Archivio mensile:ottobre 2015

Il Duce, l’antiquario e Lorenzo da Pavia

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Il quadro riprodotto qui sopra è   di Lorenzo Fasolo, andrà in asta sabato 7 novembre nell’asta Meeting Art di arredi e dipinti antichi di Meeting Art (sotto a guisa di nota a margine la scheda completa dell’opera) . E’ una grande (se non altro per le dimensioni: 1,90 x95)) tavola del Cinquecento. L’ha dipinta Lorenzo Fasolo detto anche Lorenzo da Pavia (dove nacque nel 1463,morì poi a Genova nel 1518). Manierista, come tanti furono i manieristi della pittura lombarda tra Quattro e Cinquecento (alterati e vivacizzati  dalla scuola leonardesca). Pittore di bottega e anche di sua bottega (il figlio Bernardino, giudicato  decisamente più talentuoso, fu sempre al suo fianco), Lorenzo Fasolo (che ha una via dedicata  a Pavia) non abbonda sul mercato antiquario. E come  sempre accade quando riaffiora di colpo un’opera così grande, rara e antica ci si chiede sempre da dove venga oltre a alimentare la curiosità su dove andrà, se andrà: base d’asta 50mila euro. Vabbè, facciamoci, dunque, questo giro tra storia, arte e mercato con la domanda di cui sopra: da dove arriva una tavolona del Cinquecento lombardo?  Partiamo, dunque. Partiamo, però,  un po’ da lontano, da questo altro dipinto.

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E’ il ritratto “Trivulzio” di Antonello da Messina. L’uomo che ci guarda con fermezza appena venata di ironia è uno dei ritratti più celebri della storia dell’arte. Antonello fu in Italia l’interprete più sensibile e originale dell'”ars nova” fiamminga. Il realismo di derivazione nordica dei dettagli,  i tratti del volto acutamente indagati sotto il profilo psicologico, la resa materica del panno del vestito, fino al particolare illusionistico del cartellino con la firma e la data fissato con la ceralacca sul parapetto si equilibra con la rigorosa spazialità del Rinascimento italiano. Fino al 1935 questo capolavoro assoluto apparteneva alla Collezione Trivulzio Belgioioso di Milano (proveniente   dalla galleria- collezione dell’eredità Rinuccini di Firenze dove fu acquisito nel 1850). La collezione Trivulzio Belgioioso, fino alla metà degli anni Trenta, fu probabilmente uno dei  più imponenti agglomerati di capolavori dell’Europa intera con gioielli pittoricicome la Madonna Trivulzio di Filippo Lippi, la Madonna in Gloria del Mantegna, la Madonna con Bambino del Solaro e altre opere che ora sono esposte alla Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano . Erano tutti quadri dell’ex collezione Trivulzio. Tutti, tranne il Gentiluomo di Antonello e il Libro d’ore miniato dal Van Eyck (immenso capolavoro d’arte libraria) che sono patrimonio del museo civico di Torino. Perchè questa separazione di capolavori un tempo insieme che si è  consumata tra Torino e Milano? L’affare legato alla collezione Trivulzio Belgioioso fu, in realtà, una bella e gustosa grana politica per l’Italia fascista degli anni Trenta. Una vicenda che spinse lo stesso Mussolini a dover scendere in campo per sedare una tensione poco fascistissima e molto italica, l’Italia dei mille campanili. Al centro del caso c’è, soprattutto,  questo signore.

