Archivio mensile:novembre 2015

Raccagni/2

Domenica prossima asta mostra dedicata a Andrea Raccagni, uno degli artisti italiani fuoriscala, oltrescuola, pezzi unici per creatività e vena ispirativa. Piace, non piace? Ma è già storia. Pubblicherò uno a uno tutti i lotti dell’asta 2302.

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2 ANDREA RACCAGNI Imola (BO) 10/11/1921 – Imola (BO) 18/06/2005
Senza titolo, 1957 tecnica mista su carta cm. 23,5×35,5; firma e anno in basso al centro.

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Raccagni/ 1

Domenica prossima asta mostra dedicata a Andrea Raccagni, uno degli artisti italiani fuoriscala, oltrescuola, pezzi unici per creatività e vena ispirativa. Piace, non piace? Ma è già storia. Pubblicherò uno a uno tutti i lotti dell’asta 2302.

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1 ANDREA RACCAGNI Imola (BO) 10/11/1921 – Imola (BO) 18/06/2005
Collina verde luna rossa, 1982
tecnica mista e applicazioni su cartoncino cm. 21×43, firma, titolo e anno al retro.

“Dai caldi climi dell’Informale fino ai tardi anni ’80, bruciando le tappe, cercando ostinatamente un’uscita dalla prigione del quadro tradizionale, aspirando a raffinate eleganze e insieme a soluzioni al limite del barbarico…”.

StalinArt

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133 GIANMARCO MONTESANO Torino 21/06/1949
Il piccolo padre parte in vacanza, 2004
olio su tela cm. 100×120, firma, titolo e anno al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.
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Asta 802. Sulla scia dei figurativi incalliti. Il post precedente era dedicato a Salvo che, abbandonata negli anni Settanta la setta integralista del Poverismo e del Concettuale, si fece dileggiare da quell’eletta schiera perchè fece la sua rivoluzione ripartendo dai colori e dalle forme di Giotto e Simone Martini. Sempre nella tornata di domenica 29 ecco un altro alfiere della figurazione post travaglio pittorico-concettuale. Si tratta di Montesano. Qui colto nella sua sconcertante nostalgia per un passato che non ha regalato grandi soddisfazioni sul piano etico. C’è nazismo e fascismo nei suoi quadri-retrò. Ma anche dive del passato o visioni di città europee  rivisitate pittoricamente prima del loro declino sotto le mitragliate dei terroristi. E qui c’è Stalin, il Piccolo padre dei popoli, colto mentre parte per una vacanza. Magari a Sochi dove Stalin, dopo aver fatto i bagni alle Terme Matsesta, ricche di acido solfidrico, ed avendone ottenuti benefici per i suoi reumatismi, decise di farvi costruire la sua residenza per le vacanze, e di trasformare la cittadina in un centro termale e di villeggiatura dove i lavoratori meritevoli potevano recarsi per un periodo di riposo, alloggiati presso i sanatori dalla architettura neoclassica.

802/ Si chiamava Salvo

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196 SALVO Leonforte (EN) 22/05/1947 – Torino 12/09/2015
Un quadro coi fiocchi
olio su tela cm 40×40, firma e titolo al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.

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“Era nato in Sicilia, a Enna, nel 1947, ma era torinese sin da ragazzo. Aveva una curiosità febbrile e pura, oltre che coltissima, che lo portava a scoprire nelle pieghe di libri, musica e film l’infinito mistero della vita. La sua figura di artista internazionale è sempre stata connotata da un percorso autonomo rispetto a definizioni e appartenenze, senza però alcuna eccentricità. Salvo aveva debuttato alla fine degli anni Sessanta, outsider dell’Arte Povera, con grandi amicizie storiche, per esempio con Sol Lewitt, e vicino soprattutto al concettualismo internazionale.

