Archivio mensile:gennaio 2015

Sernaglia, giochi di luce. E…

$_1 Rino Sernaglia, uno degli artisti nella ricca retroguardia di nomi storicicreata dal mercato, assolutamente da seguire per chi colleziona con budget ristretti, ma con sagacia. Sernaglia, giochi di luce e di forme:<In  Sernaglia la luce è rimasta al centro del suo impegno. Non la luce mistica, ma scientifica, tecnologica. La luce intesa come “agente attivo, pulsante, energetico”, che sviluppa sollecitazioni percettive e costringe a riflettere>: lo scrive Aldo Caserini  in un post del suo blog dedicato al maestro, tutto da leggere (https://formesettanta.wordpress.com/2013/07/29/rino-sernaglia-pittore-concettuale-della-luce/).

Ma questo non è un post didattico, ha anche un altro risvolto.E’ uno stimolo, un suggerimento , una condivisione. Vi spiego perchè. La foto in alto è di un’opera di Sernaglia in vendita su ebay (utente di Roma che non conosco). Ho fatto un’offertina con proposta d’acquisto. Bassa, troppo bassa (viste le mie spese attuali in famiglia). Credo però che l’opera sia proposta con prezzo assolutamente conveniente. Se uno di voi, fatte tutte le considerazioni e precauzioni  del caso, lo prenderà…me lo dica (sarà come averlo appeso in casa mia). A meno che non ci riesca io.

Politici…

012009007359 Anonimo, lotto 50. Ritratto del primo Sindaco di Modena, 1897
olio su tela cm. 200×96, dedica e anno in alto a sinistra.

(asta 2213, Opere del XIX-XX secolo)

Il titolo dell’opera che andrà in asta il prossimo 4 febbraio è singolare. Non era certo, infatti,  il signore ritratto il primo sindaco di Modena che fu, per la storia, il governatore delle Province Modenesi Carlo Farini che formò il primo municipio nel 1858.  Il politico ritratto dovrebbe, invece, trattarsi di Mario Rebucci che rimase in carica solo pochi mesi nel corso del 1897, succedendo a Francesco Zironi. Rebucci fu, in effetti, incaricato nel settembre di quell’anno, ma già a dicembre era tornato in sella lo Zironi. Il ritratto è del settembre 1897. Prima di decadere, insomma, il cavalier Rebucci si è concesso un attimo di gloria sulla tela…con una dedica a chi  gli avrebbe comunque voluto bene. <A mia madre>.

Vanni, Testa pensante

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Nella foto il lotto 73 in asta oggi alla Meeting Art, asta 2210. E’ di Vanni Cuoghi (una cartolina pensante…)

Penso che Vanni Cuoghi appartenga di diritto alla schiera dei creativi in arte. Gente che ragiona su quello che sta facendo, decidendo se il livello di ironia e di contenuto sia adeguato allo sforzo puramente materiale di trasformare un supporto in un’opera da immettere sul mercato dell’arte e quindi di essere collezionata. Narratore con il disegno. Credo che a Italo Calvino, se fosse ancora tra noi, non dispiacerebbe di trovare tra i lavori di Cuoghi la copertina del suo prossimo libro. Vi segnalo intanto di una sua recente mostra.

Sala delle Volte, Cagliari – dal 22 Gennaio al 22 Febbraio 2015
EXMA’ | DARKKAMMER a cura di Roberta Vanali e Efisio Carbone

Agostino Ferrari: i segni d’ascoltare e le pigre gallerie

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A Bologna, enorme fiera delle vanità (dove un artista che sai storico, di colpo decuplica perchè è il momento…) mancava in evidenza chiara il nome di Agostino Ferrari. Da qui un dubbio. Perchè un maestro, forse appartato ma importante, dell’arte italica non era citato. Ho così preso carta e penna virtuale e ho scritto a Ferrari, l’artista italiano che ha legato il suo nome al mitico gruppo del Cenobio e anche anche oltre. Segni, scritture evocative, una calligrafia dello spazialismo e dell’azzeramento pittorico frutto dei suoi dialoghi con Fontana e con l’amico Enrico Castellani. Questo il messaggio: “Gentile maestro la disturbo perchè incuriosito dal fatto che, tra gli artisti esposti a Artefiera Bologna, non figuri neppure una sua opera (ho girato, cercato, ma nulla). I miei trascorsi universitari (sono laureato in storia) mi hanno insegnato a dare un significato documentario alle frequenze e anche alle assenze. Considero, infatti, il suo nome importante per la storia dell’arte italiana, Soprattutto se lo sono altri artisti (estroflettenti o meno) che il mercato adesso considera tali. Da qui la mia curiosità che poi sono due domande”.

