Archivio mensile:febbraio 2015

#Bet, #figurativo 2.0

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 C’è anche Goldrake, in asta domenica 29 febbraio alla Meeting art a partire dalle 10. Asta mostra, dedicata a un giovane artista veneto, Tommaso Bet. Un goldrake davvero poco nippon, poco superflat (il bidimensionale di Murakami), poco manga. Piuttosto molto Bacon, cavaliere oscuro. Percorso da materiche inquietudini espressioniste. Carico, bello. Vero. Dipinto da Bet. Tommaso Bet, giovane leone dell’arte veneta. C’era Vedova, c’era Guidi, c’erano Morandis e De Luigi. C’era il gruppo Enne. C’è, eccome se c’è,  Alberto Biasi. E c’è Tommaso Bet. Figurativo 2.0. Effimero, iconoclasta, baconiano del terzo millennio. Nuova generazione di artisti in grado di mediare tra la cultura underground e tradizioni pittoriche, tra classicismi e tecnicismi da contaminazioni mediatiche. Qualcosa di nuovo che non rinnega l’antico, semmai lo deforma. Chi  segue Tommaso Bet  e lo studia è una garanzia di critica e serietà: Giovanni Granzotto, lo studio Gr. Granzotto che ha contribuito in modo decisivo  a collocare importanti aree dell’arte cinetica e programmata (Gruppo N, Grav) nella storia dell’arte contemporanea. Ma Granzotto è il punto di riferimento critico anche per altri esponenti di primo livelo del mondo artistico veneto (Morandis, Licata, De Luigi). Insomma se Granzotto guarda a Tommaso Bet, non è  questione marginale… Tommaso Bet, of course.

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Diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 2008, opera nell’ambito della pittura, scultura, dell’incisione e dell’installazione polimaterica. Terminati gli studi, approfondisce la sua ricerca artistica trasferendosi prima a Zurigo e successivamente a Londra, dove stabilisce importanti contatti. Dal 2005 partecipa ad una fitta serie di esposizioni e manifestazioni artistiche, tra cui spiccano: “Da Venezia ad Horgen”, Spazio Arte Esposito, Zurigo; “Von Venedig nach Zurich”, Keller Galerie, Zurigo; “Babylon”, Quartiere Fieristico, Pordenone; “Per conoscere Tommaso Bet”, Galleria Comunale, Cappella Maggiore (TV); “Tommaso Bet, Distopie”, Casina Giustiniani, Parco di Villa Borghese, Roma, “Tommaso Bet una nuova pittura per l’altra realtà”, Museo Nazionale della Slovenia.

Domenica 28 dalle 10 asta mostra Meeting Art con diretta tv (canale 825 Sky).

Con Base d’asta in studio.

Sex and dream, il manga pop

Akane Koide

A Pavia sino al 18 aprile nella Sala Rivellino del Castello visconteo di Pavia, è di scena l’arte contemporanea giapponese. Quella che sbanca sul mercato e ha fatto e fa tendenza. La mostra è curata da Antonella Montinaro. Attraverso cinquanta opere di otto artisti vengono analizzate le principali tendenze neopop nipponiche, legate aTakashi Murakami e al suo caratteristico stile Superflat (il ‘superpiatto’), che prosegue la tradizione pittorica giapponese delle immagini piatte con campiture di colore uniforme, già propria di Hokusai (l’artista che creò nell’Ottocento la mitica Grande Onda) mixandola con le culture contemporanee metropolitane e con il contesto degli otaku, termine con cui vengono definiti tutti coloro che nutrono una passione ossessiva verso manga, anime o videogiochi. Gli artisti della factory di Murakami (il gruppo Kaikai Kiki)  <presentano, spiega una nota alla mostra, un mondo personale pieno di visioni strane, quasi poetiche e si fanno domande sulla frontiera tra visione e percezione, creando un mondo onirico e delicato>. Manga e mercato (le opere di Murakami, il Jeff Koons d’oriente, sfondano spesso la soglia del milione di dollari). Nella foto un’opera di Akane Koide, classe 1991, la più giovane del dream team di Murakami. Visioni mediate dalle antiche incisioni su carta di riso con le inquietudini sex horror dei manga. La Gheisha sul divano tra velluti animati di spiriti, tiene in mano come se fosse un pettine, un taglierino. La fanciulla sullo sfondo potrebbe presto fare una brutta fine…