Con un coraggio formidabile, andando contro l’ideologia politicizzata che anche l’arte viveva in quel momento, negli anni Settanta aveva deciso di tornare alla pittura. Aveva cioè scelto la forma considerata più borghese e reazionaria, il pittore da atelier. E questo ne fece un modello per tanti giovani artisti che dagli anni Ottanta tornarono anche loro a dipingere. Il suo immaginario era un mondo dalle forme forti ed evocative, dai colori netti e pieni, sospeso tra realtà e onirismo, tra classicità e contemporaneo. Primitivismo italiano, architettura, Paolo Uccello, cubismo, surrealismo, metafisica ma anche set cinematografici e linguaggio letterario si fondevano in uno stile inconfondibile. Una sottile inquietudine sovvertiva sempre la calma apparente e razionale delle sue composizioni, la stessa che vibrava nelle sue lapidi anni 70, dove incideva semplicemente “Io sono il migliore”, o ancora prima, nei suoi autoritratti in forma di collage fotografici.

Oggi alle 10.30 l’addio a questo artista che era soprattutto un intellettuale, insieme a Cristina, la ragazza che aveva sposato cinquant’anni fa, come diceva lui, e a Norma Mangione, la figlia gallerista che continua la tradizione di famiglia”.

(Da Repubblica del 13 settembre 2015, il giorno dopo la morte dell’artista)

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Si può tentare di immaginarsi cosa significasse essere artista professionista (e in carriera), negli anni Settanta per capire cosa comportasse  riprendere il filo di una tradizione classica, quella della pittura di figurazione rispetto alla non pittura dominante,  basata sulla pretesa più o meno giustificata di ripartire da zero avviando l’anatomia del colore, del supporto e del concetto. Per essere ribelli e innovatori in quella temperie significava probabilmente dover  ripartire da un altro zero.  Giotto, Piero della Francesca, Cosmè Tura, Duccio da Buoninsegna: sono i nomi che Salvo Mangione incide su una delle sue Lapidi realizzate agli inizi degli anni Settanta, opere ispirate alla più pura filosofia dei poveristi. Ma era già lì in quei nomi il segreto di una nuova svolta. Salvo Mangione aveva già in testa cosa avrebbe dipinto di lì a poco. Poesia e colore. Paesaggi da toni luminosi che sono quelli che hanno reso Giotto il pittore iconico per eccellenza. Ma per Salvo tornare a Giotto era un ritornare al futuro, indicando ai rottamatori della pittura cosa avrebbero trovato. Dopo la pittura, altra pittura.

802/ Nigro

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18 MARIO NIGRO Pistoia 28/06/1917 – Livorno 11/08/1992
Senza titolo, (anni ’50) olio su carta applicata su tela cm. 99,5×70, firma in basso a destra, certificato allegato della Farsetti Arte (PO) con documentazione fotografica, opera registrata presso l’Archivio Mario Nigro al n° SDOSC1

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Asta 802. Da sabato alla Meeting Art. Ed è subito Nigro. Mario Nigro.

(dalla biografia di Mario Nigro, dal sito curato dal figlio Gianni) <I primi Anni Cinquanta lo vedono sereno. Ma non troppo. Lavora come Farmacista, presso gli Spedali Riuniti di Livorno ma appena può corre a casa a rimettersi a dipingere. Oppure va al mare, con la famiglia. E con il figlio Gianni, che segue con la massima attenzione ogni gesto compiuto dal babbo.   Alla mattina si alzava con molta, moltissima calma. Di andare a lavorare all’ospedale non ne aveva una voglia furibonda. Amava traccheggiarsi, magari giocherellare un po’ con il figlio, oppure scendere nell’orto a dare una mano al padre, che era in pensione e si dedicava a pomodori e radicchio.   Ma alla fine il senso del dovere (o della necessità economica) prevaleva, e Antonio Mario Nigro, da tutti chiamato preferibilmente Mario o Mariolone (non era per niente alto di statura ma i nipoti lo chiamavano lo zio Mariolone per la notevole (per quei tempi privi di anabolizzanti) massa muscolare dovuta ai vari sport a cui si era dedicato ai tempi dell’università, prendeva la bicicletta, una vecchissima e sgangherata bici da passeggio e usciva. A volte Gianni si catapultava giù al portone per salutarlo e per guardarlo allontanarsi fino a sparire là, in piazza Roma, all’incrocio tra piazza Roma e via Mameli, in direzione dell’Aurelia.   Così si consumavano gli Anni 50 della loro famigliola, ma non era tutta pace e serenità. La tensione, la voglia di tornare a Milano si ingigantiva, nella sua mente. Era un consapevole conoscitore dei propri mezzi e nulla ormai avrebbe potuto ostacolarlo dai suoi piani: i soldi li avrebbe ricavati dal licenziamento dall’ospedale, un certo giro nell’ambiente artistico milanese ce l’aveva già. Avrebbe solo dovuto vincere le resistenze della moglie, che di andare via da Livorno e dal mare non ne voleva neanche sentir parlare, e della madre, che avrebbe visto partire un altro figlio, visto che a Milano c’era già un fratello maggiore di Mario, che faceva l’assistente al Politecnico>.