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Si chiamava Pietro Accorsi, è probabilmente il più importante e influente antiquario che abbia mai operato in Italia perlomeno per gran parte del Novecento. Le Antichità di Pietro Accorsi è stata il negozio di Torino (che pur  abbonda di pregiatissime librerie e attività antiquarie) più  frequentato e consultato da mecenati e grandi collezionisti. Alla sua morte , sulla scia del suo gigantesco e meticoloso lavoro di reperimento e raccolta/tutela di opere d’arte, un patrimonio inestimabile di professionalità e ricerca, è stata creata una Fondazione.  Accorsi torinese era l’uomo da contattare se si aveva voce o desiderio  e soprattutto risorse, per seguire una rara e inestimabile collezione. E’ quello che fa, all’inizio degli anni Trenta, Umberto di Savoia, erede al trono, appassionato (e molto) di antichità. La mission che affida con grande discrezione ad Accorsi è quella di trattare l’acquisizione della collezione milanese Trivulzio Belgioioso per trasferirla chiavi in mano a Torino. Compreso il Gentiluomo di Antonello da Messina in viaggio da Firenze, a Milano e quindi a  Torino la culla sabauda. Apriti cielo! Il podestà di Milano legge sulla Stampa i retroscena della trattativa e diventa nero (più di quello che già era). Forse neppure sapeva, fino a quel momento, di quei quadri albergati tranquillamente sotto un nobiliare tetto di Milano, ma che adesso li portassero via per darli ai mangiatori di giunduiotti era insopporabile.  Torino era fascista e Milano pure, ma Milano valeva più di Torino e c’era qualcuno più fascista di un altro… Lotta di podestà. Quello di Torino chiaramente non molla la presa e poi, sotto sotto,  sa di poter contare sull’appoggio di un pretendendente al trono. Che facciamo? Chi conta di più? Il podestà di Milano accetta il braccio di ferro e gioca pesante…

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…chiama il Duce. Mussolini ha adesso un problema: i due galli-podestà del suo pollaio. Quadri, quelli litigano per i quadri. Brutta storia che Benito non può certo prendere di petto (benchè temprato da mille battaglie del grano): se dà ragione al torinese, rischia di incrinare  il rapporto con i fascisti milanesi che contano e hanno anche i  danè. Se, invece dà ragione al milanese deve poi vedersela con i mugugni del Re oltre che del suo rampollo. Anche per Mussolini ritorna, così.,d’urgenza, l’uso di uno dei più efficaci metodi di lotta politica in Italia:  il compromesso. Allora, si faccia così: a Milano restino due pezzi pregiati e il resto vada a Torino. Nella partita resta in gioco il buon Pietro Accorsi che, da par suo, sta cercando di salvaguardare comunque la collezione e il suo significato senza dimenticare di essere torinese.  La collezione? Meglio che il grosso resti a Milano, ma Torino abbia due gemme. Il fascistissimo tira e molla finisce così con buona parte della collezione Trivulzio Belgioioso a Milano, ma con due chicche trasferite a Torino (ovvero l’Antonello da Messina e il Van Eyck ). Accorsi ha lasciato il segno senza scontentare nessuno e rendendo le due città più ricche d’arte.  E non solo loro. Accorsi, infatti, nel suo negozio ha anche un altro dipinto antico. Quello di Lorenzo da Pavia. Che, prima di essere nelle sue disponibilità era qui…

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…e qui è il castello di Pocapaglia in provincia di Cuneo. Il suo ingresso è “epico”, fa scuola. La tradizione attribuisce il portale al Sansovino, ma non è documentato; certo è che Filippo Juvarra, chiamato a ristrutturare il castello dopo l’incendio provocato dall’armata francese, ne fu  impressionato tanto da ispirarsi per gli stipiti interni di Palazzo Madama. Ma il maniero ha anche un altro importante link con la storia: tra il 1939 e il 1940 l’erede al trono Umberto di Savoia si ritirò proprio  a Pocapaglia per riflettere, prima di veder intraprendere la guerra contro la Francia. La guerra del Duce. E di quei giorni bui per lui e, di lì a poco,  per il Paese ci sarebbe da scrivere. Ma non  è questo il posto o il post giusto. Qui la questione è un’altra. E’ la tavola di Lorenzo Fasolo. Una tavola e un po’ di fantastoria. Dunque, riassumiamo. Il principe Umberto è a Pocapaglia. Deve riflettere sui destini di una nazione e (ma non lo sa) della sua stessa dinastia. Si distrae,  l’Umberto girando in questi arcani e antichi spazi:  magari degustando un buon rosso e guardando il paesaggio. Ma, soprattutto, è probabile, ammirando arredi e dipinti conservati nelle storiche sale. Lui è un grabde appassionato. In una di esse c’è proprio la tavola di Lorenzo Fasolo, quella che ora va in asta a Vercelli. Stop. Da qui in poi il tasso di storia romanzata aumenta sensibilmente. Su un dato certo, però: la tavola del Fasolo passa dal castello di Pocapaglia alle Antichità Accorsi di Torino.  Quelle gestite dal fiuto di Pietro Accorsi, l’antiquario che, spesso, parla di cose belle e antiche con Umberto di Savoia. Acquisizioni e trasparenti trattative salvando l’arte dall’oblio: bisogna però avere l’imbeccata giusta. E Umberto è passato da Pocapaglia. Coincidenze…