Agostino Ferrari mi ha risposto. Così

1) Come vive un artista il rapporto con il mercato (aste comprese)?
“Le fiere sono fatte per le gallerie le quali a loro volta portano gli artisti che loro rappresentano,ne consegue che se a Bologna non sono presenti gallerie che hanno mie opere io non sonopresente a questa fiera.Comunque a Bologna ero presente con la galleria il Castello di Milano con 3 opere degli anni ’60. (ma senza indicazioni di opere nel catalogo ufficiale della mostra, ndr) “.

2) Le Fiere d’arte alla fine sono solo fiere di vanità (varie) o sono stimoli comunque da vivere?
“A volte male, soprattutto quando ci sono manifestazioni come questa o più importanti e vieni escluso.
Devo dirle che le gallerie che sostengono il mio lavoro forse dovrebbero darsi un pò più da fare”.

Ma c’è una terza domanda che attiene alla sua ricerca. Le parole che uniscono l’interno/esterno del suo universo pittorico come si possono tradurre? C’è un poeta o uno scrittore che lei ama che potrebbe scriverle?

“Su interno/esterno: Da 50 anni io faccio ricerca usando essenzialmente lo strumento del”Segno” ,il mio segno non ha significanti essendo un segno disarmato e non un simbolo,quindi potrei dirle che le parole che uniscono l’interno
all’esterno sono segni che parlano a chi li sà ascoltare. Credo che Lei mi abbia capito.”

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Oggi Asta alla Meeting art, 2210 con banditore virtuale. Se non vi attira il solito Amadio che costa, costa ecco un prezioso Sernaglia al lotto 16 (più due altri Take it che indico nell’apposta sede).

Agostino non c’era, Agostino c’è

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Nella foto un indaffarato Agostino Ferrari sistema una delle sue opere per una mostra in Spagna. Come ho anticipato nel post di ieri,  tra i tanti artisti esposti al mercatone di Bologna, ne mancava uno. Ma ci sono “uno” che rappresentano il “molto” che il mercato dell’arte spesso trascura (forse ad arte…). Agostino Ferrari è l’uno che non c’era a Bologna (o meglio non era chiaramente in vetrina). Di certo, nessuna citazione nel catalogo ufficiale. E’ vero,era in buona compagnia (l’elenco degli assenti è clamoroso e a tratti vergognoso per chi tratta opere dell’arte), ma Ferrari resta, per un il collezionista e per l’esperto, un nome da tenere in forte considerazione. La sua storia lo urla. Anni Sessanta. La scena dell’arte a Milano (una capitale, allora del pensiero artistico) è dominata da Manzoni e Fontana. Come ricostruire la pittura: la domanda di fondo. Azzerandola, tagliandola, privandola di colori e materia. E allora sono achrome, sacchi, tagli, estroflessioni, acrobazie visive, persino merda. Purchè d’artista. Solo questo o tutto questo? No. Ferrari e gli artisti del gruppo del Cenobio (riuniti in una celebre galleria d’arte), tra il 1962 e il 1963 si muovono su un altro terreno di ricerca.

“Lo sperimentalismo segnico del dipingere di Agostino Ferrari, Ugo La Pietra, Ettore Sordini, Angelo Verga e Arturo Vermi (c’era anche Raffaele Menster ma abbandonò prestissimo il gruppo) li aveva quindi sollecitati verso una visione condivisa e li aveva raggruppati nell’assai breve storia del Gruppo del Cenobio. Questo sodalizio, autogestito per essere fuori dalla “dittatura dei mercanti”, le cui vicende si svolsero in un arco temporale davvero contenuto, rappresentò, per la coeva realtà milanese, l’unico gruppo che si mosse nella direzione della ricerca segnica, adottando scelte che si mettevano in contrapposizione con le voci dell’arte oggettuale, cinetica, programmata e pop che stavano, a quel tempo, affermando i propri linguaggi e le proprie posizioni….Quella del Gruppo del Cenobio fu una voce aperta e libera, non intransigente, nel contesto della pittura astratta, che in loro diventa narrazione viva e carica di sentimento, dove la realtà particolare è in divenire, in cambiamento costante e progressivo. Le loro opere sono vere e proprie liriche, poesie esternate con la forma semplice e contenuta di segni-simboli immediati nell’evidenza di una complessa semplicità.”. (Matteo Galbiati nella presentazione della mostra del 2013 alla Galleria del Credito Valtellinese).

