Archivio mensile:febbraio 2015

Pao, la città skizzata

05_PAO_relationship_problem_2011_Como_webParto dalla nota biografica: <Pao è nato nel 1977 a Milano, dove vive e lavora. 
Si forma in teatro come macchinista, fonico e tecnico di palcoscenico con la compagnia di Franca Rame e Dario Fo. Studia e lavora presso i laboratori del Teatro alla Scala di Milano e nel 2000 realizza i suoi primi interventi di Street Art. Nascono così i coloratissimi pinguini sui paracarri in cemento, le lattine di Pao Cola e zuppa Campbell’s sui bagni pubblici, smile e palle da biliardo, delfini e squali, pellicani, margherite e tanto altro>. Li multano, li ostracizzano. Spesso sporcano i muri, ma i muri delle città sono già di loro sporchi di smog e porcate varie. Poi ci sono artisti come Pao che cambiano il volto alla nostra storia quotidiana. Di colpo l’impossibilità di posteggiare per la presenza dei panettoni diventa allegro psicodramma tra manga e Topolino (Relationship problem è il titolo della performance realizzata a Como, la foto in alto). Pao guarda forse a Bansky, di certo è un vento di colore sull’asfalto urbano e non solo. Vi terrò informati sulle sue esibizioni, anzi in bacheca c’è già un annuncio che lo riguarda e qui sotto altre sue opere. (a sinistra Black hole, a sinistra un Pao-nettone a Mantova, sotto a sinistra un Pink Donut e a fianco l’artista).

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Microanalitica

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Composizione
tecnica mista su carta applicata su cartone cm. 8×6

Domani (o oggi , se leggete questo post domani che per voi sarebbe, comunque, oggi) si svolgerà dalle 10 di mattina l’asta 2217 alla Meeting Art interamente dedicata alle opere della collezione di Cesare Zavattini. Tutte caratterizzate da un formato micro, spesso 8×10. Tranne questa  di cui tratto che è un 8×6. Opera di Riccardo Guarneri, uno dei maestri italiani di un’astrazione rarefatta, concettuale, densamente minimal. La sua ricerca viene affiancata a quella della Pittura Analitica. in realtà Guarneri, come Aricò o il rivalutato (giustamente) Elio Marchegiani, si muove in un contesto di sperimentazione autonoma rispetto a classificazioni di corrente (ad uso molte volte soltanto dei critici trasformati in entomologi). Mostre all’estero, la Biennale, Guarneri fa della rarefazione il terreno della sua espressione. Lirico e concreto, Guarneri si racconta così: <Cominciai a ispirarmi a Rembrandt nelle mie tele informali, anche se nessuno se n’era accorto. Era la luce, erano quei bagliori a interessarmi. Già allora intuivo come centrale il tema della luce, ma ancora non sapevo rinunciare alla materia e pensavo a Wols ed anche ad Aiechinskj>. Luce che rende diafani gli oggetti e le forme che , comunque, restano materia anche se trasfigurata. Zavattini non aveva certo scelto a caso il Riccardo…

Arte in Tv, il Willy pensiero

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Willy Montini. Il compagno ideale di chi la domenica mattina o il sabato pomeriggio vuole sognare di collezionare l’arte. Preciso, cortese, un pochetto piacione (Ma chi non lo è ? E io ne conosco un altro che in tv lo è n-volte il Willy), Montini conduce le trasmissioni di televendita (brutta parola, ma così è) su ArteTivu (cliccando sul logo vi rimando al sitologoartetivucolori ). Proposte varie, artisti a volte inediti per la scena televisiva, il Willy riesce a trasportarti nel suo campo d’azione. Alle spalle e nel ricordo la figura del padre Gigi Montini che su Telemarket (la madre di tutte le televendite d’arte) ti spiegava l’Ottocento e il Novecento dandoti del lei e mai barando sulle iperboli (tipo: è un capolavoro assoluto, questo lo farei comprare a un mio fratello se non fosso figlio unico). Willy prosegue quella strada e io , quando posso, lo seguo e adesso pure lo intervisto…