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Quando l’arte viaggia dalla storia al mercato serve la mediazione, più o meno competente, di operatori più o meno professionali. Va subito detto però come in questa storia non ci siano episodi di vulnus d’arte. C’è, invece,  una tavola del Quattro-Cinquecento che cerca un nuovo muro a cui essere appesa svelando in questo suo viaggio risvolti in parte inediti.  La Natività di Lorenzo Fasolo, dunque. Rieccoci a lei. L’ha vista e studiata molto da vicino, prima di essere resa di dominio pubblico su un catalogo d’asta della Meeting art, Luca Sforzini,  perito della Camera di Commercio di Pavia (sua la foto accanto a un caravaggesco). Come l’illustre precursore di tutti gli antiquari colti d’Italia , ovvero  Pietro Accorsi, Sforzini si mette spesso sulle tracce di collezioni antiche possibilmente con l’intento di non smembrarle. Rispettando l’oggetto del suo lavoro. In questo caso il Fasolo, di cui deve essere rispettato prima di tutto il vincolo del Ministero perchè l’opera non sia venduta oltre confine. Infatti va in asta a Vercelli.Ma chi può comprarla, di qua dal confine? <Sarebbe bello che ritornasse a Pavia _ dice _  Io ho avuto la possibilità di esaminarla e di seguirne i suoi più recenti movimenti. E’ una bella testimonianza della pittura lombarda e ligure tra Quattro e Cinquecento, visto che il Fasolo operò a lungo nell’ambito della Repubblica di Genova. Potrebbe essere la parte centrale di un polittico come attesta anche il prezioso lacerto di cornice lignea. L’opera è, comunque, molto vicina a un’altra  natività oggi conservata alla pinacoteca di  Savona. Il luogo ideale per ospitarla sarebbe proprio una pinacoteca pubblica>. Servono però 50 mila euro almeno, per dare un nuovo inizio alla Natività del Fasolo. Passata da Pocapaglia, all’antiquario dei re ed ora a Vercelli. E dopo?

Se ghe penso

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« O l’ëa partîo sensa ‘na palanca,
l’ëa zà trent’anni, forse anche ciû.
Ô l’aiva lottòu pe mette i dinæ a-a banca
e poèisene ancon ûn giorno turnâ in zû
e fâse a palassinn-a e o giardinetto,
co-o rampicante, co-a cantinn-a e o vin,
a branda attaccâa a-i ærboi, a ûso letto,
pe dâghe ‘na schenâa seja e mattin.
Ma o figgio ô ghe dixeiva: “No ghe pensâ
a Zena cöse ti ghe vêu tornâ?!”