Agostino Ferrari, amico di Manzoni e di Castellani, spinge il suo lavoro su una matrice segnica in cui lo spazio pittorico dialoga con la calligrafia dello spirito d’artista. E’ un dentro e un fuori, evocato sulla tela, che una misteriosa scrittura intima tenta di mettere in contatto.”Il lavoro attuale dell’artista _ scrive Mariacristina Maccarinelli _ si incentra sulla realizzazione di opere alle quali dà il titolo di Oltre la soglia. Questi quadri sono composti da una parte dominata dal racconto segnico e da un’altra rappresentata da una superficie nera, sulla quale il racconto si annulla o si modifica. Il racconto lineare si interrompe quasi bruscamente e sembra sospeso tra il conscio e l’inconscio, tra l’essere e il non essere, tra la luce e il buio, tra la realtà del passato e l’ignoto del futuro che ancora deve scoprire e rivelare. Vi è quindi la manifesta intenzione di Ferrari, giunto alla maturità, di introdurre nelle sue opere un rimando interiore ed intimista>.

Il tutto usando sabbia, pigmenti, oro. Bello, no? Forse no. Forse sì. E’ soggettivo. Comunque importante. A Bologna Agostino non c’era. Ma state certi che presto ci sarà.  Non solo lì. E quando vi diranno che è il momento di prendere una sua opera, ricordatevi che c’era uno l’aveva scritto a gennaio sul suo piccolo blog.

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Nella foto l’opera aggiudicata a 2.500euro nell’asta 798 della Meeting Art (un 100×80 pubblicato)

MANMBps. Ho contattato il maestro per avere una sua riflessione in merito.

Mi ha risposto e domani vi dico come…

altro ps, c’è un Take it under mille per l’asta di domani e giovedì

Bologna è sempre una vecchia signora…

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<… dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano ed il culo sui colli…Bologna per me provinciale Parigi minore,mercati all’aperto, bistrots, della “rive gauche” l’odore, con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l’assenzio cantava, ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare. ..>.

Testo di Guccini. La canzone la trovate cliccando sulla foto. Bologna. E la sua fiera d’arte. Intanto canto <Oh, quanto eravam tutti artistici,ma senza pudore o vergogna,cullati fra i portici-cosce di mamma Bologna…  ? Ma quante parole ti cantano, cullando i cliche della gente cantando canzoni che e’ come cantare di niente. Bologna e’ una strana signora, volgare e matrona, Bologna bambina per bene, Bologna busona, Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto, rimorso per quel che m’hai dato, che e’ quasi ricordo, e in odor di passato>.

Tornato da Bologna, sono come quel viaggiatore confuso e impaurito da ciò che ha visto: l’arte nella Fierona nazionale è davvero e sempre un gigantesco dejavù. Gallerie speranzose, artisti di più , osservatori interessati, interessati che osservano. Curiosi a branchi.Quadri, tanti. Grandi, piccoli. Un dubbio. Molti i brutti, ma si può dire? E perchè li vendono? Un altro dubbio. E come fa l’economia dell’arte a decidere da qui cosa tirerà domani, se qui a Bologna imperversa Turi Simeti (trattato come Marlo Brando la notte degli Oscar) . Lui ,Simeti, è il futuro? Simeti che da un anno  gonfia le sue estroflessioni fino a farle esplodere d’orgoglio? Bologna ha scoperto Simeti?E magari Biasi o Marchegiani? Quanti Pistoletto!!! E perchè non Merz? Molti Pinelli..ma dai . Poi molto nuovo che avanza, ma non sa verso dove. Mi fermo qui, troppi preconcetti senza avere avuto il tempo di girare per gli eventi collaterali che, forse, mi avrebbero convinto dei peana letti sui giornali su questa edizione di Bolognart. Vabbè andrò a vedere il film suTurner…ma io a una fiera mercato d’arte vado per fare acquisti (anche solo immaginari), non per farmi dire cosa dovrei fare nel mio tempo libero.  Torno da Bologna con un inizio di faringite e senza aver trovato un solo quadro di quell’artista che avevo deciso essere la cartina di tornasole per capire se la grande fiera dell’arte è davvero il polso labile di quello che accadrà domani per i piccoli collezionisti d’arte. Quelli che , come me, non hanno seimila euro e neppure 600 da buttare in una scommessa intrigante o in un  giovane leone con gli steroidi di galleristi e giornalisti compiacenti. Un nome, tra i tanti non c’era. Bello averlo scoperto. Domani ve lo dico….