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1) Willy Montini per te vendere arte è arte di famiglia (tuo padre Gigi era un riconosciuto maestro del settore). Da qui la fomanda: quale è il confine etico oltre il quale c’è la forzatura sino ad arrivare alla circonvenzione d’incapace (inteso di ignorante delle cose d’arte)? E come cerchi di rispettarlo?
E’ proprio vero. Una famiglia di venditori d’arte. Oltre a Gigi, anche mio nonno Pinin, fra i primi banditori d’asta in Italia.   Il confine etico è segnato, molto semplicemente, dalle scelte e dal comportamento professionale di ciascuno.  Personalmente, cerco di essere sincero nel proporre la mia lettura delle opere e degli artisti e, soprattutto, non promettere nè manco prefigurare mirabolanti investimenti speculativi. Vendo, o meglio cerco di proporre a chi volesse acquistare, opere d’arte. E questo mi appassiona. Di finanza non mi occupo nè mi interesso.

55716_100485673355048_841379_o2) Artisti. Ne conosci. Ne vendi. Ci puoi indicare tre nomi che hanno DAVVERO graffiato la tua scorza di conoscenze sedimentate? Se non tre, anche solo uno…
Ne ho conosciuti e ne conosco tanti… Uno solo non ce la faccio ! Anche tre son pochi, è tutta la vita che incontro artisti… Comunque, senza pensarci troppo ti rispondo:    Mario Schifano. Un pittore naturale, per dire un uomo di talento incontenibile, genialità incontrollabile e generosità rara. Ad ogni incontro un’emozione: emozioni autentiche.     Hermann Nitsch. Un artista totale. Nel senso di un uomo che vive per la creatività, espressa in ogni forma. E vuole condividerla. Nonostante tutto. Conoscendolo ho capito che fare arte è impegnativo, ci vuole coraggio oltre a preparazione, cultura e talento. Carlo Pace (nella foto). Un uomo e un artista meraviglioso. Ho visto e toccato con mano cosa significa vivere per la pittura. Mi manca. Abbiamo detto solo tre? E Franco Mazzucchelli? E’ una persona deliziosa, schivo e modesto. E’ un genio, secondo me.Ho incontrato da poco Sandi Renko. Mi ha colpito, davvero. Ha graffiato la scorza se vuoi, con una semplicità disarmante    Basta mi fermo, sennò non rispondo alle altre…

3) Il mercato dell’arte e la storia dell’arte. In quale mix percentuale si devono considerare per fare buoni acquisti?
Bisognerebbe intendersi su “buoni acquisti”. Non scherzo. Conosco collezionisti molto, ma molto, importanti che non si priverebbero mai di quadri modesti di autori semisconosciuti.   E conosco presunti, e presuntuosi, collezionisti che comprano senza curarsi minimamente della storia e guardando solo al mercato. Poi io credo che esistano i mercati dell’arte, così come la storia  non è mai solo una storia. Comunque, per dirla in percentuale, in medio stat virtus !

andrea_pazienza4) L’ultimo libro che hai letto…
Proprio stanotte ne ho finiti due… Due riletture. “Paz”. Di e su Andrea Pazienza. “Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo”. Che meraviglia    Che peccato non averlo conosciuto Andrea. E “Stoner” di John Williams. Quanto mi piace. Presto lo rileggerò.

5) E il film?
Al cinema purtroppo vado poco. L’ultimo “Il sale della terra”, di Wim Wenders. (Mi sono un pò annoiato). L’altra sera in tv, “Cena tra amici”. (Mi sono divertito molto).

