Archivio mensile:novembre 2015

802/ Nigro

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18 MARIO NIGRO Pistoia 28/06/1917 – Livorno 11/08/1992
Senza titolo, (anni ’50) olio su carta applicata su tela cm. 99,5×70, firma in basso a destra, certificato allegato della Farsetti Arte (PO) con documentazione fotografica, opera registrata presso l’Archivio Mario Nigro al n° SDOSC1

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Asta 802. Da sabato alla Meeting Art. Ed è subito Nigro. Mario Nigro.

(dalla biografia di Mario Nigro, dal sito curato dal figlio Gianni) <I primi Anni Cinquanta lo vedono sereno. Ma non troppo. Lavora come Farmacista, presso gli Spedali Riuniti di Livorno ma appena può corre a casa a rimettersi a dipingere. Oppure va al mare, con la famiglia. E con il figlio Gianni, che segue con la massima attenzione ogni gesto compiuto dal babbo.   Alla mattina si alzava con molta, moltissima calma. Di andare a lavorare all’ospedale non ne aveva una voglia furibonda. Amava traccheggiarsi, magari giocherellare un po’ con il figlio, oppure scendere nell’orto a dare una mano al padre, che era in pensione e si dedicava a pomodori e radicchio.   Ma alla fine il senso del dovere (o della necessità economica) prevaleva, e Antonio Mario Nigro, da tutti chiamato preferibilmente Mario o Mariolone (non era per niente alto di statura ma i nipoti lo chiamavano lo zio Mariolone per la notevole (per quei tempi privi di anabolizzanti) massa muscolare dovuta ai vari sport a cui si era dedicato ai tempi dell’università, prendeva la bicicletta, una vecchissima e sgangherata bici da passeggio e usciva. A volte Gianni si catapultava giù al portone per salutarlo e per guardarlo allontanarsi fino a sparire là, in piazza Roma, all’incrocio tra piazza Roma e via Mameli, in direzione dell’Aurelia.   Così si consumavano gli Anni 50 della loro famigliola, ma non era tutta pace e serenità. La tensione, la voglia di tornare a Milano si ingigantiva, nella sua mente. Era un consapevole conoscitore dei propri mezzi e nulla ormai avrebbe potuto ostacolarlo dai suoi piani: i soldi li avrebbe ricavati dal licenziamento dall’ospedale, un certo giro nell’ambiente artistico milanese ce l’aveva già. Avrebbe solo dovuto vincere le resistenze della moglie, che di andare via da Livorno e dal mare non ne voleva neanche sentir parlare, e della madre, che avrebbe visto partire un altro figlio, visto che a Milano c’era già un fratello maggiore di Mario, che faceva l’assistente al Politecnico>.

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 Spazio totale, nei lavori fra il 1953 e la prima metà degli anni Sessanta , Nigro sperimenta la sua quarta dimensione, quella che porta l’astrazione a dialogare con la relatività, Scrive: <spazio totale’ non è da confondersi con la quarta dimensione, che al più può assumere un valore letterario. Lo ‘spazio totale’ invece è solo riferibile ad un’espressione astratta e alla scienza relativistica che è capace di regolare e giustifica, i rapporti degli elementi compositivi . L’opera in asta segna un punto di passaggio decisivo, Dalle scansioni ortogonali bianche e nere, la cui genesi è direttamente riferita alle griglie  di Piet Mondrian,  Nigro  passa a  un richiamo diretto alla poetica del Futurismo, attraverso la moltiplicazione dei piani di lettura delle superfici e le scelte di variazione cromatica. In questo stesso spazio, è inoltre possibile leggere il processo creativo che lo porta a una originale elaborazione del linguaggio astratto costruttivo. La sua complicazione percettiva è ritenuta fortemente anticipatrice rispetto ai suoi contemporanei.

Fontana, prima del taglio…( o dopo?)

 

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383 LUCIO FONTANA Rosario Santa Fe’ (Argentina) 19/02/1899 – Varese 06/11/1968
Studi, 1944
china su carta cm 30,6×21,5; firma e anno in basso a destra, opera registrata presso l’Archivio Lucio Fontana come da n° 2727/4 su foto, certificato per Garanzia e Provenienza della Galleria Poleschi (MI) allegato.
Bibliografia:
-“Lucio Fontana, catalogo ragionato delle opere su carta”, Tomo I, a cura di L.M. Barbero, Edizioni Skira (MI), 2013, pagina 403, rif. 44DF6.