Un quadro, una spy story

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Asta 787, tornata di domenica 25 gennaio.

Lotto 618 GIANMARCO MONTESANO Così fan tutte, Spencer Tracy, Hedy Lamar, 2006
olio su tela cm. 92x108x3, firma, titolo e anno al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto, opera priva di cornice.

Montesano è abile, nella sua pittura che evoca la pittura che evoca immagini, a far risalire dall’inconscio della cultura occidentale frammenti di storie, di film, di epiche narrazioni. In questo dipinto Spencer Tracy, divo del cinema Usa del Dopoguerra è accanto a Hedy Lamar e forse questa, sotto,  è una delle foto di scena che ha ispirato l’artista.optimized-spencer-tracy-hedy-lamarr-i-take-this-womanMa l’attenzione va all’attrice. La misteriosa Hedy Lamar. Lei viennese, scomparsa nel duemila. Incredibile vita: 35 film nella sua carriera, sei mariti, il primo nudo integrale della storia del cinema (film del 1933), ma soprattutto donna scienziato che studiò nuovi sistemi per teleguidare verso il beesaglio  i siluri dei sottomarini . Capito bene, tanto per mandare al diavolo lo stereotipo dell’attrice Usa dedita all’alcol e al gossip mondano. Lamar fu, forse, anche questo, ma nella sua mente c’era un sistema per comandare ad un siluro quale obiettivo colpire. Occhio alle metafore, d’accordo. Ma donna gatto con gli artigli. Tutta colpa di Montesano…

Fautrier…che ci fai qui?

faiutrierL’arte vista da qui? Metafisici di ritorno come gli analfabeti, intossicatori della materia, elecubrazioni su tela o su carta, performance avventate e a volte sventate appena in tempo, imbalsamatori milionari e gonfiatori di palloni ancor di più. Fotografi troppi. E per fortuna che c’è Bacon che li mette tutti in riga: ogni tanto anche il mercato mette giudizio. Parto, con quest’idea in testa, per Bologna per immergermi nell’Artefiera delle vanità. Troverò il bello attuale e quello che mi assicureranno esserlo anche domani. Parto con la valigia piena di speranze, già deluse. Perchè, alla fine, dovrei partire per Vercelli e non per Bologna. Là non comprerò nulla, molto molto probabilmente. Se andassi a Vercelli invece…incontrerei il lotto 556.

Jean Fautrier. Senza titolo, 1952, tempera e olio su carta assorbente cm. 50×65.- Provenienza: Andrè Verdet, Nizza, 1956, direttamente dall’artista.

Capito, no? Il maestro dell’informale europeo, l’ideologo dell’astrazione che astrae la forma, ma non la materia cerebrale, dipingeva anche su una carta assorbente. Non aveva bisogno di meccanismi estroflettenti, di apparati scenico visuali, di prospettive in alluminio o contorte deformazioni della materia. No. Fautrier creava l’universo sulla carta assorbente. Ma devo proprio andarci a Bologna?

La caverna degli artisti estinti

John Keating nel film l’Attimo Fuggente dice: <Due strade trovai nel bosco ed io scelsi quella meno battuta>. Il professore fuori dagli schemi sta, in quel momento,educando i suoi allievi al culto dei poeti estinti. O meglio, perduti. Di certo, in disparte. Ecco. Non sono Keating. Non faccio il professore. E non scrivo di poeti. Ma trovo similitudini utili per questo post.