13516915706) Il colore preferito?
Il blu (nella foto la Vittoria di Samotracia in blu Klein)

GardenED_edit17) Pistola alla tempia devi scegliere se salvare  un quadro  impressionista da coda al museo, un video-performer che esporrà alle prossime tre Biennali e…. (aggiungi tu cosa) e poi sceglilo…
Non ho capito bene la domanda…Ho una terza scelta ? Libera ? Come il tema a piacere dei sogni liceali ?  Fra i due salvo il quadro.    Se domani finisse tutto e potessi salvare solamente UNA opera d’arte, terrei sicuramente il “Giardino delle delizie” di Hieronimus Bosch (nella foto).

9fead509SPACAL8) Sono prevenuto. Credo che una bella acquaforte valga più di un pezzo unico di (…fai tu). E non farei cambio. Anche tu ami la grafica (peraltro l’hai frequentata come corso di studi superiori): ci dici quattro nomi (escluso Morandi) d’incisori del novecento (bulino, of course) che sono tenere in considerazione per l’occhio e non solo. Un giorno racconterò di cosa accade trovando un Giuseppe Viviani o una incisione di Albers in un mercatino….
Si parla di Grafica. Con la G maiuscola. Alberico Morena. Che usasse le sgurbie o il bulino, un sommo incisore. E che gusto, che fantasia.  Nunzio Gulino. “La linea non esiste, nasce da un rapporto fra zone, non c’è nessun vero confine”. Lo ha scritto lui.   Alberto Rocco. La maniera nera. A me piace tanto Lojze Spacal (nella foto).

9) Vabbè, captatio benevolentiae: mi sono divertito di più a seguire la domenica prima la puntata su Around Zero a Artetivu (dove lavori) che la domenica dopo  alla fierona dell’arte di Bologna. Sono malato di televisione o le fiere così come sono hanno un po’ rotto?
Non so se le fiere hanno rotto. A volte ci devo andare per forza (col lavoro che faccio…), a volte ci vado per caso, a volte mi rompo e non ci vado !!    E poi, tu e qualcun altro sarete malati di arte in tv (per fortuna), ma credo anche le televendite..in quanto a rottura..

10) Ultima domanda con il botto: se sapessi dipingere (o lo sai  fare?) saresti un figurativo o un aniconico?
 No, non so proprio dipingere !! Boh ! Chissà… non ci ho mai pensato. Forse una sorta di “poeta visivo”, molto collage… Insomma un pittore un pò pasticcione!!

…molti pasticcioni hanno già successo, provaci Willy!!!

Domani, l’arte in tv…

E’ forse uno dei televenditori d’arte più noti.

Ha curato anche di recente importanti cataloghi d’arte.

Ora Base D’asta gli ha propinato 10 domande saporite su artisti, mercato e non solo.

Domani su questo blog tutta la verità (o giù di lì) sull’arte di WILLY MONTINI.

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Nella foto Willy in azione durante una sua trasmissione, sullo sfondo un’opera di Mario Schifano che ha stupito i visitatori dell’ultima Artefiera di Bologna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ps. C’è un messaggio in bacheca

Carlo, l’arte come medicina

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(dal sito della Fondazione Palazzo Blu): <Carlo Hollesch si trasferì a Venezia nel 1943 a causa degli eventi bellici. Nella città lagunare frequentò la Facoltà di Farmacia, ma anche corsi di Storia dell’arte; iniziò a dipingere da giovane, avvicinandosi all’ambiente artistico veneziano, e conobbe Virgilio Guidi e Filippo de Pisis, che seguì a dipingere en plein air. Entrò nel Circolo dell’Arco, dove già nel 1947 tenne la sua prima personale. Partecipò alla Biennale di Venezia del 1950 in cui venne premiato per l’opera del giovane più interessante; nonostante questo, la critica locale gli dimostrò notevole ostilità. Continuò la sua attività espositiva nel resto d’Italia e verso la fine degli anni Cinquanta si impose all’attenzione della critica grazie alla sua eccentrica ed incessante ricerca pittorica.Nell’opera di Hollesch sono frequenti le vedute, spesso sconfinanti in visioni oniriche, che interpretano monumenti: è questo il caso di Angolo di tempio greco, realizzato nel 1970 e forse ispirato dal viaggio in Grecia e Turchia. Fin dall’inizio della sua attività pittorica, Hollesch mostra uno stile fantasioso e colori accesi e nelle sue tele mette in scena un universo favolistico ricco di richiami simbolici che si ispira, per esempio, a temi letterari o a tradizioni popolari, o al mondo esoterico>.