Di seguito una nota esplicativa sulla mostra:

“La mostra contiene principalmente opere di Takashi Murakami, considerato l’ Andy Warhol giapponese e riconosciuto internazionalmente per la sua particolare sintesi tra arte tradizionale e contemporanea giapponese mischiati con arte pop statunitense. Sono presenti anche numerose opere di Yoshitomo Nara, un artista di culto nel mondo pop giapponese, influenzato tanto dall’anime e dal manga come dalle principali subculture urbane occidentali, dalla musica punk rock al graffitismo, risultandone un’opera perversa e naif.

Si trovano all’interno della mostra anche alcune composizioni dei più promettenti talenti della scena nipponica (Aya Takano, Chiho Aoshima, Mr, Chinastu Ban, Mahomi Kunikata Akane Koide) giovani artisti della factory di Murakami, la KaiKai Kiki Company.

Ciascuno di loro ha sviluppato una propria personale poetica e peculiarità: Aya Takano crea maliziose quanto inconsuete figure femminili, il mondo immaginato da Chiho Aoshima è un universo sorprendente di colori acidi generati al computer, gli esili adolescenti di Mr., sono ispirate ai manga, la peculiare estetica sviluppata da Chinatsu Ban é chiaramente legata al mondo dell’infanzia, l’opera di Mahomi Kunikata è connessa alla cultura otaku e legata al fenomeno cosplay, le atmosfere inquietanti della giovanissima Akane Koide, ritraggono le preoccupazioni proprie dell’adolescenza.

Dietro tutto ciò non solo il desiderio di portare una ventata di novità nel panorama artístico giapponese, ma soprattutto la volontà di dare una forma concreta alle ansie, ai turbamenti e alle contraddizioni di una generazione, una polemica estetica, sociale ed esistenziale che é palese in tutti gli artisti selezionati>.

Sguardi incrociati

logli

Maria della Rovere vedova Varano e Giovan Andrea
acrilico su tela cm. 70×50

(lotto 184, asta 2219 Meeting Art, giovedì 26)

Mario Logli. Artista. Docente a Urbino. Illustratore per Garzanti e De Agostini. illustratore con la I maiuscola e con due L (come Letteratura). Figurazione che si muove tra surrealismo e teatralità, tra Piero della Francesca e il nuovo che ci portiamo dentro dalla pittura moderna, ma che alla fine è il gioco di sguardi incrociati del grande Piero. In una intervista al Resto del Carlino in occasione di una  grande mostra personale nel Palazzo Ducale di Urbino, l’artista dice: <Sono sempre stato immerso in una sorta di dialogo con le opere di chi ha lavorato ad Urbino. Mi hanno suggerito le linee guida. Penso a Piero della Francesca che disegna l’aria, la fa diventare solida. Poi penso a quando salgo per piazza Rinascimento e guardo il Palazzo Ducale, l’ombra che si proietta, lo spigolo del tetto verso l’Ateneo che crea una falsa prospettiva se ti metti in certi punti».

Biografia tratta dal sito di Logli:

Mario Logli è nato nel 1933 a Urbino, dove ha frequentato l’Istituto di Belle Arti e il Magistero, apprendendo le varie tecniche grafiche e di incisione e specializzandosi poi in litografia sotto la guida di Carlo Ceci. Dopo essersi diplomato, ha insegnato disegno ornamentale nella stessa scuola (1954-1955).

