wroclaw, Zagabria, al Ministero degli Affari Esteri di Roma ed in numerose collezioni italiane e straniere.

 

Vanni non estroflette, taglia

cuoghi

Vanni Cuoghi. Cervo Vostro, madame

acrilico su tela cm. 80x80x4,5

Le mode in arte sono come le mode ovunque: le segui perchè il mercato impone la regola aurea della domanda e dell’offerta. E se un nome, un logo, una firma gira forte non puoi trascurarlo. Benissimo. Ma da collezionista (minimale) non posso che seguire a volte anche l’istinto. Scorrendo i lotti dell’asta 785 di Meeting Art nelle prime due tornate, resto così basìto e stupito. Basìto/sorpreso di come basti una tela estroflessa  per muovere i rilanci. Non faccio nomi e cognomi, ma basta guardare per capire. La bonalumicastellani-mania sta arrivando ai massimi livelli. Bene di certo per muovere gli affari di chi vende e di chi ha raccolto,  ma viene voglia anche di darci un taglio. O un colpo di scure.  Per farlo vado al lotto 160 di domenica 30. Un Vanni Cuoghi. Uno della generazione di artisti visionari. Un figurativo che fa astrazione di pensieri. Un narratore al confine tra fiaba vera e realtà finta. Inquieto quanto basta che se fosse inglese o iraniano sarebbe già da un pezzo davanti e di molto agli estroflettori nostrani. Bello da trovare, un suo dipinto, sopra il camino di casa (o al posto del televisore). Stanchi di seguire la moda, fatevi un Cuoghi.

 

Biografia. Nato a Genova nel 1966 vive e lavora a Milano. Si diploma in Decorazione Pittorica presso l’ Istituto Statale d’ Arte di Chiavari (Ge) e in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera , Milano. Tra il 1989 e il 1992 lavora per alcune riviste italiane come illustratore e frequenta l’Accademia Disney. Fino al 2002 decora e affresca interni ed esterni di chiese e palazzi nobiliari reinterpretando gli stilemi della grande decorazione barocca. Nel 2008 affresca l’intera facciata della Chiesa di Santa Caterina da Genova con le storie della vita della Santa, partecipa alla quarta edizione di Allarmi a Como. Espone a Frieze Art Fair a Londra. E’ presente alla Biennale di San Pietroburgo (Russia) nella sezione curata da Enzo Fornaro ed espone in Cina nella mostra Pechino 2008- Artathlos a cura di Piero Addis presso l’Haidian Exibition Center . A Shangai espone nella mostra collettiva Maestri di Brera presso il Liu Haisu Museum. Partecipa alla 54 Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia presso il Padiglione Italia alle Corderie dell’Arsenale invitato da Matteo Ramon Arevalos a cura di Vittorio Sgarbi. Nella chiesa di San Pietro in Atrio e in Pinacoteca a Como tiene la mostra pubblica Novus Malleus Maleficarum.

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Segnalazione: nella pagina Bds friend’s room, l’amico Roberto mi sorprende…

Chevalier Gianni, chapeau!

<Fare il pittore, o meglio l’artista, non significa distribuire pillole d’oppio colorate, ma chiarire l’evoluzione della condizione umana>. E’ la frase di Gianni Bertini riportata nell’home page del suo Archivio che annuncia la prossima uscita del catalogo generale. Bertini: l’astratto, lo sperimentatore, il poeta,  l’incastro di lettere e immagini in costruzioni dalla forte cifra stilistica. Un anticipatore senza essere un profeta, stimato dai francesi, snobbato dagli italici. Gianni Bertini è qui. Domenica all’Asta 785 della Meeting Art, lotto 169, un’opera di Gianni, il nostro visionario realista. Unico, da afferrare prima che dalla Francia lo rendano inafferrabile.