Domenica in asta (2217) alla Meeting art un ‘opera di Hollesch della collezione Zavattini. Questa...

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Chi russo e chi no

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Putin fa paura? L’Ucraina tornerà sotto il sole nascente e aggressivo del Cremlino? Vedremo. Intanto,Domenica prossima alla Meeting Art torna di scena la mitica raccolta di Cesare Zavattini. Vi rimando a diversi post (basta digitare Zavattini sulla finestra di ricerca) che ho già pubblicato su questa collezione unica al mondo, Collezione che era composta da 1500 opere di piccolo formato (8×10) realizzate da grandi artisti, grandi registi e altrettanti uomini di cultura conosciuti dal Cesare, regista lui stesso, letterato, critico d’arte. Figura poliedrica, rinascimentale. La collezione Zavattini si è dispersa a fine anni Settanta. Riappare, di tanto in tanto, anche a Vercelli. E al lotto 12 dell’asta 2217 ecco questo schizzo che era di proprietà di Cesare Zavattini.

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Si tratta dell’sutoritratto datato 1959 del regista SERGEJ VASIL’EVIC GHERASIMOV (Micurinsk 1885 – Mosca 1964) Gherasimov era uno dei registi più acclamati dal regime sovietico per le sue produzioni assolutamente e orgogliosamente ispirate al realismo socialista quello in cui i comunisti sono i più buoni e semmai sono gli americani che mangiano i bambini. In alto accanto a Stalin la locandina del film  Young Guard diretto da Gherasimov nel 1948 e che ottenne lo Stalin Prize come migliore pellicola di quell’anno. Ai botteghini della Madre Russia staccarono 48milioni di biglietti. Avete capito bene? 48 miioni videro il film di Gherasimov. L’Italia dI allora tutta al cinema, neonati compresi. Il disegno in asta, quindo, a prezzo risibile, un po’ di storia se la porta appresso. Come tante altre opere dello Zava di cui vi racconterò!

dasvidania….

Sciroppo contro il Qatar

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Picco d’influenza. Serve qualcosa per combattere i colpi di tosse. Soprattutto ora che il Qatar provoca un fastidioso solletico nella gola della propria passione per l’arte. Il museo di Doha avrà, grazie ai petrol-soldi, un’opera di Paul Gauguin costata 300 milioni di dollari. Meglio, mi si dirà , di un Messi o di un Cristiano Ronaldo che, pur meravigliosi giocatori, fra 100 anni non potrai esporre in un museo, a meno di non chiedere ad un pronipote di Damien Hirst di <formalizzarne> l’esistenza postuma. Mentre, però, il Gauguin veniva piazzato a cifra stellare, un Caravaggio restava al palo a Christie’s . Ragazzo che sbuccia la frutta: forse non un capolavoro di uno, che anche giovane (l’opera è del 1591),  era solito far capolavori. Forse opera zavorrata dalle solite diatribe su ciò che è o non è di Caravaggio. Diatribe, per altro risolte. Il quadro è un Caravaggio e vale 100 volte meno del Gauguin. 3 milioni di dollari contro 300.

