Archivio mensile:aprile 2015

Gloria per Carmen

012015004086Asta 793

Lotto 28 CARMEN GLORIA MORALES Santiago del Cile 28/06/1942

Immagine Opera Dittico M-80-10-2, 1980
dittico tecnica mista su 2 tele cm. 140×70 cadauna, totale cm. 140x140x4,5

————-

L’aniconica Carmen. Carmen Gloria Morales, cilena di nascita, italianissima di formazione artistica anche se con dense escursioni a Londra e New York. Il gioco dei contrappunti evidente nei suoi dittici, del dialogo tra tela grezza e tela dipinta sono la cifra stilistica soprattutto dei suoi lavori anni Settanta. Dittici: una tela, di sinistra, dipinta e una, di destra, ancora grezza. E’ proprio la loro collocazione che induce, se seguiamo l’ordine di lettura – da sinistra a destra – a pensare ad un’operazione prima di costruzione e poi di distruzione dell’opera stessa. La chiave di lettura che dunque ci offre l’opera della Morales, ci porta a pensare che esiste una tensione tra il finito e l’indefinito, tra il pieno ed il vuoto, tra il dipinto ed il non-dipinto, tra l’atto e la potenza. La tela grezza non è dunque pittura, ma lo può diventare in quanto non si pone come alternativa al quadro finito, ma è dentro al procedere della pittura stessa, e tende perciò a rappresentare concettualmente lo svuotamento dell’energia del dipingere, per riproporsi poi alla fine come nuova pittura in potenza. La lettura che viene proposta al fruitore è in sintesi una lettura dinamica, sempre pronta a proporsi e riproporsi nel ciclo continuo ed ininterrotto del dipingere.

In un momento di forte ripresa d’interessere per i cosidetti analitici (ad avviare le danze è stato Griffa, poi Pinelli; stanno arrivando Cotani, Enzo Cacciola e Olivieri…ma attenti a Zappettini e Gottardo Ortelli, quest’ultimo il più basso di valore commerciale), la Morales può ricoprire una propria autorevole nicchia d’interesse per il tipo di lavoro svolto.

Quel ramo (d’arte) del lago di Como/2

012015004117

CARLA BADIALI Novedrate (Co) 09/11/1907 – Como 07/02/1992
Bozzetto, 1967
tempera e collage su cartoncino cm. 14,5×17,5; firma, titolo, anno e tecnica al retro

Lotto 19 dell’asta 793 alla Meeting Art che partirà da sabato 9 maggio. Carla Badiali, altra artista legata al vivace mondo d’arte astratta cresciuto con vista sul lago di Como. Con Aldo Galli, Manlio Rho e Mario Radice, la Badiali rappresenta il polo comasco della grande astrazione italiana (l’altro è quello che ruotava negli anni Trenta attorno alla storica Galleria Il Milione dove in quegli anni espongono Albers, prima della sua fuga negli Usa, Luigi Veronesi e Soldati). Carla Badiali accentua l’impronta lirica dell’astrazione, cerca un contatto tra creazione e trasposizione delle creazioni sul piano indistriale (forte è il suo legame con l’industria tessile). Carla Badiali artista e designer, maestra dell’astrazione. Lotto 19.
———————–
Nota bibliografica

CARLA BADIALI. Catalogo generale
AUTORE: Luigi Cavadini
FORMATO: 23×28 cm
PAGINE: 224
ILLUSTRAZIONI: 617 a colori, 6 b/n
RILEGATURA: cartonato con sovraccoperta
EDITORE: Silvana Editoriale
ANNO PUBBLICAZIONE: 2007
ISBN/EAN:9788836610099
PREZZO: 60,00 Euro