bertini

Où vat-il Démeter, 1964-74
tecnica mista e riporto fotografico su tela emulsionata cm. 70×70
BIOGRAFIA (dal sito di Frittelli Arte che cura l’archivio). Nato a Pisa il 31 agosto 1922, è in questa città che si compie la sua formazione con una laurea in matematica pura. Gianni Bertini esordisce come pittore nel 1946, scegliendo la via dell’astrazione perché come egli stesso afferma: “Sono diventato non-figurativo per aver dato un significato reale agli avvenimenti della guerra”.  Tra il 1948 e il 1949 realizza il suo primo ciclo, i Gridi, facendo uso di lettere stampigliate e cifre. Dopo un breve soggiorno a Roma, nel 1950 si stabilisce a Milano, dove entra in contatto con il MAC di Monnier, Dorfles, Munari e Soldati. In questo anno realizza opere di aspetto prevalentemente grafico, formate da giustapposizioni di elementi contrastanti: positivo-negativo, bianco-nero, punto-linea che lo portano ad indagare il mondo della linea e dello spazio, e ad approfondire l’aspetto meccanico che anima le sue Composizioni e Scomposizioni. Nel 1951 viene invitato a due mostre dedicate all’arte astratta in Italia: Arte astratta e concreta alla Galleria d’Arte moderna di Roma e Panorama dell’arte astratta in Italia dal 1915 al 1951 alla Galleria Bompiani di Milano. Quindi realizza delle pitture dove la sgocciolatura è largamente impiegata; tali opere vennero presentate nell’ottobre del 1951 alla galleria Numero di Firenze e sono tra le prime manifestazioni di pittura informale realizzata in Italia. In seguito furono definite Pitture nucleari. Sul finire del 1951 si trasferisce a Parigi e nel maggio 1952 ha luogo la sua prima mostra personale parigina alla Galerie Arnaud.
Dopo un viaggio di studio attraverso la Spagna, rientra a Parigi. Qui entra in contatto con René Drouin e dal 1957 fa parte del gruppo “Espaces imaginaires” promosso da Pierre Restany, mentre dal 1954 è invitato al “Salon de Mai” dove espone regolarmente fino al 1963, anno in cui insorge con il manifesto Bonsoir le Salon de Mai per contestarne la ormai avvenuta decadenza. Compie numerosi viaggi in Europa esponendo con personali a Bruxelles, Copenhagen, Schiedam, Amsterdam. Nel 1960 parte per gli Stati Uniti e pur lavorando con la Gres Gallery di Chicago, preferisce risiedere a New York.
Ritorna a Parigi, dove partecipa all’azione del Nouveau Réalisme. Nel 1961 è accolta in Svezia – dove l’artista soggiorna a più riprese – una sua ampia retrospettiva alla Kunsthalle di Lund. Tale esposizione è poi ripetuta nel 1963 al Palais des Beaux Arts di Bruxelles. Nel frattempo aveva presentato, nel 1962, Le Pays Réel alla Galerie J. di Parigi. Dopo un soggiorno prolungato a Tangeri, rientra a Parigi e nel 1965 firma il primo Manifesto della “Mec-Art” abbreviativo di mechanical-art; ovvero un’arte che sfrutta tutti i procedimenti fotografici per ottenere un’elaborazione meccanica di una nuova immagine riportata poi su tela o metallo su cui l’artista interviene pittoricamente. Nello stesso anno espone a Stoccolma, Amsterdam, Bruxelles e Milano. Nel 1968 è invitato con una sala personale alla Biennale di Venezia, dove nell’edizione successiva del 1970 sarà commissario di esposizione.Durante questi anni compie un viaggio di studio in Senegal e successivamente in America Latina, attraversandola da sud a nord. Soggiorna a Buenos Aires ed espone al CAYE. Quindi rientra a Milano, dove tra il 1971 e il 1972 fonda due riviste di poesia visiva: “Mec” e  “Lotta Poetica”.
Nel 1984 torna nuovamente a Parigi dove gli è consacrata una grande retrospettiva al Centre Nazional des Arts Plastiques. L’anno successivo il Ministero della Pubblica Istruzione francese lo nomina “Chevalier dans l’Ordre des Arts et Lettres”. Nel 1988-89 compie alcuni viaggi in Oriente, esponendo nei musei d’arte moderna di Seoul e Taiwan.
Sulle tele della fine degli anni Ottanta, alle immagini massmediatiche si sostituiscono ombre e profili di personaggi anonimi, femminili e maschili, dispersi e proiettati in situazioni meccaniche o fondali di fatti reali.
A commento della guerra del Golfo, nel 1991 realizza il ciclo Per non dimenticare: è qui che trovano la loro massima espressione le ombre, stagliate sullo sfondo, di eventi e macchinari, ingranaggi ed elicotteri. Nel 1992 presenta un ciclo di dodici opere su Antonin Artaud. È nel 1997 che lancia il manifesto “La Retro-garde” in opposizione al dilagare di un’arte morta in vagina. Ai principi della Mec-Art si innesta un intenso ed approfondito apporto cromatico, che auspica la rinascita del mestiere di pittore. Nel 1999 presenta a Parigi alla Galerie de L’Europe e a Milano alla Galleria del Naviglio una mostra intitolata  La Retro-garde – La Retroguardia.
La più recente mostra antologica gli è stata dedicata dal Museo Civico della città di Zilina in Slovacchia.
Gianni Bertini si è spento a Caen (Normandia) l’8 luglio 2010.
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new (65)Segnalazioni in lotti da prendere e in Bda friend’s room