Dal 1956 lavora, sempre in Urbino, presso la Bottega d’Arte del ceramista Armando De Santi per un periodo di circa 2 anni; a contatto degli strumenti del nuovo lavoro, la sua fantasia ha modo di creare una fitta serie di immagini che lasciano nel settore un segno incisivo. Questo primo ciclo di attività, con il notevole consenso della critica che l’ha accompagnato, ha costituito un fondamentale momento di maturazione che ha dato all’artista la consapevolezza delle sue possibilità in campo creativo. La capitale del Montefeltro, ricca di architetture di Luciano Laurana e di Francesco di Giorgio Martini, di pittori come Piero della Francesca, Paolo Uccello e degli urbinati Raffaello e Federico Barocci, lascia in Logli il seme che con il tempo darà i frutti visibili nelle opere più recenti.

Nel 1955 arriva l’occasione della grande città con la richiesta della Casa Editrice Garzanti che gli affida le illustrazioni di una serie di testi classici. Si stabilisce quindi a Milano ove opera, oltre che come illustratore editoriale, come collaboratore di Ezio Frigerio per il Piccolo Teatro con disegni di costumi ed elaborazioni di scenografie.

Dal 1964 è responsabile del settore illustrativo della Casa Editrice De Agostini. I contatti, da un lato con i problemi e le contraddizioni di una realtà industriale in fermento, dall’altro con il tessuto vivo e conflittuale della cultura e dell’arte contemporanea, lo conducono intanto a maturare e a definire i temi e i concetti della sua attività pittorica. In questo processo di ricerca, l’artista trova momenti privilegiati di riflessione nelle personali, ciascuna delle quali è caratterizzata dalla proposta di un tema centrale, quasi la mostra sia un libro da sfogliare, i quadri pagine di un’unica opera.

Da “No Man Land” (1970) a “Gli Invasori” (1975), dalle “Isole Volanti” (1980) a “Dopo i Trionfi” (1982), dal “Teatro delle Memorie” (1984) a “Archeologia del Futuro” (1987), dalle “Nature Silenti” (1992) e più recentemente a “Architetture dell’Anima” (1996). Logli affronta così, in uno stretto legame di ironico e di tragico, di grottesco e di poetico, gli inquinamenti della natura, le alienazioni e reificazioni dell’uomo etero-diretto, le inattuabili proposte di ‘restaurazione’.

Lungi da una critica moralistica e sdegnosa, il discorso di Logli rilancia costantemente la ‘società aperta’, nella consapevolezza che i valori, in larga misura corali e collettivi, di una moderna società democratica possono venire realizzati solo da uomini cui sia concesso di esplicare appieno la propria personalità, i propri slanci creativi e di progresso. Dopo essere stato segnalato per due anni (’73-’74) nei cataloghi Bolaffi, è stato prescelto da una giuria di critici europei tra i cinque migliori artisti italiani del momento.

Vince il “Premio Lombardia” e il premio “Arte Fantastica” di Stoccarda. Dopo essere stato invitato al “Festival dei Due Mondi” di Spoleto, è anche invitato nel 1987 con una importante mostra personale dedicata ai luoghi della poesia Leopardiana, a rappresentare le sue tematiche nelle più prestigiose capitali d’Europa e delle Americhe. Invitato, partecipa poi all’Arte Europea in Giappone, Museo Laforet, Tokyo.

Sempre più frequenti sono le partecipazioni espositive e i contributi critici nei confronti del suo lavoro che da sempre è caratterizzato, in un continuo processo dialettico, dal desiderio di futuro e nostalgia del passato, dal sentimento e dalla ragione, intriganti coesistenze che fanno dell’opera di Logli un’occasione sempre nuova di confronto e riflessione tra fantasie e realtà, tra fughe e ritorni.