Nel centenario della nascita dell’artista, Silvana Editoriale ha pubblicato il catalogo generale della produzione di CARLA BADIALI (1907-1992), che permette di fare il punto sulla sua ricerca pittorica che si è sviluppata per circa sessant’anni nell’ambito dell’astrazione geometrico-lirica.Carla Badiali è una delle figure di primo piano dell’astrattismo storico italiano. Con altri artisti comaschi – Aldo Galli, Mario Radice e Manlio Rho – costituisce uno dei poli (l’altro è quello attivo attorno alla Galleria del Milione a Milano) dell’evoluzione dell’arte italiana in direzione astratto-geometrica a partire dagli anni Trenta. Nata a Novedrate (Como) nel 1907, trascorre gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza in Francia, a Sant’Etienne, dove la famiglia si era trasferita per motivi di lavoro e dove mostra un precoce interesse per la musica e la pittura. Tornata in Italia, a Como, prosegue i suoi studi presso l’Istituto Nazionale di Setificio. Nel corso degli anni Venti Carla Badiali realizza opere raffiguranti paesaggi e nature morte, che si inseriscono nel solco della tradizione, mentre a partire dal 1933 si avvicina all’astrattismo sviluppando una ricerca che sa essere originale ed autonoma rispetto agli stimoli che le giungono d’oltralpe e soprattutto rispetto alle esperienze che intanto vanno compiendo in città Rho e Radice. La sua attività primaria in questi anni (ma anche poi nei decenni successivi) si sviluppa nel campo del disegno tessile: dapprima è coordinatrice di uno dei laboratori già attivi e affermati in città (Castelli e Bari) e poi apre un proprio studio di progettazione che servirà numerose e importanti aziende di stampa su seta. La sua presenza nel mondo dell’arte è comunque particolarmente attiva: nel 1938 aderisce al gruppo “Valori Primordiali”, di cui fanno parte anche Terragni e Lingeri, e due anni dopo sottoscrive il “Manifesto del Gruppo primordiali futuristi Sant’Elia”. Partecipa quindi ad una serie di prestigiose esposizioni tra cui ricordiamo la III Mostra del Sindacato Nazionale di Belle Arti nel Palazzo dell’Arte di Milano nel 1941, la XXIII Biennale di Venezia nel 1942, la IV Quadriennale nazionale d’arte di Roma nel 1943.
La produzione artistica di Carla Badiali si riduce notevolmente negli anni del secondo conflitto mondiale, ma l’artista riprende ad esporre già nel 1951. La sua prima personale è del 1967 e da questo momento l’attenzione alla sua pittura si fa più viva, con esposizioni in importanti gallerie in varie città d’Italia, a Milano, Roma, Genova, Vigevano, Torino, Finale Ligure, oltre che, naturalmente, a Como.La ricerca e la redazione del Catalogo generale è stata condotta in questi anni in prima persona da Luigi Cavadini, uno dei maggiori esperti dell’astrattismo comasco, già autore del catalogo generale dell’opera di Aldo Galli (2003), che ha setacciato le collezioni private di varie parti d’Italia alla ricerca delle opere ora confluite nel catalogo, dove sono documentati e illustrati circa 500 lavori – dipinti (su tela, su cartone, su tavola) collage e opere su carta (tempere, inchiostri, matite) – realizzati dall’artista tra la metà degli anni Venti e il 1992, anno della morte.Molto utili, per illustrare i percorsi creativi dell’artista, sono i vari passaggi che conducono dalla prima idea all’opera definitiva, ben leggibili nei disegni, negli studi e nei collage che accompagnano le opere maggiori e ne costituiscono una premessa indispensabili.

Ex-post

20150426_125321

Art and food, la mostra evento curata da Celant, alla Triennale di Milano. Alcuni hanno scritto che è una delle cose da vedere assolutamente se si pensa di vedere qualcosa dell’Expo 2015. Io ci sono stato oggi. Ci tornerei…fate voi. Segue diario di viaggio fotografico, minimale (in copertina i Bagni restaurati di De Chirico in un giardino degli incanti d’arte). Dentro, in un angolo spunta un Morandi o un Gupta, nel più imprevedibile dei percorsi museali.

20150426_12402420150426_12422320150426_12424320150426_124200

20150426_12453320150426_124625 20150426_131430

20150426_131409

20150426_13285620150426_132104

20150426_131816

20150426_133730

Quel ramo (d’arte) del lago di Como…(parte prima)

012015004109

Per il poeta, le ali del canto, 1990
acrilici su tavola cm. 30×30

L’astrazione sul lago, gli astrattisti Comaschi. L’asta 793 alla Meeting Art, che inizierà nel prossimo week end, propone due “ghiotte” prede lacustri. Sono opere di autori che hanno segnato, con proporzioni e tempi diversi, la vivace scena artistica di Como e di riflesso dell’intera storia dell’arte contemporanea in Italia. All’apparenza più periferici rispetto alle ricerche d’astrazione milanesi o romane. All’apparenza.. Parto, in questo viaggio ai laghi, dal lotto 36 (nella foto in alto). Si tratta di un’opera di Paolo Minoli, uno degli astrattisti più intenti a cercare il contatto ta rigidità della forma, percezioni soggettive della materia colore e l’ancestrale tensione dell’uomo a scoprire la morbidezza lirica del sogno.