Domenica scorsa, Pablo Carrara, amministratore delegato di Merting Art, ha segnalato come l’asta in corso la 789, avesse fatto segnare il 97 per cento di quadri venduti. Tantissimi. Tanti chiodi a parete per tanti quadri. Eppure qualcosa non ha ancora trovato un proprietario. Come cani, anche di razza, restano nel canile in attesa di essere capiti o dimenticati. Troppo patetico? Facciamo i prosaici: ciò che resta invenduto (per ora) cosa si porta appresso?

dessì Gianni Dessì Solitario, 2005 olio su tela operata al centro con cornice invasa cm. 132x72x6. Pura scuola Romana (quelli del Pastificio: Ceccobelli, Gallo). Formato da Scialoja. Scenografo d’opera di fama mondiale. Fermo a 3mila euro.

Krishnamachari6BOSE KRISHNAMACHARI. Stretched bodies 34, 2007 acrilici su tela cm. 91,4×243,8×5, firma, titolo, tecnica ed etichetta della Aicon Gallery (New York). Artista indiano. Base a Mumbai. Curatore di eventi conosciuto a livello internazionale. Mercato indiano dell’arte frizzantissimo. Artista giovane (clase 1963). Fermo a Vercelli a 15mila euro.

012008003021 Bruno Cassinari. Natura morta, 1964 olio su tela cm. 70×60, firma in basso a destra, titolo, firma, anno ed etichetta della Galleria d’Arte Gissi . Cassinari, appartiene a un’epoca della pittura italiana che più fatica a resistere ai colpi di maglio del tempo. Quest’opera un tempo erano il top del mercato nostrano, per di più acquistata dalla Galleria Gissi di Torino (come un gianduiotto della miglior cioccolateria). Adesso i suoi 8mila euro sono diventati fardello. E identico discorso può essere fatto su questi altri lotti al palo (ma con qualche distinguo):

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A sinistra un Torero (Camomillo?) di Sassu (mercato in stallo). Accanto un’opera astratta di Paulucci (il Torinese del gruppo dei Sei) il cui mercato, dopo un tentativo di argine , negli ultimi anni sta cedendo. Accanto c’è Guttuso su cui però potrebbe esserci uno scatto di reni. Infine Attardi, un grande maestro… di ieri. E purtroppo non è finita in questa sorta di reliquiario di una grande arte italiana un po’ meno grande sul mercato. Si prosegue con:

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Da Sinistra un Pajetta che davvero è da salotto buono borghese con maioliche e fiori freschi. Pizzi stirati e pattine per non rovinare il pavimento lucidato. Vicino Pompeo Borra, un grande non più di moda. Stanco e appassito è il Cappelli. Vicino un Orfeo Tamburi che ora paghi come una sua litografia. Ci soni poi casi che richiedono ulteriore mia e vostra riflessione:

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A sinistra Lindstrom. Il mercato dell’artista svedese (inizialmente con qualche turbolenza su fondazioni e certificazioni) non ha ancora chiarito se questo nome che sembra Cobra , ma non è gruppo Cobra sia davvero quello di un possibile campioncino nelle quotazioni. Su Schifano (al centro) e Tano Festa (accanto) ci sarebbe da dire, ridere e ridire. Adesso il trend sembra su. Ma lo è davvero? Loro due però sono grandi (Schifano di più). Su Chia a destra sospendo il giudizio. Certo è, che più i quadri sono lontani dalle origini del movimento Transavanguardia (anni 80) più diventano di maniera. E la maniera non paga molto. in prospettiva.

Infine non mi esprimo sulla Lempicka invenduta (non ho alcun appiglio minimo per dire qualcosa). Mi esprimo sul Soldati invenduto (non è bello). Resta da capire se l‘Adami ,ora al palo, troverà un chiodo. Se non accadrà, si dovrà aprire un fascicolo….

Occasione perduta

Ci sono cose che possono cambiare il baricentro del tuo rapporto con le altre cose. Nell’arte, che è mozione emozionale oltre che monenaria e qualitativa  quello che può impedirti di farlo non è una questione di desiderio e di gradimento, ma di economia e magari di spazio. Premessa di rimpianti e filosofie per raccontare di questo lotto andato in asta domenica scorsa.

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Piero Gilardi. Nero, 1994
(scoglio sonoro interattivo) poliuretano espanso con apparato fonico-elettronico interno allo scoglio cm. 115x55x68, firma, titolo e anno sotto la base, + 6 sassi in poliuretano espanso con misure che variano da 15×20 a 22×47 e tappeto d’appoggio, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.