Chi non prende questo quadro peste lo colga (e io che voglio stare in salute ci proverò…)

 

Alvaro, il mio rimpianto

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lotto 123. Alvaro Monnini.Spazi colore, 1975
acrilici su tela cm. 60×73

Questo post è autobiografico, ma poco autoreferenziale. E’ un aneddoto con una morale, un esempio da non seguire. La storia mi è tornata in mente incrociando nell’asta Meeting Art di mercoledì 25 febbraio (la 2219), il lotto 123. Alvaro Monnini. Astrattista toscano legato a quella corrente (Gualtiero Nativi,  Nuti, Berti) che ha ridisegnato l’astrazione in un contesto, quello fiorentino degli anni Cinquanta, dominato culturalmente dal Partito comunista italiano. Figurazione alla Guttuso, realismo politico imposto dal partito anche nei quadri contro una diversa concezione di raccontare la realtà in termini più progressisti e alternativi partendo dagli equilibri di forme e colori comunque legati alla grande tradizione pittorica toscana. Vabbè, Monnini era uno di quei giovani maestri. E arrivo al sottoscritto. 18-20 anni fa girovagavo nel mercatino dell’usato della mia città Natale, in Oltrepo Pavese. In quel momento le mie passioni collezionistiche erano le incisioni antiche (Callot, Della Bella, Buirkgmair, Altdorfer, Raimondi etc…). Giravo i banchi sperando di pescare acqueforti, spesso rovinate e strappate dei libri. Qualcosa trovavo, ma sempre meno. Iniziava, lenta, la mia conversione al contemporaneo. Ma i miei occhi e la mia curiosità erano ancora poco allenati. Ed ecco così che mi fermo davanti a un banco dietro la chiesa. Ferraglia varia (chiavi, un tempo molto di moda come ornamento), pezzi di legno lavorato , lacerti di mobili, tazze, bicchieri, gingilli, cartoni pieni di vecchi libri e Topolino, giocattoli sfasci con il gusto dell’antico, pizzi ingialliti da vecchi corredi di nozze. Una stampina in cornice. L’afferro mentre loro mi guardavano. La osservo per vedere i segni della battuta di lastra, mentre loro mi gurdavano. Scruto la firma, mentre loro mi guardavano. Prendo dalla tasca del giaccone il mio prontuario di stampe antiche (il più bel regalo che mai mi è stato fatto). E loro mi guardavano. Trovo il nome della firma sulla stampina, una veduta della Senna. Gravure di Paulette Humbert, primo novecento. Divenne l’amante di Picasso. Ma loro, intanto, mi guardavano. L’opera è incorniciata, forse controfondata, incollata, tagliata (come purtroppo violentano le incisioni). Devo trattare sul prezzo. E loro mi guardavano. “Facciamo 100mila lire” fa il tipo. 100mila…tante (se fossero le 50 euro di oggi avrei detto subito ok…gli abbagli dell’Euro). Mentre penso alla trattativa guardo loro che mi stavano guardando. Il mercante in fiera incrocia i nostri sguardi e abbozza un’estensione della trattativa: “Sono cose un po’ così, astratte. Sono sei tele, qualcuna da rattoppare. Dipinte da un toscano. Alvaro Monino…aspetti, guardo la firma e la data. No, Monnini. Roba Sessanta-Settanta. Un po’ grosse, impegnative. Trecentomila lire e le prende tutte così non devo ricaricarle sul furgone. E le regalo la stampina”.  Resto indeciso, ma non così tanto da sborsare subito 150 euro di oggi. Sei quadri, così. Così astratti. Così lontani dai miei gusti e dalla mia collezione. No, meglio la Senna dell’amante di Picasso. Gradevole, giustificabile agli occhi di amici e familiari di quelle strambe visioni psichedeliche. No, non li prendo. Prendo la Paulette per 70mila lire. Non mi sono pentito della Gravure, ma rido della mia ignoranza di allora. Avrei presto imparato che in arte, come in altri campi, la curiosità deve sovrastare il pregiudizio, l’abitudine, il già visto. La curiosità è un atteggiamento attivo, partecipe, è uno stimolo che fa lavorare l’intera nostra massa cerebrale. Ma, non posso tornare indietro. Anzi sì. Ogni tanto ripasso dalla piazzetta dietro la chiesa di Broni e guardo al muro scrostato dove c’erano i quadri che mi guardavano. Mi chiamavano per nome, ma io non ero così curioso di chiedere il loro…