——

Nota biografica
Paolo Minoli nasce nel 1942 a Cantù (Como). Frequenta, in giovanissima età, la casa del pittore Enrico Sottili e, da studente, lo studio dello scultore Gaetano Negri. Si diploma “Maestro d’arte” nel 1961 all’Istituto Statale d’Arte di Cantù, dove insegna dal 1964 al 1978. Partecipa nel 1968 alla rassegna nazionale per giovani pittori del premio “San Fedele” di Milano. Nel 1969 è presente alla mostra “Campo urbano. Interventi estetici nella dimensione urbana”, organizzata a Como, con un intervento collettivo sul tema “Colore segnale”. Dal 1977 al 1978 fa parte del gruppo di ricerca “L’interrogazione sistematica” con Nato Frascà e Antonio Scaccabarozzi.
Dal 1979, all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano è docente del corso speciale di “Cromatologia” e collabora, in qualità di consulente, con aziende per l’applicazione di soluzioni cromatiche nella produzione industriale. È stato direttore artistico della collana d’arte pubblicata dalle edizioni “RS” di Como (1975-1986) e, dal 1986 al 1989, del laboratorio serigrafico “On Color” di Cantù, in collaborazione con diversi artisti, fra i quali Mario Radice, Carla Badiali, Aldo Galli, Bruno Munari, Luigi Veronesi, Max Huber, Piero Dorazio e Mario Nigro.
Nel 1980 pubblica per l’editore Corraini di Mantova due libri d’artista, in venti esemplari, composti ciascuno da 13 tavole stampate in serigrafia personalmente presso il centro “RS” di Como: le sequenze serigrafiche, Cadenza e Relazione, sono accompagnate da poesie di Alberto Veca. Nel medesimo anno è pubblicato, per le edizioni “Lorenzelli” di Bergamo, Interazione 1970-1980, con testi di Luciano Caramel e Alberto Veca: il volume è composto da 29 tavole serigrafiche e 4 fustellate intercalate da una poesia di Alberto Veca, “Cinque tesi sulla ragione difficile”.
Nel 1982 è invitato alla “XL Biennale Internazionale d’arte” di Venezia, settore “Arti visive”. Nel 1986 è presente alla “XLII Biennale internazionale d’arte” di Venezia con l’opera Sequenza A/D del 1977 per il settore “Colore”, nell’ambito della rassegna Arte e Scienza.
Nel 1990 è pubblicata in Germania dalle edizioni “Aras” di Saulgau, la monografia Paolo Minoli (opere dal 1966 al 1989), con testi di Matthias Bärmann e Luciano Caramel. Realizza per la “Plaz” a Saulgau, nel 1992, una scultura d’acciaio di 8 metri d’altezza intitolata Nelle ali del vento; nel 1994 è collocata presso il parco del Museum Bertholdsburg a Schieusingen la scultura in acciaio di 7 metri di altezza Nelle ali del canto. Nel 1997, a cura di Carlo Pirovano, è pubblicato per le edizioni Electa di Milano il catalogo Paolo Minoli, dipinti e sculture (opere dal 1994 al 1997).
Nel 1997 è collocata, sul lato nord della rocca dei Musei civici di Riva del Garda, la scultura Ballerina in acciaio di 9 metri di altezza e 5×2 di base. Nel 1998 è presente alla mostra Arte Italiana. Ultimi quarant’anni. Pittura aniconica alla Galleria d’arte moderna di Bologna. Nel 1999 è invitato alla “XIII Quadriennale d’arte” di Roma Proiezioni 2000. Lo spazio delle arti visive nella civiltà multimediale e nello stesso anno è installata, permanentemente, nel “Parco della scultura” di Viadana la scultura Storie di Scena del 1995, un dittico d’acciaio corten di 4 metri d’altezza per 5 di larghezza e 2 di base. A cura di Elena Pontiggia, nell’ottobre del 2000, è pubblicato per le edizioni “Rex” il catalogo Paolo Minoli. Il lento dardo della bellezza.
Nell’ambito di un intervento di riqualificazione urbanistica per la Piazza Volta a Como, nel 2001, è collocata, nel centro della fontana progettata dall’architetto Mario Di Salvo, una scultura, Stele, in acciaio di 4,40 metri d’altezza. A cura di Alberto Veca, nell’ottobre del 2004, in occasione della mostra alla galleria Lagorio Arte Contemporanea di Brescia, è pubblicata dall’editore Mazzotta la monografia Paolo Minoli. Opere 1974-2003.
Per iniziativa di Paolo Minoli, scomparso il 20 dicembre 2004, è stata costituita Casaperlarte – Fondazione Paolo Minoli con sede a Cantù, finalizzata alla promozione dell’arte contemporanea nelle sue diverse espressioni.
Il 23 dicembre 2004, pochi giorni dopo la sua scomparsa, fu inaugurata a Cantù Asteria… tra le pieghe del vento e la porta delle stelle, una scultura monumentale in acciaio corten alta 530 cm, collocata all’ingresso della città sul Rondò Bersagliere.