Piero Gilardi è uno degli artisti con una cifra ispirativa e realizzativa unica. Il suo rapporto con l’immagine della natura lo avvicina ai grandi della Land Art, partendo dai presupposti ideologici dell’Arte Povera: <Piero Gilardi is a pioneer of Arte Povera and a proud advocate of an ecological-concerned undertaking in visual arts. He is a peripatetic artist who gathered information about experimental art and creators in the 1960s, promoting the work of Richard Long or Jan Dibbets, and introducing Bruce Nauman or Eva Hesse into Europe. He is also a political activist who marched with FIAT workers in the 1970s, and who founded>, (dalla prefazione di una retrospettiva edita dal museo di Rivoli).

L’opera messa in asta alla Meeting Art rientra in un ambito di ricerca dell’artista di grande valenza scenica oltre che ispirativa ponendo lo spettatore al centro di una rappresentazione sensoriale e, passatemi l’azzardo, esistenziale. Ecco cosa dice in proposito la scheda di un’opera analoga (ma di tre anni più tarda, ospitata dal Ma Ga, Museo d’arte contemporanea di Gallarate): <La prima impressione davanti a quest’opera è quella di una divertita delusione percettiva. Se infatti alla vista i piccoli sassi sembrano essere veri, da un’indagine al tocco ci accorgiamo che tutta l’opera è fatta di una materia morbida, lattice di gomma, contraria alle nostre aspettative. Questa prima necessità, di toccare e verificare l’opera, ci permette di scoprire direttamente il suo funzionamento reale: l’interazione. Se infatti muoviamo lo scoglio più grande fino a farlo ruotare, esso emette un suono, il frangersi dei flutti del mare sulle rocce. La nostra azione modifica la situazione, e con il nostro corpo azioniamo l’idea delle onde. Così quest’opera è in maniera semplice e immediata l’indice della ricerca più profonda di Piero Gilardi: “La “materia” che posso offrire … , non è sigillata in opere d’arte ma consiste nella disponibilità a condividere un’esperienza immaginativa e cognitiva”. Alla fine degli anni sessanta l’artista realizzava, infatti i tappeti-natura, ultimi oggetti di una lunga ricerca che si spenderà poi in un impegno politico militante e nello studio di procedure, procedure, sistemi, dispositivi, istallazioni fino a culminare nel 2008 nell’apertura a Torino del Parco d’Arte Vivente. Tutta la ricerca conferma la volontà di porre l’arte in una dimensione di ricerca, propositiva, scientifica, responsabile, circa i processi di conoscenza e relazione, la qual cosa comporta un coinvolgimento etico dell’artista nella vita sociale collettiva. I “tappeti-natura” sono superfici in poliuretano espanso, invitanti e incredibilmente somiglianti al reale, pensati per essere usati come luogo d’incontro. Una natura artificiale, quindi, creata per agevolare rapporti e contatti. Il messaggio sotteso è la dimensione di libertà e volontà di cui ciascuno di noi dispone nell’interazione con le cose e con gli altri. Il PAV di Torino è in questo senso l’opera più significativa: il parco, attivo e visitabile, è un luogo concepito per l’interazione tra persone, sistemi e natura nella volontà di condurre una ricerca laica, estesa, continua sul vivente>. 

Era, insomma, un lotto da museo. L’ho scritto in sms a Pablo Carrara, amministratore delegato della Meetinga Art. <Soero l’abbia presa un museo. Da mettere vicino a un  Igloo di Merz o a una canoa primordiale di Zorio>. Non l’ha presa un museo…e neppure io. Qui il rammarico. Per una vita da collezionista insegui il bello, poi quando lo incontri devi ripiegare. Primo per i soldi (aggiudicata peraltro a 5.900 euro, proprio così….a un decimo del suo valore potenziale. Quanto uno splendido ussaro di Gonzaga o a un salotto metafisico di Nunziante). Secondo: perchè avrei dovuto trasformare una stanza a contenitore di uno scoglio. E perchè no? Un quadro di Savinio in tre dimensioni (anzi quattro, con il suono), un modo per far ruotare la mia esistenza abitativa attorno a un nuovo baricentro:  il mare. Occasione perduta.