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 Spazio totale, nei lavori fra il 1953 e la prima metà degli anni Sessanta , Nigro sperimenta la sua quarta dimensione, quella che porta l’astrazione a dialogare con la relatività, Scrive: <spazio totale’ non è da confondersi con la quarta dimensione, che al più può assumere un valore letterario. Lo ‘spazio totale’ invece è solo riferibile ad un’espressione astratta e alla scienza relativistica che è capace di regolare e giustifica, i rapporti degli elementi compositivi . L’opera in asta segna un punto di passaggio decisivo, Dalle scansioni ortogonali bianche e nere, la cui genesi è direttamente riferita alle griglie  di Piet Mondrian,  Nigro  passa a  un richiamo diretto alla poetica del Futurismo, attraverso la moltiplicazione dei piani di lettura delle superfici e le scelte di variazione cromatica. In questo stesso spazio, è inoltre possibile leggere il processo creativo che lo porta a una originale elaborazione del linguaggio astratto costruttivo. La sua complicazione percettiva è ritenuta fortemente anticipatrice rispetto ai suoi contemporanei.

Fontana, prima del taglio…( o dopo?)

 

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383 LUCIO FONTANA Rosario Santa Fe’ (Argentina) 19/02/1899 – Varese 06/11/1968
Studi, 1944
china su carta cm 30,6×21,5; firma e anno in basso a destra, opera registrata presso l’Archivio Lucio Fontana come da n° 2727/4 su foto, certificato per Garanzia e Provenienza della Galleria Poleschi (MI) allegato.
Bibliografia:
-“Lucio Fontana, catalogo ragionato delle opere su carta”, Tomo I, a cura di L.M. Barbero, Edizioni Skira (MI), 2013, pagina 403, rif. 44DF6.

 

Un lotto da prendere, se il possesso di un’opera d’arte significa anche l’acquisizione di una verità creativa di un artista. Lucio Fontana ne svela una , non marginale, attraverso questa china su carta. E’ del  1944. Fontana ha viaggiato e molto  tra l’Italia e l’Argentina. Nel 1928 era tornato  a Milano e aveva ripreso gli studi all’Accademia di Brera; nel 1930 partecipa alla Biennale di Venezia. Sempre nel 1930, alla Galleria del Milione, Fontana organizza la sua prima mostra personale.

E’ in questa mostra che Fontana propone una scultura di profonda rottura con il “Novecento”: l’Uomo Nero. Oltre Corrente (a cui si era avvicinato),  fuori da Corrente e da ogni altra percezione di forma scultorea. Fontana rompe, spacca, lacera il tessuto artistico e i critici non sanno più dire se il suo è primitivismo o altro ancora. L’Uomo Nero.

Figure e profili che cercano nuovo Spazio in cui muoversi. Nel 1939 , Lucio è comunque presente nella seconda mostra di Corrente.Entrano, intanto, nella sfera dei suoi interessi prima Archipenko (il grande scultore russo che indagò il rapporto tra forme plastiche e spazio circostante) , Maillot e più tardi Zadkine, con molta libertà però.  Cubismo e after cubismo o anche trans cubismo , volumi che si scompongono e ricompongono  come nell’opera che è ora in asta alla Meeting art (asta 802, domenica 6 dicembre) Nella primavera del 1940 Fontana ritorna di nuovo in Argentina che lascia definitivamente per Milano all’inizio del 1947.