Robe da chiodi

0952-4

L’asta Meeting 2242 di domenica mattina propone opere di Guido Baldessari (cinetismo con schermatura zigrinata in plexiglass) e di Bernard Aubertin. Il maestro francese, sulla scia del Gruppo Zero di Dusseldorf, ha lavorato sia con le combustioni (i primi a trasformare fuoco e bruciature in materia pittorica furono, nell’ordine Burri e Klein, poi arrivò Otto Piene) e con i chiodi. Si tratta di tavole, dette Tableau clous, fittamente trafitte da chiodi. Il rimamdo immediato è a un altro artista del Gruppo Zero, ovvero Uecker che ha reso il chiodo unità pittorica da cui far partire il meccanismo immaginifico dei suoi lavori. Chiodi come materia di pittura, come epicentro di un gioco di luci e ombre. Chiodi, nell’arte contemporanea anche come soggetto pittorico, in questo caso ci si può rifare alle accumulazioni di chiodi di alcune opere di Fernandez Arman (l’accumulazione intesa come ridefinizione del significato stesso dell’oggetto rappresentato)  o a lavori in cui compiaiono chiodi legati alla poetica del nostro Claudio Costa teso a valorizzare la quotidianità surreale di oggetti comuni. Poi ci sono i chiodi nascosti, quelli che usa Castellani per creare le sue estroflessioni e che, a volte, nelle opere più vecchie arrugginiscono e tentano di forare la tela che li imprigiona. Gli esteti e i puristi pretendono immediato restauro dell’opera violata,. Io sarei per esaltare il valore delle materie in gioco  che creano nuovi spazi e giochi di luce oltre a quelli voluti dall’artista. Se tagli la tela, tutto può ancora accadere. Vero, Lucio?

Sotto un Tableau clous in asta domenica, sopra un gioco della mia infanzia. Sempre di chiodi si tratta.

012015003504

Giandante X, chi l’ha visto?

11180311_914938721886379_6210182473976975952_n11149378_914939928552925_2540150565377418807_n

Questo blog a volte si emoziona. E’ noto come il mondo dell’arte sia ormai poco emozionale e molto commerciale. Poi incontri un appello come questo <La Galleria Luca Sforzini Arte cerca amici di GIANDANTE X : uomini e donne che l’abbiano conosciuto personalmente o loro eredi, detentori di documentazione su di lui (corrispondenza, scritti, foto e ovviamente opere di qualunque periodo), collezionisti. Siamo interessati ad acquistarne le opere e a ricostruirne con maggiore precisione la figura. Info : Luca Sforzini 331-4125138 lucasforziniarte@libero.it>.

Luca Sforzini è un  amico di vecchia data. Conosce i quadri, li raccoglie, li vende. Fa il perito: l’arte è il suo lavoro. E’ spinto (e ci mancherebbe) a trattare le opere d’arte come strumento di guadagno. Di tanto in tanto, però,  si appassiona a un artista, a un’opera. Non conta a quel punto il valore che la critica e il borsino dell’arte  hanno loro assegnato. Conta l’intuizione, il capire come la storia della pittura sia densa di personalità dimenticate o solo trascurate. Genialità represse dal destino. Giandante X ad esempio.