Il mistero degli ombrelli

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 Lotto

206

BRANIMIR UDILJAK Varazfin 17/11/1945
L’orologio, 2000
olio su vetro cm. 50×40
Giovedì 26 alla Meeting Art riaffiora una traccia dell’arte Naifs. Amata da Zavattini, ha avuto i suoi momenti di gliria. Che non sono questi. Branimir Udiljak è uno degli artisti più noti che ha fatto della pittura su vetro la sua cifra identificativa (mi andava di scriverlo così…). Resta da capire il significato metafisico dell’ombrello. Quello aperto…
Scrive Emilio Pozzi, docente a Urbino, presentando la Biennale dell’arte Naifs a Castelvetro del 2006 (a cui fu invitato lo stesso Udiljak): <Il denominatore comune, senza i confini geografici fissati dalla burocrazia, è la spontaneità di occhi che sanno cogliere ancora, senza le frenesie delle patologie elettroniche, un momento di vita, molto spesso del tempo che fu, o per alcuni luoghi, del tempo che c’è ancora. È sì una torre di Babele, ma commovente, tra colori e immagini che esprimono e raccontano, con pudore, mille emozioni. e , qualche volta, svelano segreti di sogni infantili.Ad aiutare questi istanti liberatori è, forse, quella terza mano invi-sibile di cui favoleggiava Cesare Zavattini, un amico dei naifs che manca a loro e anche a chi ha imparato tanto da lui, quando tentava di spiegare il prodigio del passaggio dalla mano che regge un pennello alla tela intonsa: quella mano che ha guidato Antonio Ligabue,Bruno Rovesti, Pietro Ghizzardi…

Mastro bulino

alberico morena

Lo ha citato Willy Montini nella recente chiacchierata con Bda (che trovate poco più sotto). Montini cultore di grafica alta, colleziona incisori italiani che hanno fatto storia. Il mercato è altra cosa, ma non è di questo che si sta parlando. Tra i migliori maestri del bulino (strumento principe per incidere le lastre e far nascere acqueforti e xilografie, le madri di tutte le grafiche) Montini ha citato Alberico Morena. Morena, aveva   88 anni. E’ scomparso nel novembre scorso a Spoleto (era originario di Gubbio). Spettacolare il ritratto che ne fa un collega blogger nel suo sito che invito a leggere: https://formesettanta.wordpress.com/2014/03/29/alberico-morena-xilografo-perizia-tecnica-e-interpretazione-in-chiave-ironico-fantastica/

Se poi vi salta il buon guizzo di collezionare un Morena, vi rimando a Ebay. Alcune opere in vendita (nella foto un’acquaforte dal titolo: GOL!)

Il regno del fuoco

AUBERTIN

Les performances Brulées, 2010
combustioni su poster di performance cm. 105×70

Il fuoco è un colore. Il fuoco è energia che scolpisce. Scrive Yves Klein che lo trasformò in mezzo e fine dell’arte: “Fuoco e calore sono esplicativi in una grande varietà di contesti, perchè contengono memorie stabili degli eventi personali e decisivi di cui tutti abbiamo fatto esperienza. Il fuoco è sia personale sia universale. È nei nostri cuori; è in una candela. Sorge dalle profondità della materia, si nasconde, latente, controllato come l’odio o la pazienza. Di tutti gli elementi è l’unico che incarna in maniera evidente due opposti valori: il bene e il male. Splende nel paradiso e arde nell’inferno. Può contraddire se stesso e pertanto è uno dei principi universali”.  Bernard Aubertin, artista fracese (o tedesco se si guarda all’adozione artistica nel Gruppo Zero di Dusseldorf)  è uno degli ultimi eredi di questo Regno del fuoco. Bernard usa la fiamma come la spatola o lo scalpello o il bulino. Ma lo strumento si fa colore che manipola la materia che intacca. E’ principio creatore e universale. Non è distruzione, ma trasformazione: l’artista lo evoca, prova a controllarlo, poi si arrende e si fa complice a ciò che ha forgiato insieme ad esso.