Ma se ghe penso alla sana malinconia dei liguri, al loro vivere a Genova  in vecchi e salmastri palazzoni che trasformano le vie in carrugi. Vite verticali con davanti l’orizzontale del mare. Per forza quando fanno arte non hanno dubbi: o diventano geometrici o cercano nei colori quel poco di luce che si vede da una finestra che si affaccia su un’altra finestra. Poi di colpo respirano l’odore bello e malsano del loro porto e diventano poeti. L’asta 2288 di giovedì 29 in Meeting Art consente di raccontare queste storie. Lotti, d’artisti genovesi. Poeti e viaggiatori. Come quello che ha dipinto il quadro copertina. E’   Lauro Iaccarino. Classe 1933, non ha ancora 30 anni che lascia Genova per Padova. A Genova però aveva studiato arte. Aveva pittato con Pietro Bisio, un genio nascosto del realismo esistenziale. Iaccarino non crea però inquietudini, cerca nelle forme e nei colori la metafisica del ricordo. In asta poi incontri Ugo Carrega , il poeta visivo scomparso da poco. Io non ha fatto nulla di male scrive nell’opera in asta. Lui ha fatto in effetti solo poesia accostando la parola alle forme della pittura per stupire e stupirsi di cosa poteva accadere. Nulla di male… tra tutto il bene possibile non è certo il peggio. Ecco, quindi Tino Repetto. Classe 1929Lui lascia Genova per Milano. Porta la sua iodata carica emotiva nella metropoli. Lì si fa parte del grande movimento dell’informale lombardo con Giunni e Morlotti. Segni che sembrano grafie, tracce sul fondo di colori tenui, intrecci evanescenti che non hanno la razionale drammaticità di quelli di Scanavino, ma cercano piuttosto il ritmo di una melodia triste. Scultore che dipinge è invece Giulio Tomaino celebre per le sue sculture rosse, figura che sorprende e ha sorpreso Varese nel 2012 trasformando lo spazio urbano in luogo di poetico confronto con le sue opere dove forme arcaiche dell’infanzia (cavalli a dondolo e pupazzi) cercano di comunicare l’emozione dei ricordi. Roberto Baglietto, infine insegue i suoi sogni con una pittura esplosiva e informale. Sono questi i genovesi…in asta (a seguire i lotti di cui ho vaneggiato)

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01201401116964 UGO CARREGA Pegli (GE) 17/08/1935 – Milano 07/10/2014
Io non ho mai fatto nulla di male, 1996
tecnica mista e applicazioni su carta riportata su faesite cm. 32×23,5; firma e timbro dell’artista con anno in basso al centro, certificato di provenienza della Galleria Allegrini Arte Contemporanea (BS) allegato.

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78 TINO REPETTO Genova 1929
Senza titolo, 1989
tecnica mista su carta cm. 40×30, firma in basso a destra
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93 GIULIANO TOMAINO La Spezia 1945
Composizione, 1978
tecnica mista su carta cm. 50×58, firma e anno in basso a destra, firma, anno e timbro dell’artista al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.

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95 ROBERTO BAGLIETTO Albisola (SV) 1957
Fiore del male, 2002
olio su masonite cm. 100×65, firma, titolo e anno al retro.
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100 LAURO IACCARINO Genova 14/09/1933
La casa al mare
acrilico su tela cm. 70×100, firma in basso a destra, titolo al retro sul telaio.

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Remember Piemonti

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11 LORENZO PIEMONTI Carate Brianza (MI) 26/04/1935 – Carate Brianza (MI) 01/10/2015
Accelerazioni 590, 2002
acrilici e collage su cartoncino cm. 48×68, firma e anno in basso a destra

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Asta Meeting Art 2.288 , mercoledì 28 ottobre dalle 16. Ricordando Lorenzo Piemonti.

Prima del duello

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410 MOSE’ BIANCHI Monza 13/10/1840 – 15/03/1904
Prima del duello, (1892)
olio su tavola cm 74,5×49,5


Sabato 24 in asta a Vercelli.

Se penso a duelli nel mondo dell’arte, versante mercato, sta crescendo quello tra Estroflessisti e Coloristi. Tra i primi troppi quelli che confondono il volume con ciò che, invece, dovrebbe evocare (l’eterno gioco di luci e ombre) e tra i secondi  troppi quelli che mischiano gli impasti cercando improbabili nuove sinfonie. Tante le steccate. Ed allora sovviene nostalgia di pittori pittori, quelli che raccontavano storie dipingendo. Vedere per credere il lotto qui sopra citato.