$(KGrHqZ,!lQFBhn!)5nMBQkq83bC8!~~60_57

Lo storico dell’Arte Edoardo Varini, in presentazione della Mostra “GIANDANTE X – Un grande del ‘900” tenutasi da febbraio ad aprile 2013 proprio presso la Galleria Luca Sforzini Arte, ha scritto:«Lo spirito dell´architetto anima tutta l´opera di Giandante»: così si conclude l´articolo dell´”Unità” del 13 giugno 1925 intitolato “La mostra Giandante: a bottega di poesia”. E Dante Pescò, milanese del 1899, architetto lo è. A esser precisi nel 1919 è il più giovane architetto italiano, ed è così bravo da essere accostato a Sant´Elia, Antonio, morto soldato tre anni prima con un proiettile austriaco nella testa, principale e primo architetto futurista, quando il futurismo è l´avanguardia artistica del mondo. Pescò ha anche questo in comune con Antonio, il coraggio. Tutti hanno una soglia della paura: in alcuni è spostata talmente in là da sfumare all´orizzonte. Fra questi Dante, che da ora è Giandante, che viene da “viandante”, con quella G davanti che vale “God”, Dio, il Grande Architetto, e quella X in coda che vale l´Incognito che inscalfibile ci attornia. Ma provare ad abbatterlo è comunque il destino dei più valorosi. Anche nel fallimento c´è la grandezza, e forse l´impresa più grande non può sortir altro che l´averla tentata. Scrive Leonida Repaci, scrittore e critico suo grande amico: «Per metà uomo-Dio, e per l´altra metà diviso in parti uguali tra anarchia e comunismo, Giandante, poeta, pittore, scultore, architetto, mimo e musico, è più un personaggio che un uomo, più un emblema che un individuo [..] Chi lo incontra non lo dimentica più». E come dimenticare uno che quando la notte diventa delle squadracce fasciste si oppone loro col loro stesso linguaggio, quello dello scontro? Lo so che alcuni storceranno il naso, ma la storia si fa anche con le mani. Come i dipinti, le case e le cattedrali. Giandante cerca fratelli di lotta, e li trova, e li chiama “Cappe nere”, e li riunisce in un sotterraneo di piazza Duomo a Milano, ed insegna loro a combattere. Nel ´23 lo arrestano e lo torturano fin quasi a farlo impazzire. Ma falliscono, e il giorno dopo parla dell´accaduto come di «ordinaria amministrazione». è di nuovo in piedi, a combattere. Si crede Robespierre, anche fisicamente, dice chi l´ha conosciuto bene. E forse lo è, per come osa e agisce. Il Sermone della montagna + la Rivoluzione francese + la Rivoluzione d´ottobre + più un monacale rigore, sì, con il segno +, lo scrivo come nel “Bombardamento di Adrianopoli” di Marinetti «intorno a Adrianopoli + bombardamento + orchestra» perché le parole arrivano fin lì, e poi ti serve il segno. Scoppia la guerra di Spagna: i franchisti hanno un nemico in più, Giandante. Sa dove stare e, come l´Ebreo errante, ci sta. Uno così non lo tieni, uno che crede che l´unica vera arte sia la lotta per la libertà, a chi ha venduto l´anima al potere fa paura. Guardate i volti che ha dipinto a encausto. Guardate quei volti: nel Novecento uno solo ha saputo fare altrettanto, di ogni uomo un Cristo: Rouault>.