Analitica in analisi (con psicosi)

Asta 785, prima tornata di sabato 29 (il compleanno di mia moglie, devo ricordarmelo ovunque anche in questo post…). Subito uno stimolo, una provocazione nei primi lotti. Pubblicità comparativa. Il luogo del confronto è quello della cosidetta Pittura analitica che, come scriveva Alberto Mugnaini su Flash art del 2008 (articolo che ho ritagliato da allora), <nella sua vaghezza, sottintendeva una comune volontà di rimettere in discussione i fondamenti dell’atto del dipingere e di salvaguardare il ruolo di questa pratica nel momento in cui da più voci ne veniva preconizzata l’estinzione>. Erano gli anni Settanta, tutto era concetto. Tutto era anti pittura. Era azzeramento oltre lo zero. Gli analitici della pittura pittura (il loro ideologo è Filiberto Menna) sperimentavano il ritorno a forme e colori come un mondo da ricostruire dopo una catastrofe. Fatta la premessa, il caso.

Luogo: l’Asta 785 di Vercelli. Ecco i corpi del reato.

Lotto 2. Enzo Cacciola. Senza titolo, 2007. Multigum e ferro su 2 tele cm. 30,5×35,5.

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Partito a offerta libera al momento è a 1.500 euro. Annotate e passiamo al secondo corpo del reato.

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Lotto 9. Claudio Olivieri Senza titolo, 2007 tecnica mista su carta cm. 35×24.

012014012936

Base dìasta 500 euro. Nessuna offerta…

E qui scatta l’indagine (la mia) sulla dinamica del mercato dell’arte, quello che si misura nel gioco delle aggiudicazioni d’asta (che fanno alla fine il mercato). I due lotti appartengono a artisti di un medesimo territorio di riflessione (quello dell’analitica). Le opere sono entrambe tarde, hanno la stessa misura. La qualità? Soggettiva. Il contenuto? Olivieri  scruta l’anima cromatica della pittura,  Masi percorre un’altra strada quella delle linee di pensiero sulla tela (evoca Nigro, si affianca a Griffa). Si può su queste basi comprendere perchè  Masi venga quotato dai rilanci 1.500 euro e Olivieri resti al palo? Sorge il dubbio  che Masi (come Griffa o Pinelli) siano al centro di una legittima operazione commercial-artistica che, alimentata dai passaparola e dalle apparizioni tv, tenda a esaltare alcuni nomi di una corrente d’arte rispetto ad altri. L’arte a volte è un gioco, una giostra. Al  momento Olivieri (come Zappettini o il citato in questo blog, Gottardo Ortelli) sono rimasti a terra. Verrà il loro turno? Probabilmente…ma io continuo a chiedermi perchè il lotto 2 valga tre volte il lotto 9. Mi aiutate?

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Aggiornamenti in Bda friend’s room

Disturbanti opere d’arte

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La vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L’arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l’intelligenza né con la logica delle idee.

Jean Dubuffet fu il primo a riconoscere in maniera esposta e con il peso della sua grandezza d’artista che quegli artisti e quell’arte meritavano un posto nella storia. La chiamò Art Brut. L’altra arte, quella borderline, quella che nasce dalla sofferenza psichica e fisica reale o semplicemente quella che si muove fuori dagli schemi, diffidente, per animo inquieto e magari distrbato,  di accademie e mercanti. Cresce intanto l’interesse per questo mondo anche sotto la spinta del Gugging, la Casa museo dell’Outsider artists di Vienna. Casa dove visse August Walla, il picasso di questo mondo intrigante e inquietante (sue le opere delle foto qui sotto).