1944. Dunque. La china di Fontana alla Meeting Art. E il dubbio cresce: e se prima del taglio Fontana avesse già ipotizzato cosa si vedesse dopo?  Forme, nuovi corpi. Sogni. Nel dubbio acchiappate il lotto.

Gianni l’aerodinamico

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Lo ricorda bene il Gianni. E lui ricorda gli anni della Bertesca a Genova perchè come ha dichiarato in una intervista  a Exibart <feci una mostra e  riuscii a fargli comprare dei lavori e ad essere pagato, cosa che non accadeva quasi mai>. L’uomo che pagava i quadri dice adesso che Gianni Piacentino è un genio. Lo dice avendo conosciuto da vicino <poveristi>, <concettuali>, <analitici> e fluxxanti. E io gli credo. Come credo che si debba prima o poi afferrare una sua opera (ed è per questo che la evoco in un post del mio blog dedicato a opere all’incanto).

Di un genio si colgono gli attimi, non avendo gli strumenti giusti per valutarne l’intera sua produzione. Ed io colgo un attimo, quello proprio della mostra fatta a Genova nel 1968 in cui era esposta anche l’opera nella foto (tratta dal sito dell’artista) . Da lì in poi Piacentino passerà dalla forma pura alla forma della velocità.  E lo farà per un moto di protesta contro chi (i colleghi dell’Arte Povera) si doveva confrontare, nelle mostre, con gli  affilati e spaziali profili dei lavori di Piacentino .  Non era facile accettarne l’ingombro culturale. Lui non è Arte Povera, nè concetto, ne pop art, nè altro. E non è neppure un futurista. Lui è uno che, in quel momento,  per staccarsi dalla monotonia del fare arte,  nel 1968 ha iniziato a riparare  una moto ed ha così metabolizzato quanto rumore e sfilare di vento ci sia in una forma . Era quella la sua nuova idea. La forma della velocità. Nel 1968 Piacentino diventa aerodinamico e da lì in poi (quasi) inafferrabile. Da prendere al volo.

Kostabi un milione di anni fa

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19 MARK KOSTABI Los Angeles 27/11/1960
Surreal aerobics (metropoli), 1993
olio su tela cm 61×41, firma e anno in basso a destra, titolo, firma e anno al retro, dichiarazione d’autenticità e dedica dell’artista ad personam su foto.

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Domenica 22 novembre dalle 10 asta mostra con opere di Mark Kostabi. Non è facile parlarne. O è troppo facile. Il suo gioco d’artista si è dilatato troppo sino a rendere evanescente il punto d’inizio, moltiplicando in modo seriale quelli d’arrivo. Eppure c’era vita su Marte…lo dimostra quest’opera in asta. Certo, Kostabi nel 1993 aveva già messo in piedi la sua catena di montaggio, ma dialogava ancora sul piano creativo e personale con Bay e Cucchi oltre che con Arman e Finster. Surrealismo e metafisica, inzuppati nella Pop Art: un mix ancora gradevole…