Intervallo. Vedi Napoli (asta 2242. Mercoledì 22/giovedì 23)

monaco
——–

(da Caserta news . Gennaio 2015).  < Confermate le aspettative della vigilia per l’evento inaugurale della personale dell’artista partenopeo Pasquale Monaco, dal titolo “Ti conosco mascherina”, che sarà esposta al DAMA Museum di Capua fino al 16 febbraio 2015. Venerdì 16 gennaio, nella sala conferenze del Museo di Arte Contemporanea MAC, all’interno del quale si inserisce l’attività del DAMA Museum, affollata di visitatori e appassionati d’arte, l’autore delle opere e il curatore dell’evento Carlo Roberto Sciascia, assieme a Vincenzo Pedana della Galleria d’arte “il Caravaggio” di Caserta, con la cui collaborazione è stato possibile realizzare l’iniziativa, hanno illustrato i cardini della poetica di Monaco. Ad accogliere i presenti il saluto di Alessandro Ciambrone, Direttore Artistico del MAC, che ha ricordato le attività del polo museale da lui diretto, le quali spaziano dall’ambito provinciale a prestigiose collaborazioni internazionali. Al suo intervento ha fato seguito l’interessante e approfondita introduzione di Carlo Roberto Sciascia, il quale ha detto dell’opera di Pasquale Monaco: “nei suoi quadri la forma e il colore non assumono il significato solito, ma da essi si originano una gestualità e un cromatismo che vanno al di là dello spazio e del tempo. Da qui deriva un diverso modo di descrivere il reale, che permette, a chi ammira le opere di Monaco, di andare al di là del significante, trovando una verità che attraverso la pittura si destruttura, rivelandosi illusione”. Lo stesso artista, a seguito dell’intervento di Sciascia, ha spiegato come le sue opere siano per lui “un rifugio dalla realtà, un modo per scappare dal mondo e creare qualcosa di diverso, frutto di un mio personale viaggio interiore”. “Si tratta di un percorso” – ha continuato Monaco – “di vita articolato, pieno di sofferenza e di errori, ma che alla fine ha portato come risultato le mie opere e come premio il riconoscimento e l’affetto del pubblico”. Un plauso alle opere dell’artista napoetano è stato espresso anche da Vincenzo Pedana, che si è detto “sin d giovane, un grande estimatore della sua attività artistica, che si distingue dalla massa e balza immediatamente all’attenzione”. Soddisfazione per la riuscita dell’iniziativa, infine, è stata manifestata da Evan De Vilde, tra i fondatori del DAMA Museum che si è detto “felice di ospitare un artista di fama internazionale come Monaco, dando così ulteriore forza e ampio respiro all’attività svolta dal DAMA a favore del mondo dell’arte, in particolare di quella campana”. L’evento ha ottenuto il patrocinio del Comune di Capua e del Club Unesco di Caserta.

I trionfi nascosti di Annibale

012014016787

Composizione 18, 1976
acrilici su tela cm. 80×60

<SEGNO FORMA GESTO: Afro, Burri, Fontana e gli artisti italiani negli anni ’50 e ‘60
Opere su carta dalla Collezione della Galleria Civica di Modena>: questa mostra si è chiusa nel settembre dello scorso anno, ma la cito perchè tra le opere esposte ce n’erano alcune di Annibale Biglione.

(dal sito della galleria Cardelli e Fontana) Annibale Biglione (Settimo San Vittore 1923 – Pietra Ligure 1981) Il primo quadro astratto lo realizza, nel 1944, in un campo di concentramento nazista. Nell’ottobre del’51 partecipa alla collettiva del MAC alla Galleria Bergamini di Milano. Dal gruppo concretista torinese, di cui Biglione fa parte, giunge un’adesione ufficiale al MAC, in forma di Manifesto del gruppo torinese, firmato, oltre che da Biglione, da Galvano, Parisot e Scroppo, e apparso sul bollettino n.2 di “Arte Concreta”, nel novembre del ’52. Parallelamente all’uscita del bollettino, lo stesso gruppo organizza, alla Saletta Gissi di Torino, la Mostra di pittori concretisti di Milano e Torino. A corroborare lo stretto legame collaborativo che s’instaurò tra Torino e Milano, il fatto che le pagine del bollettino di “Arte Concreta” n.8 e di quello- già citato-n.9, vengono gestite interamente dalla redazione di Torino, costituita dai quattro firmatari del Manifesto.Nel marzo del ’53, Biglione espone alla mostra concretista della Galleria San Matteo di Genova. Nel luglio ’54, con la mostra collettiva di concretisti alla Galleria Krayd di Tucumán (Argentina), per Biglione si esauriscono le esperienze espositive in mostre del MAC.