In asta giovedì 19 febbraio l’opera in foto (fiamme su 500 Blu Klein) e domenica mattina dalle 10, sempre alla Meetingart, asta mostra con opere di Bernard Sputafuoco Aubertin.

Un lotto da buttare, non prendetelo

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Ma che fanno alla Meeting Art? Domani, stata 2219, al lotto 16 trovi: Franco Verdi. Messa a registro di una poesia colorata, 1975 (tecnica mista su cartoncino cm. 76×56, firma, titolo e anno in basso al centro, opera priva di cornice, presenta imperfezioni sul cartoncino.). Presenta imperfezioni. Alla faccia delle imperfezioni. Schizzi d’unto, umido. Passaggi multipli di vita trascorsa. Pesanti lacerti e reperti del tempo che ci è passato sopra  a questa diafana poesia di colori pallidi. Si può comprare un lotto così? <Franco Verdi se n’è andato il 24 settembre del 2009 a Verona, lo stesso giorno in cui era nato, a Venezia, 75 anni prima. Poeta eclettico e saggista ha dedicato gran parte della sua vita alla ricerca di formule inedite scritte, visive e sonore, per l’uso della parola. Attratto anche lui nel vortice del “gioco della poesia”>, si legge nell’Archivio di Maurizio Spatola. Il campo artistico è, dunque,  quello della poesia visiva, quella dove la ricerca letteraria cerca sublimazioni visive, dove le immagini si leggono e le parole si guardano. Succede anche in quest’opera. Una Messa a registro di poesia colorata. Tra i temi eterni della poesia c’è da sempre il tempo che fugge e manipola le esistenze (le fa incazzare come in Lopardi o le costringe a cercare un mito fanciullo come in Pascoli). Un poesta visivo come può rappresentare il tempo? Forse, inconsciamente, che sia Quello a rappresentarsi. Nessun oggetto è eterno, nessun oggetto può salvarsi dalla corrosione e dalla contaminazione. Illudersi è da stupidi. L’alternativa è lasciare che il gioco della poesia continui anche se l’artista ormai non può più giocare. E allora comprare questo lotto (non saranno 50 euro a far ricca la Meeting Art o farmi tacciare di promozione cretina) è aderire a un gioco poetico, quello del tempo che passa e ci passa sopra, siano vite o fogli di carta. E, siccome Verdi, fu tra i primi a rivalutare il futurismo negli anni Settanta, queste macchie d’unto su questo foglio sono le zamzamptumbtumb della vita che non risparmia neppure l’arte.

FRANCO VERDI (Giovanni Francesco Silvano Verdi di Belmont) è nato a Venezia nel 1934.. Ha compiuto studi di filosofia, letteratura, arte (è infatti anche pittore) e teologia. Negli anni cinquanta è stato professore di Filosofia Teoretica all’Università di Urbino. Suoi quadri si trovano nei musei di Munster, di Amsterdam, di Gerusalemme, nell’Istituto Universitario di Saragoza, al Centro Internazionale Semiotica di Urbino, nell’Istituto Diffusione Arti Figurative di Milano, alla Galérie Davy di Parigi, nell’Archivio Sackner di Miami Beach, al Kunstmuseum di Hannover, nell’Istituto Italiano Cultura di Zagreb, nella Deutsche Bibliotek di Roma eccetera. Scrittore del PEN di Croazia e del PEN Svizzera Italiana Canton Ticino. Esperto del Ministero P: I: per Storia dell’Arte e degli Stili. Ideatore, curatore e realizzatore di storiche mostre di Concret, Visual, Soubd & Body Art. Ha Riabilitato e rimesso nel circuito culturale i Futuristi Italiani. Con l’aiuto del banchiere umanista editore Mattioli ottiene dagli eredi il permesso di utilizzare il materiale sonoro originale di Marinetti presso l’Archivio di Stato di Roma. Nel 1973 con Ruggero Jacobbi ha realizzato la Mimodeclamazione Futurista per l’Associazione Scrittori Croati di Zagabria. Si è spento a Verona nel 2009. (da Anterem, rivista di Ricerca Letteraria)