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Resta il dialogo visivo con opere che raccontano le paure incontaminate dell’uomo, quelle allo stato puro dove le ansie e gli affetti frantimati agiscono direttamente sul subconscio e guidano la creazione come è il caso di quest’opera di Marie Claire Guyot.

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Alla Residenza Universitaria Biomedica della Fondazione Collegio Universitario S. Caterina da Siena di Pavia (via Giulotto) è stata inaugurata una nuova importante mostra dedicata questa volta alle opere degli Artisti Outsider della Haus der Künstler del Museo Gugging e del bild.Balance Atelier di Vienna,  esposte con altre raccolte dagli anni ’70 ad oggi. Walla, Vondal, Fischer, Wikidal, Katarina Savic sono solo alcuni degli autori le cui opere riunite nel Fondo Fabio e Leo Cei sono per la prima volta presentate al pubblico. Un viaggio nella dimensione espressiva ed estetica di eccezione, che mostra senza filtri quei fattori psichici naturali che sono alla base della creazione artistica e ne rivelano l’essenza originaria.

La mostra rimarrà aperta dal 24 novembre 2014 al 31 gennaio 2015.

(chiusa dal 23 dicembre 2014 al 6 gennaio 2015)

Punk&Paul

operakoIn asta martedì alla Meeting Art (asta 2190 dalle ore 16 con banditore virtuale), le opere di Paul Kostabi. Il fratello di Mark. Mentre quello ha prodotto una sua figurazione metafisica (e un po’ ruffiana, ci sta ci sta) creando anche un suo atelier, Paul si è dedicato a una figurazione molto più acida. I riferimenti chiari sono a Basquait, ai graffitisti, alla cultura della periferia americana.  Paul Kostabi è rapper, rockettaro davvero duro (amico di Dee Dee Ramone, l’anima dei Ramones, il gruppo più punk di cui si è avuto notizia in italia negli anni Settana-Ottanta). Paul Kostabi usa oggetti vari (spesso i cd) per dare luminosità riflessa a costruzioni scenografiche dove vengono messe in scena le inquietudini della sua e altrui psiche. I suoi personaggi sono i pronipoti dell’urlo di Munch: più spaventati che incazzati.  C’è rappresentazione più che voglia di dare verdetti. Ma, alla fine, non è un mondo poi così diverso da quello che ci circonda.

In asta martedì alla Meeting art alcune  pareti su tela  dipinte che un collezionista , attento a provocare suggestioni a chi passa da casa sua, a prescindere dal valore di effettivo investimento  di ciò che ha appeso, non dovrebbe trascurare. Che poi il mercato sorprende chi sa sorprendersi. Guardate, ad esempio,  l’opera in foto. Credo che supererà di poco i mille euro.E’ 1 metro e 80 per due. Certo impegnativa (serve un furgone per portarla via). Ma una volta collocata, superato il primo severo impatto estraniante, il dialogo visivo sarà possibile. L’arte a volte è scelta ardita di chi la colleziona: abbattendo gli schemi e mostrando ad amici e parenti di essere altro…o altrove…

Dedicato ai pendolari

pigna

Ci sono tantissimi modi di viaggiare e interpretare la parola viaggio; tutti in un modo o nell’altro ne sono coinvolti: viaggiare non è solo un’esperienza che implica uno spostamento, si può fare anche restando immobili, leggendo un libro o scrutando l’orizzonte. Oggi, si può viaggiare nei modi più diversi, grazie a mezzi impensabili fino a qualche decennio fa: innovazione tecnologica e internet hanno permesso lo sviluppo di un mondo virtuale, che si esprime attraverso un “viaggio senza partenza. (…) Ho affrontato il tema del viaggio perchè mi chiedevo quale potesse essere il motivo che spinge gli individui ad essere sempre in movimento e per questo ho preso in considerazione la categoria dei pendolari. Soggetti che viaggiano ogni giorno, vivono e interagiscono durante la maggior parte del loro tempo in una città che non è casa loro, in una condizione di spaesamento iniziale e in contatto continuo con l’alterità>. E’ la sintesi di presentazione di una tesi di laurea in sociologia, pubblicata nel 2005 da Laura Lucchese (Università degli studi di Milano).