Scrive di lui Vanni Scheiwiller  (gennaio’76):<Nel M.A.C. fino al ’53; poi alla Biennale di Venezia del 1954, una parete di 5 quadri come quelli della Quadriennale romana del ’55 dove ormai si può parlare di “espressionismo astratto”: Già nel ’54, infatti, Biglione espone quadri diversi dal geometrico,  dai colori tenui, liricissimi… Dopo una parentesi più che decennale, che Gillo Dorfles (1974) chiama di meditazione e di ripensamento, Biglione, decantato, più libero e più fantasioso, si trova al bivio tra una ricerca di” astrattismo organico” e, insieme, l’immissione  nei suoi dipinti di strani “alfabeti”… ” Le Scritture presenti adesso nei miei dipinti- che Gillo Dorfles definisce “strani alfabeti”, scritture semantiche- sono, secondo me, un elemento di comunicazione; messaggi senza un significato concreto ma indicativi. Spesso sfrutto questo finto linguaggio come un semplice fatto decorativo, anche se mi rendo conto che, per la pubblicità, i giornali, le scritte murali che ci siamo abituati, può svolgere una funzione differente” (“Tempo”, 26 aprile 1974)   Una scritta illeggibile che diventa pittura-pittura per la sua estrema raffinatezza ed eleganza e per la sua sottile e sensibile fantasia…>.

In asta alla Meeting art mercoledì prossimo (asta 2242 dalle 16). Lotto 52 (foto in alto). Meditate gente…

Insisto sul Bara

baratella

Mercoledì prossimo asta 2242 con banditore virtuale alla Meeting Art. Un altro Baratella a prezzi risibili in rapporto a cosa si pagherebbe un artista con la sua storia che avesse un nome diverso.

———

La sua autobiografia (tratta dal sito dell’artista)

Paolo Baratella nasce a Bologna nel 1935 da genitori ferraresi. Trascorre l’infanzia a Bologna in Via Lame. Il negozio del papà sarto in centro, al servizio del regio esercito; poi la guerra. Nel 1940 il ritorno della famiglia a Ferrara che accende nel suo orizzontale e nebbioso splendore, un mondo di misteriose presenze. Il bimbo Baratella, sotto le bombe americane vestito da figlio della lupa, vince in prima elementare il corso di disegno. A sei anni decide che sarà un pittore, e sarà grande almeno quanto Capuzzo ferrarese, pittore eclettico sul barcone di Codigoro.

La tragedia della guerra, lo sfollamento, i rifugi antiaerei, le bombe, i bengala, le buche scavate nella terra, il teatro dei burattini, le grandi passioni trasmesse da quel burattinaio che si chiamava Forni e, dopo la guerra, la compagnia teatrale Doriglia/Palmi, i trasalimenti per le grandi tragedie dell’uomo stilizzate in baracconamenti di luci e ombre nette. E Gigetto il gelataio di Vicolo Mozzo Orcaballetta con quei carretti a draghi e cigni cari a Visconti in Ossessione, laggiù nella Piazza Castello sempre a Ferrara.

Realtà negli occhi di un fanciullo, i maestri dell’educazione estetica, oltre alla fame e alla miseria, alle grandi manifestazioni contro gli agrari: “Hanno ucciso Boari…” silenzio, una tragedia, il padre fascista commentava… Prova a dipingere con l’olio d’oliva Dante e i tubetti trovati, sulle anime delle pozze di tessuto del papà sarto e della mamma sarta, che il mondo era fatto di sarti, eppoi, di santi e di pittori che andavano nelle chiese per la minestra e decoravano il cinemino della parrocchia dei Frati Francescani: ma quale Liceo Artistico Dosso Dossi! Cosmè Tura, Cossa, Ercole De Roberti, eccoli a Schifanoia per stupire, coi primi peli di barba e foruncoli e geometrali ragionamenti con un compagno virtuale di nome De Chirico Giorgio, eppoi il ‘54/55 a Procida, isola del poeta, a cantar d’amore dopo aver sgranato occhi e anima su campi di concentramento nazisti, in una mostra fotografica al ridotto del Teatro Comunale; fuggito da tutto, voglia d’annientamento.

E giù a dipingere in un solaio al n. 8 di Via Montebello a parlare le notti di Kant e Nietzsche, mentre turbamenti mistici continuavano a minacciare l’integrità dell’atleta ciclista, alla ricerca solitaria di Dio.