Antonio, Argan e Dorfles ne parlano bene

012015003926Lotto 608 Antonio Papasso, Firenze 1932-2014

Senza titolo, 1989
papier froisses su cartone cm. 98,8×61,5; firma e anno in basso a destra, timbro con tecnica, anno e firma dell’artista al retro.

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Quella particolare sottigliezza espressiva e, al tempo stesso, sobrietà e riservatezza che sono tra le caratteristiche del temperamento toscano non potevano far difetto nell’opera di Antonio Papasso.
Nato a Firenze e vissuto per lunghi anni all’ombra della Torre Pendente di Pisa, il suo carattere di antico toscano doveva estrinsecarsi anche nei suoi lavori – calibrati e raffinati, poco esuberanti e spesso criptici, sempre impostati sopra un registro di cauto ed estremo controllo, eppure consanguinei alle atmosfere rarefatte che circondano la Piazza dei Miracoli, le sculture di Giovanni e Nicola Pisano, gi affreschi dell’Orcagna o di Benozzo Gozzoli…Una delle caratteristiche dell’arte italiana dei nostri giorni – come di quella di ieri – è di essere spesso (non sempre) legata a quelle che sono le grandi tradizioni del nostro passato, anche quando nessuna effettiva analogia formale o stilistica lo denuncia. Nel caso di Papasso nulla nelle sue opere porta l’impronta di memorie figurative di un passato remoto e neppure di uno più recente.
Sin dai primi lavori più maturi – a partire dagli anni settanta circa – l’artista ha seguito un cammino suo proprio che sarebbe troppo semplice definire come “astratto”; ma che indubbiamente ha scartato ogni retaggio figurativo del passato, lasciando che fossero la materia, il colore, e soprattutto il segno, a narrare una leggenda personalissima e recondita.
Già a partire da una lunga serie di opere incisorie – nelle quali è un maestro – era possibile avvertire la quasi impalpabile volontà dell’artista di tracciare delle immagini il cui equilibrio fosse basato su impercettibili differenze di piani, di livelli, di chiaroscuri.
Così nella sua prima raccolta di stampe “genealogia” (1976), che inizia l’uso dei Papiers Froissés, così in quella dell’81 (Canta), così nelle successive “Re-spira”, “Forma Naturae”, “Racconto” (dell’82 e 83). Ed è, infatti, a proposito della pubblicazione di “Canta”, che ebbi a scrivere (e mi scuso per l’autocitazione, che peraltro può valere da “chiave” anche per le opere successive): “Un disco bianco, percorso da una sottile traccia sanguigna: due losanghe irregolari che si confrontano; un foglio lacerato su cui sono distesi minuti segni d’un alfabeto asemantico; una figura ovoidale percorsa da brevi tracce su cui è sovrapposto un minuto frammento di trina…sono tavole di calibrata levità, di sofisticata esecuzione, dove ogni segno si riallaccia al precedente, quasi a completare un discorso appena iniziato…”.
Attraverso la ripetizione – persino coatta – di alcuni moduli grafici (figure ovoidali, punteggiature, rettangoli e cerchi frammisti) che ne fanno immediatamente riconoscere la paternità, distinguendoli nettamente da qualsiasi altra opera, Papasso proseguiva così nel suo difficile cammino solitario.
“Carte stropicciate” (Papiers Froissés): carta velina utilizzata in molte composizioni, vuoi lasciandola completamente bianca, vuoi con tenue nuances cromatiche con le quali viene costruita un’immagine che è al tempo stesso bi-e tridimensionale. La presenza di carte sovrapposte, dai lembi increspati, che interrompono la superficie della carta o della tela, unite alla presenza di forme disegnate con sottilissimi tracciati pittorici e grafici, fa si che l’opera in toto venga a presentarsi come una abbagliante superficie candida, nella quale assumono un incredibile rilievo le scarne forme disegnate, estroflesse, o sovrapposte, sicché la qualità tipica del collage si allea con la particolare icasticità che di solito è caratteristica dell’incisione
Non è facile – anzi è persino gratuito – voler descrivere a parole il “contenuto” di simili opere sempre al limite dell’astrazione e che solo raramente denunciano una vaga reminescenza naturalistica (ad esempio una sorta di paesaggio marino) o un ricordo formale (certe figure ovoidali).
Ma proprio questa difficoltà ermeneutica che mi sembra più significativa per la definizione di quest’opera; come lo è la sua assoluta lontananza dagli influssi di artisti passati o contemporanei. Forse soltanto qualche lontano eco di certe opere di Arakawa, di certe concrezioni materiche d’un Tapies, di certe estenuate superfici di Fautrier o di Tobey, potrebbe valere da pietra di paragone; ma di un paragone del tutto improprio perché ognuno di questi artisti è privo di quella assoluta “compostezza”, di quella precisione rigorosa ma al tempo stesso leggiadra, che costituisce una delle costanti dell’opera di Papasso.

Un’opera, insomma, che è indubbiamente tutt’altro che “facile”, proprio perché priva di effetti marcati, di violenti chiaroscuri, di sciabolate di colore: lontana, dunque, tanto dal più recente espressionismo germanico, quanto dalle truculente figurazioni della transavanguardia, e ancor più dalla grossolana e massiccia scanditura delle “strutture primarie” oggi nuovamente rivisitate.

Un’opera, pertanto, che deve essere centellinata con cura e con amore per poterne avvertire gli occulti e impalpabili aromi.

Gillo Dorfles

1 pensiero su “Antonio, Argan e Dorfles ne parlano bene

  1. L’avevo addocchiata ma non essendo dei “miei anni preferiti” mi ero orientato sul lavoro di Romano Perusini pensando: sto qua non se lo fila nessuno, lo porto via con una manciata di spiccioli…………che idiota che sono. Così non ho gareggiato sul famoso Enea Ferrari e vedo andar via il Perusini.

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