Spaesamento e contatto continuo con l’alterità, ma anche sonno represso, sbadigli, il fastidio di chi ti siede accanto o la voglia di far muovere il treno a calci. Freddo e caldo, finestrini rotti, porte rotte, sedili sporchi, cartaccia, resti di presenze umane passate, tenertela fino al primo bagno “potabile”. Quello che spinge e quello che si pianta davanti. Il cappuccino che sa di fondo di caffè e di latte lasciato fuori dal frigo. La brioche rovente con la marmellata piombo liquido. La nebbia, il sole, la neve. Scarpe bagnate o maglie sudate. Pendolari, eroi dello spaesamento. Resistere è la loro missione.Trasformare il disagio in routine, il loro core business. Dedicato a loro, il post e anche il quadro. Per me il più bel dipinto che ho visto di Luca Pignatelli. Un Paesaggio visto dal treno (lotto 21 asta 785-Meeting art, Vercelli). E’ diventato famoso e ricco (presumo) dipingendo locomotive e reperti archeologici sui teloni ferroviari. Il senso del tempo, del viaggio, del consumato. Ma qui non è il telone a rendere seppiato il pensiero del viaggio, è una figurazione onirica, una pennellata spinta probabilmente dai suoi ricordi dei viaggi in treno. Pendolare, lo siamo tutti.

Atchugarry, il pensiero e il marmo

La scultura. Scriverne non è facile. Raccontarne la dimensione, la materia che si plasma dall’idea: no, non è facile. Il rapporto tra spazio e oggetto, tra proporzioni e suggestioni. Difficile. Allora, lasci  alle foto bidimensionali il compito di rappresentare e al pensiero di un critico con un paio di C maiuscole  (Luciano Caprile) quello di spiegare. L’occasione è una mostra che inizierà domani a Diano Marina nella galleria Civiero art Gallery. Io mi taccio. La scultura parli di sè…

 

Marmo rosa del Portogallo - h 39,5 x 27 x 20,5 cm. - 2014Marmo satuario di Carrara - h 37,5 x 18,5 x 7,5 cm. - 2014

PABLO ATCHUGARRY
“Il divenire della forma”

La Civiero art Gallery di Diano Marina con il patrocinio e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Diano Marina presenta, al Palazzo del Parco di Diano, Pablo Atchugarry.

22 novembre 2014 – 7 gennaio 2015
inaugurazione sabato 22 novembre dalle ore 16.00
catalogo con testo critico di Luciano Caprile

Marmo Statuario di Carrara  h 43.5x20.5x9 - 2013

Marmo statuario di Carrara - h 46,5 x 19 x x 19 cm. - 2013

Marmo Statuario di Carrara  h 43.5x20.5x9 - 2013 Marmo statuario di Carrara - h 45 x 16,5 x 18 cm. - 2014

IL MAGICO DIVENIRE DELLA FORMA

di Luciano Caprile

Ho ancora negli occhi il primo incontro, a Lecco, con Pablo Atchugarry e la sua opera, ovvero con l’artista che stava scavando col trapano un grande blocco di marmo ed era completamente immerso in una nuvola di polvere capace di imbiancargli la barba, i capelli, il volto, il corpo intero trasformandolo in un’ideale statua. Sembrava che stesse scolpendo se stesso. L’idea della forma, che egli stava inseguendo nel mistero della creazione col soccorso di una consistenza o di un segno impercettibile colto dall’intuizione, si specchiava perfettamente in lui, nella sua figura alta, possente e nel contempo evanescente al pari del sogno in cui egli si era calato con tutto se stesso. Alla fine del lungo e insistito travaglio fatto anche, o soprattutto, di lievi colpi di mazzuolo e di carezzevoli lisciature abrasive, si manifestava nella sua variabile compiutezza quel prodigio da ripetersi ogni volta. La materia si riconosceva e si esaltava nella plastica delicatezza ascensionale di un palpito da sospendere eternamente nell’aria. Così l’intenzione approdava a una concreta magia che coniugava la suggestione di una candida veste recuperata dalla classicità greca o romana ( o dalla impalpabile lievità di un Canova ) all’ardita proiezione di un’intuizione, di una fiamma solida, di una rincorsa di gesti e di pensieri. Questo era il mondo e il modo di Atchugarry che ha continuato a interrogare e a inseguire la materia: questo è l’Atchugarry di oggi alla continua ricerca della stupefazione per sé e per noi.

