802/ Si chiamava Salvo

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196 SALVO Leonforte (EN) 22/05/1947 – Torino 12/09/2015
Un quadro coi fiocchi
olio su tela cm 40×40, firma e titolo al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.

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“Era nato in Sicilia, a Enna, nel 1947, ma era torinese sin da ragazzo. Aveva una curiosità febbrile e pura, oltre che coltissima, che lo portava a scoprire nelle pieghe di libri, musica e film l’infinito mistero della vita. La sua figura di artista internazionale è sempre stata connotata da un percorso autonomo rispetto a definizioni e appartenenze, senza però alcuna eccentricità. Salvo aveva debuttato alla fine degli anni Sessanta, outsider dell’Arte Povera, con grandi amicizie storiche, per esempio con Sol Lewitt, e vicino soprattutto al concettualismo internazionale.

Con un coraggio formidabile, andando contro l’ideologia politicizzata che anche l’arte viveva in quel momento, negli anni Settanta aveva deciso di tornare alla pittura. Aveva cioè scelto la forma considerata più borghese e reazionaria, il pittore da atelier. E questo ne fece un modello per tanti giovani artisti che dagli anni Ottanta tornarono anche loro a dipingere. Il suo immaginario era un mondo dalle forme forti ed evocative, dai colori netti e pieni, sospeso tra realtà e onirismo, tra classicità e contemporaneo. Primitivismo italiano, architettura, Paolo Uccello, cubismo, surrealismo, metafisica ma anche set cinematografici e linguaggio letterario si fondevano in uno stile inconfondibile. Una sottile inquietudine sovvertiva sempre la calma apparente e razionale delle sue composizioni, la stessa che vibrava nelle sue lapidi anni 70, dove incideva semplicemente “Io sono il migliore”, o ancora prima, nei suoi autoritratti in forma di collage fotografici.

Oggi alle 10.30 l’addio a questo artista che era soprattutto un intellettuale, insieme a Cristina, la ragazza che aveva sposato cinquant’anni fa, come diceva lui, e a Norma Mangione, la figlia gallerista che continua la tradizione di famiglia”.

(Da Repubblica del 13 settembre 2015, il giorno dopo la morte dell’artista)

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Si può tentare di immaginarsi cosa significasse essere artista professionista (e in carriera), negli anni Settanta per capire cosa comportasse  riprendere il filo di una tradizione classica, quella della pittura di figurazione rispetto alla non pittura dominante,  basata sulla pretesa più o meno giustificata di ripartire da zero avviando l’anatomia del colore, del supporto e del concetto. Per essere ribelli e innovatori in quella temperie significava probabilmente dover  ripartire da un altro zero.  Giotto, Piero della Francesca, Cosmè Tura, Duccio da Buoninsegna: sono i nomi che Salvo Mangione incide su una delle sue Lapidi realizzate agli inizi degli anni Settanta, opere ispirate alla più pura filosofia dei poveristi. Ma era già lì in quei nomi il segreto di una nuova svolta. Salvo Mangione aveva già in testa cosa avrebbe dipinto di lì a poco. Poesia e colore. Paesaggi da toni luminosi che sono quelli che hanno reso Giotto il pittore iconico per eccellenza. Ma per Salvo tornare a Giotto era un ritornare al futuro, indicando ai rottamatori della pittura cosa avrebbero trovato. Dopo la pittura, altra pittura.

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