Mi chiedo: la follia all’assenzio, il colore selvaggio  pre astratto e postribolare del Paul (che amava la polinesia) è davvero così straripante e azzerante rispetto alla follia spada/vino, al buio che esalta la luce del Michelangelo che amava la vita spericolata (peggio del Vasco)? Non lo so. Sono confuso da ciò che vale oltre la soglia del buon senso assoluto, mi chiedo se il valore monetizzato di un ‘opera d’arte sia così decisivo per sancirne l’importanza storica oltre che di gossip mediatico. Mi chedo se non sia il momento di uscire, una volta per tutte, dall’inerzia imposta al mercato dell’arte dall’Impressionismo in tutte le sue sfumature. Speravo in Bacon , mi ritrovo con Gauguin. Ma, soprattutto, se io avessi i soldi dell’emiro comprerei un Gauguin o 100 Caravaggio (e sua eletta schiera). Meglio un’opera che da sola fa museo ,adesso, o un museo che , nel suono polifonico dei colori, ti fa sentire una sinfonia? Non ho risposte. E non ho 300 milioni di dollari. Ho però 200 euro, quelli che di recente ho speso per questa serigrafia di Marcello Morandini. Presa su Ebay (non conosco il venditore, ma spedizione celere e precisa). Non lo indico, se vi va cercatela. E’ un possibile sciroppo contro il Qatar.

Foto. Sotto il Morandini, sopra il Gauguin con l’intervento di Caravaggio (la Santa Caterina di Alessandra).

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Intervallo (asta 2214)

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Franco Fortunato. Foto – ricordo col collare, 2014
olio su MDF (pannello di fibra a media densità) cm. 40×35, firma in basso a destra, titolo e firma al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista e archivio Meeting Art (VC) su foto.(lotto 10. asta 2214/8 febbraio)

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Fine della fantasia

(Cesare Pavese)

Questo corpo mai più ricomincia. A toccargli le occhiaie
uno sente che un mucchio di terra è più vivo,
ché la terra, anche all’alba, non fa che tacere in se stessa.
Ma un cadavere è un resto di troppi risvegli.

Non abbiamo che questa virtù: cominciare
ogni giorno la vita – davanti alla terra,
sotto un cielo che tace – attendendo un risveglio.
Si stupisce qualcuno che l’alba sia tanta fatica;
di risveglio in risveglio un lavoro è compiuto.
Ma viviamo soltanto per dare in un brivielo
al lavoro futuro e svegliare una volta la terra.
E talvolta ci accade. Poi torna a tacere con noi.

Se a sfiorare quel volto la mano non fosse malferma
– viva mano che sente la vita se tocca –
se davvero quel freddo non fosse che il freddo
della terra, nell’alba che gela la terra,
forse questo sarebbe un risveglio, e le cose che tacciono
sotto l’alba, direbbero ancora parole. Ma trema
la mia mano, e di tutte le cose somiglia alla mano
che non muove.
Altre volte svegliarsi nell’alba
era un secco dolore, uno strappo di luce,
ma era pure una liberazione. L’avara parola
della terra era gaia, in un rapido istante,
e morire era ancora tornarci. Ora, il corpo che attende
è un avanzo di troppi risvegli e alla terra non torna.
Non lo dicon nemmeno, le labbra indurite.

Aridateci Mao…

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…come aridateci qualunque icona che non sia un nudo di donna o di uomo o un fardello del terrore quotidiano con le bandiere nere che non ti fanno tifare per i pirati.  Servono icone, ideologie, pensieri da mischiare, frullare. Magari dipingere. Come Enrico Manera, classe 1947. Attore e poi pittore. Roma. Scuola di Piazza del popolo. Roba pesante e tanto Schifano. Tano Festa e Franco Angeli. Dannati non per capriccio, ma per natura. Manera è un po’ diverso, ma non troppo. Di certo abbastanza per prendere, da par suo, per i fondelli il mondo. Dipingendolo. Additandolo, confondendolo. Carpisce simboli, slogan , figure, attori e Paperini, politici e Topolini. Li rimette sulla sua scena dove colori e luci (belle le sue opere luminose) la fanno da padrone. Con allegra serietà. Senza preconcetti, ma con concetti.

Martedì prossimo, asta 2216 alla Meeting Art, lotto 6, ecco il mito del comunismo integralista trasformato in un oggetto buono per far da copertina a Topolino. Icone del capitalismo e del comunismo, il filo sottile è quello del pensiero debole. Fatto di colori. Bravo Enrico!