Questo è l’Atchugarry che ha saputo modulare la mano e il pensiero trasferendoli di volta in volta dall’abbacinante splendore del marmo bianco di Carrara ( lo statuario caro a Michelangelo ) al variegato rosa del Portogallo inseguendo il divenire di una macchia o assecondando il percorso di una linea di discontinuità da accogliere come un suggerimento. Fino a realizzare di recente una serie di sculture tradotte nel bronzo in limitati esemplari eppure immerse nell’identica suggestione strutturale e contemplativa tale da ingannare il tatto e lo sguardo. Dalle opere figurative degli anni Settanta e Ottanta ( una per tutte la Redemptoris Mater del 1988 ) a oggi il passaggio alla essenzialità non ha tradito la memoria ma l’ha rivolta a una interiorità prodiga di sollecitazioni e di sorprese. Si diceva di un movimento fluido pronto a conquistare lo spazio e ad armonizzarsi con esso.

D’altro canto per lui la verticalità “è un’interrogazione interiore, è una preghiera, è un’invocazione, è una ricerca di infinito” che si denota non solo nelle prove monumentali ma anche nelle opere dalle dimensioni più contenute. Infatti la dichiarazione di assoluto è insita nel pensiero che si fa gesto e nella forma che scaturisce dalla materia alla stregua di un rinnovabile miracolo. Alla verticalità si associa la leggerezza: il citato rimando a un ondeggiare di veste o a un ripetuto recupero di pieghe trova nella presenza di un improvviso vuoto un ulteriore motivo di ordine ritmico.

Al pari di una musica che calcoli il valore di una pausa, di un silenzio, magari da ripetersi come un trattenimento di respiro di fronte a un varco intinto nell’ignoto. In Atchugarry il senso della misura alimenta le sculture secondo una logica che coinvolge i ritmi germinativi della natura. E trova nei comportamenti creativi di autori in apparenza anche lontani dal suo fare un terreno di ispirazione e di riflessione: ci rivolgiamo all’Henry Moore degli “ossi” o all’Arnaldo Pomodoro delle perfezioni geometriche corrose e crittografate o all’Isamu Noguchi “naturalistico” o a Le Corbusier ossessionato dalla semplificazione o a Marino Marini arricchito da profonde tensioni “etrusche” o a Costantin Brancusi e Jean Arp inseguiti dalla utopia dell’equilibrio formale da specchiarsi perfettamente nel pensiero.

Anche da lì provengono quelle idee che trovano il loro definitivo approdo in qualcosa che nasce, cresce e si completa nella trasformazione della materia pronta a stupire e a sorprendere lo stesso artefice a sua volta pronto a trasformarsi con essa e in essa. Lo stesso ragionamento riguarda le opere in marmo bianco di Carrara e in marmo rosa del Portogallo concepite per questo evento. E riguarda altresì i bronzi che hanno acquisito tonalità meno frequentate dalle composizioni scaturite dalla lavorazione della pietra: pensiamo al verde liquido che avvolge delicatamente le superfici o all’azzurro o al grigio-nero caratterizzati da una variabile intensità cromatica.
La condanna o il premio di ogni vero autore è tentare il sublime senza mai raggiungerlo; ovvero la condanna o il premio consiste nella convinzione di non essere mai prossimi alla fine del percorso poiché questo traguardo coinciderebbe con la conclusione della vita creativa.

Atchugarry ha posto il suo traguardo abbastanza in alto in modo da poterne individuare ogni volta i contorni e da valutarne i passi di avvicinamento. In tal maniera l’aspirazione alla verticalità si sposa a un anelito di non ritorno e ogni passo in più accompagna e soccorre la tensione verso l’ideale, irraggiungibile vetta. Non esiste un premio maggiore per un grande artista. Tutto questo Atchugarry lo sa e lo sperimenta in ogni istante della sua giornata.

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