 

Un lotto da prendere, se il possesso di un’opera d’arte significa anche l’acquisizione di una verità creativa di un artista. Lucio Fontana ne svela una , non marginale, attraverso questa china su carta. E’ del  1944. Fontana ha viaggiato e molto  tra l’Italia e l’Argentina. Nel 1928 era tornato  a Milano e aveva ripreso gli studi all’Accademia di Brera; nel 1930 partecipa alla Biennale di Venezia. Sempre nel 1930, alla Galleria del Milione, Fontana organizza la sua prima mostra personale.

E’ in questa mostra che Fontana propone una scultura di profonda rottura con il “Novecento”: l’Uomo Nero. Oltre Corrente (a cui si era avvicinato),  fuori da Corrente e da ogni altra percezione di forma scultorea. Fontana rompe, spacca, lacera il tessuto artistico e i critici non sanno più dire se il suo è primitivismo o altro ancora. L’Uomo Nero.

Figure e profili che cercano nuovo Spazio in cui muoversi. Nel 1939 , Lucio è comunque presente nella seconda mostra di Corrente.Entrano, intanto, nella sfera dei suoi interessi prima Archipenko (il grande scultore russo che indagò il rapporto tra forme plastiche e spazio circostante) , Maillot e più tardi Zadkine, con molta libertà però.  Cubismo e after cubismo o anche trans cubismo , volumi che si scompongono e ricompongono  come nell’opera che è ora in asta alla Meeting art (asta 802, domenica 6 dicembre) Nella primavera del 1940 Fontana ritorna di nuovo in Argentina che lascia definitivamente per Milano all’inizio del 1947.

1944. Dunque. La china di Fontana alla Meeting Art. E il dubbio cresce: e se prima del taglio Fontana avesse già ipotizzato cosa si vedesse dopo?  Forme, nuovi corpi. Sogni. Nel dubbio acchiappate il lotto.

Gianni l’aerodinamico

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Lo ricorda bene il Gianni. E lui ricorda gli anni della Bertesca a Genova perchè come ha dichiarato in una intervista  a Exibart <feci una mostra e  riuscii a fargli comprare dei lavori e ad essere pagato, cosa che non accadeva quasi mai>. L’uomo che pagava i quadri dice adesso che Gianni Piacentino è un genio. Lo dice avendo conosciuto da vicino <poveristi>, <concettuali>, <analitici> e fluxxanti. E io gli credo. Come credo che si debba prima o poi afferrare una sua opera (ed è per questo che la evoco in un post del mio blog dedicato a opere all’incanto).

Di un genio si colgono gli attimi, non avendo gli strumenti giusti per valutarne l’intera sua produzione. Ed io colgo un attimo, quello proprio della mostra fatta a Genova nel 1968 in cui era esposta anche l’opera nella foto (tratta dal sito dell’artista) . Da lì in poi Piacentino passerà dalla forma pura alla forma della velocità.  E lo farà per un moto di protesta contro chi (i colleghi dell’Arte Povera) si doveva confrontare, nelle mostre, con gli  affilati e spaziali profili dei lavori di Piacentino .  Non era facile accettarne l’ingombro culturale. Lui non è Arte Povera, nè concetto, ne pop art, nè altro. E non è neppure un futurista. Lui è uno che, in quel momento,  per staccarsi dalla monotonia del fare arte,  nel 1968 ha iniziato a riparare  una moto ed ha così metabolizzato quanto rumore e sfilare di vento ci sia in una forma . Era quella la sua nuova idea. La forma della velocità. Nel 1968 Piacentino diventa aerodinamico e da lì in poi (quasi) inafferrabile. Da prendere al volo.

Kostabi un milione di anni fa

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19 MARK KOSTABI Los Angeles 27/11/1960
Surreal aerobics (metropoli), 1993
olio su tela cm 61×41, firma e anno in basso a destra, titolo, firma e anno al retro, dichiarazione d’autenticità e dedica dell’artista ad personam su foto.

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Domenica 22 novembre dalle 10 asta mostra con opere di Mark Kostabi. Non è facile parlarne. O è troppo facile. Il suo gioco d’artista si è dilatato troppo sino a rendere evanescente il punto d’inizio, moltiplicando in modo seriale quelli d’arrivo. Eppure c’era vita su Marte…lo dimostra quest’opera in asta. Certo, Kostabi nel 1993 aveva già messo in piedi la sua catena di montaggio, ma dialogava ancora sul piano creativo e personale con Bay e Cucchi oltre che con Arman e Finster. Surrealismo e metafisica, inzuppati nella Pop Art: un mix ancora gradevole…