Vale un Perù

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8 JORGE PIQUERAS Lima (Perù) 18/07/1925
Instrumento, 1960
olio su cartone cm 38×46, firma su etichetta al retro, timbri ed etichetta della Galleria Lorenzelli (BG), della Galleria Michelangelo (BG) e della XXX Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, 1960 al retro, scheda dell’opera della Galleria Michelangelo (BG) allegata.
Bibliografia:
-“Piqueras”, mostra tenutasi nel marzo 1961 presso la Galleria Lorenzelli (MI), tavola 26.
Jorge Piqueras è il più importante pittore peruviano e tra i più significativi del Sud America. L’opera in asta alla Meeting art (sabato 28 novembre, asta 802 ) ha storia da vendere (insieme al quadro). Ho rintracciato la presentazione che era sul catalogo della mostra personale alla Galleria Lorenzelli nel 1961 (un anno dopo la partecipazione di Piqueras alla Biennale  di Venezia).
A seguire il testo.
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<Fu l’anno scorso, con la sua personale alla Biennale di Venezia, che Jorge Piqueras si impose all’attenzione dei critici più attenti. Nella piccola sala del Perù, accanto alle opere di Emilio Rodriguez, Piqueras esponeva una piccola serie di
dipinti che, pur in uno spazio ristretto, ben rappresentavano il suo sorprendente mondo figurativo. In quell’occasione scrivevo sul catalogo dell’esposizione che era mediante il controllo rigoroso degli effetti cromatici, resi squillanti dal contrasto con i toni scurissimi, opachi o lucidi, chel’artista ottiene il suo primo scopo : quello di dare all’osservatore una sensazione di slittamento del tempo-spazio « abituale », e cioè dalla dimensione in cui opera la grande massa della pittura e della scultura d’oggi.
Piqueras dunque gioca grosso. Comincia, come tutti i pittori di razza, a ridiscutere tutto il mondo visivo e culturale di oggi. Qualcuno ha voluto trovare in lui ( ancheper questa sua concezione artistica, implacabile nella sua coerenza) le tracce dell’origine peruviana e quelle di una derivazione « folkloristica » sud-americana che si avvertono anche in Wilfredo Lam, in Matta o in Tamayo. Non voglio qui discutere sull’evidenza o meno di un’estrazioneculturale. Indubbiamente Piqueras ha pagato all’origine qualche tributo al mondo figurale peruiano, ma vederne anche oggi qualche traccia mi sembra problematico. La disposizione di certe forme geometriche è vagamente vicina al geometrismo preincaico e incaico, pieno di sottintesi, ma tutte le forme geometriche appaiono piene di sottintesi. Oggi che l’informale, bruciandosi, ha saputo ridare la gioia dell’analisi delle materie pittoriche, e che da oltre Atlantico giungono i prodotti dei pittori « beat » in piena rivolta contro i simboli ottici di una civiltà automatica, la pittura di Piqueras, prodotto di una fantasia sconcertante, affatto drammatica, deliberatissima, appare di estremo interesse per la sua « inattualità », per la sua indipendenza dalla cronaca, per la sua sostanziale storicità. Il fondo opaco dei suoi dipinti (che è nero, o rosso, o bianchissimo come in certe sue recenti opere) va considerato come un non tempo, una rottura o una specie di zona neutra le e dissociante, sul quale il pittore crea la sua composizione, che è allo stesso tempo pitto rica e teatrale.  Ogni opera di Piqueras è dunque un mo mento di un «tempo » a noi ignoto, su scala più grande della nostra ( direi « cosmica » se la parola non fosse abusata dopo le imprese dei signori di Cape Canaveral), e i bordi del quadro non arrestano la composizione, che rivive nella successiva.Se vorremo limitarci alla singola opera, dovremo ammettere che questa di Piqueras è pittura, pittura>. (Bruno Alfieri)

Il Figurastratto

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Asta 2295 Mercoledì e giovedì prossimo alla Meeting art.  Florilegio di senza riserva. Cogliere l’attimo di artisti defilati. E’ il caso del lotto 69.  Angelo Cagnone che Mantova eum genuit si porta in palmo di mano come uno dei suoi artisti di vaglio. Nel 2008 una grande mostra alla Casa del Mantegna a ripercorrere l’ultimo dei suoi cicli  (e chissà che l’opera in asta non sia proprio stata esposta in quella sede). Figurativo, ma anche astratto, autonomo sperimentatore, Angelo Cagnone è nato in Liguria nel 1941. Si è dedicato alla pittura dal 1961, senza alcuna frequentazione accademica, dopo il trasferimento a Milano. La prima mostra personale risale al 1965, alla Galleria del Cavallino di Venezia.Alcune sue opere vengono acquistate dal Museo Peggy Guggenheim, Da allora l’attività espositiva  sia in Italia che all’estero, documentando un continuo evolversi del linguaggio pittorico.