Codice Munari

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5 BRUNO MUNARI Milano 1907 – Milano 30/09/1998
Senza titolo, 1998
tecnica mista su carta cm. 21×30, firma e anno in basso al centro

Sarebbe da tradurre. Perchè Munari non faceva mai nulla a caso. <Creatività non vuol dire improvvisazione senza metodo _ scrive in Da Cosa nasce cosa _ in questo modo si fa solo della confusione e si illudono i giovani a sentirsi artisti liberi e indipendenti. La serie di operazioni del metodo progettuale è fatta di valori oggettivi che diventano strumenti operativi nelle mani di progettisti creativi>. Chiaro, no? Un genio che si muove senza regole certe, senza un codice non esiste. Chi dice di esserlo mistifica. <Come si riconoscono i valori oggettivi? _ continua Munari _  Sono valori riconosciuti da tutti come tali. Per esempio se io affermo che mescolando il color giallo limone con il blu turchese si ottiene un verde, sia che si usino colori a tempera, a olio o acrilici oppure pennarelli, e pastelli, io affermo un valore oggettivo>.

L’opera della foto va in asta venerdì prossimo dalle 22 in Meeting Art.

La Locomotiva sembrava cosa viva

012015011463Lotto 226 (asta 799. Mercoledì 21 ottobre)

Il Treno

di Gaetano Previati (tecnica mista su carta 26×16)

Perchè, poi, lo dico, di tanti opere che ho visto ad Artverona nell’ultimo week end  (fierona delle vanità dove se sfiori appena qualcosa che ti piacerebbe avere ti sparano 20mila euro) alla fine non trovo nulla che m’intrighi più di questo disegnino di Gaetano Previati. Previati, lo scapigliato, il puntinista-simbolista (divisionista, of course). Un positivista ispirato che riteneva come compito dell’arte non fosse certo quello di copiare stupidamente la natura, quanto piuttosto quello d’interpretarne la percezione che di essa elabora la mente umana. Al centro c’è la scienza, la ricerca, la libera sperimentazione. L’uomo  crea,domina e sfrutta la forza della natura. Come la macchina a vapore. Come una locomotiva che, come canterà Guccini <sembrava cosa viva>. Un disegno mi parla di tutto questo. Non era a Verona.

L’amico di Marcel

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11 GIANFRANCO BARUCHELLO Livorno 29/08/1924
Senza titolo, 2002
tecnica mista su carta cm 23×15 firma e anno sulla sinistra, etichetta e timbri della galleria Lagorio Arte Contemporanea (BS) al retro.

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Fra una settimana alle 22, Meeting Art si diletta di stuzzicare il piccolo , ma vivace collezionismo di chi non puòcomperarsi  la Fine di Dio (ps. ma Fontana ha davvero fatto il botto a Sotheby’s o quei 15 milioni di sterline sono il minimo sindacale per il trend di crescita  di un gigante della storia dell’arte contemporanea?). Ma torniamo a bomba, all’asta notturna di venerdì prossimo. Lotti senza riserva ed è una provocazione. Prendete questo Baruchello, ad esempio. Baruchello è uno degli ultimi giganti ancora in vita. Non aveva ancora 40 anni quando, dopo una vita già troppo densa (la Russia, la guerra dalla parte sbagliata come lui stesso dice) va in un ristorante per incontrare Marcel Duchamp, il mostro sacro che adorava e che diverrà suo amico e sostenitore. Baruchello lo sperimentatore, lo sceneggiatore dell’inconscio, il sognatore che si fa artista. In asta. Di notte. Fra una settimana. Pubblico il post che il lotto è ancora fresco di esordio on line. Con orgoglio surreale faccio subito la prima offerta.