Archivio mensile:settembre 2016

Guttuso, drappo rosso trionferà

 

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Natura morta con drappo rosso, 1942 Olio su tela, cm 110×81 Varese, Fondazione Francesco Pellin © Renato Guttuso by SIAE 2016

 

Dal 16 settembre al 18 dicembre 2016, le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia ospitano una mostra dedicata a Renato Guttuso, uno dei più significativi rappresentanti dell’arte italiana contemporanea.

Orari Dal lunedì al venerdì: 10.00-13.00/14.00-19.00
Sabato, domenica e festivi: 10.00 – 20.00
(La biglietteria chiude un’ora prima)

Biglietti
Intero: 12,00 euro
Ridotto: 10,00 euro
Ridotto studenti Università di Pavia: 9,00 euro
Audioguida inclusa nel prezzo
Scuole: 5,00 euro

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Nel quadro c’è il cranio dell’ariete, che gli era stato regalato da un combattente comunista della Guerra di Spagna e da quel momento usato da Guttuso come simbolo criptico di un’appartenenza negli anni della censura e della dittatura, poi c’è il drappo rosso che non aveva bisogno di troppe retro-letture, ma soprattutto ci sono le Cose. Gli oggetti comuni che il pittore trasformava in Cose, in grado di assorbire cioè tutti i vissuti che le avevano viste e toccate. La mostra che si è aperta a Pavia racconta il Guttuso delle Nature Morte, rese passionali e vivide. Forse, è stato detto, è questa la prima mostra di un nuovo percorso  critico e non solo per riportare un maestro della figurazione al piano di valore assoluto che, piaccia o no, gli va riconosciuto. E tanto per chiarirci a me Guttuso non piaceva (l’imperfetto è una condizione temporale che apre la porta del dubbio futuro di revisione critica personale). Forse la mostra di Pavia un campanello in questo senso me lo fa suonare.

A lato (sotto la tutela degli Archivi Guttuso) alcune delle opere in mostra.

Ecco, infine un estratto del testo a catalogo scritto da Fabio Carapezza Guttuso, presidente degli Archivi Guttuso:

“Entrare nello studio di Renato Guttuso comunicava un’idea di disordine nel quale libri, giornali, tazzine di caffè, posacenere pieni e ancora fumanti, boccette d’inchiostro aperte, pennini intrisi di china erano affastellati sui tavoli, sulle sedie, sulle molte librerie; a terra erano accatastati, spesso con la parte dipinta rivolta verso il muro, tele di varia dimensione. L’artista non nutriva per gli oggetti un rispetto sacrale ma tendeva a non modificarne l’ordine, o sarebbe meglio dire il disordine, con cui li aveva sistemati quando aveva preso
possesso dell’ambiente, salvo “oscurarli”, talvolta parzialmente, per sistemare nuove cose, che spesso gli regalavano. Un’opera di un amico, una poesia incorniciata, un paio di bolas, un vaso di fiori di plastica sembravano ribaltare la precedente stratificazione mentre invece sedimentavano, sotto l’occhio attento dell’artista. Gli oggetti rappresentavano una proiezione di sé, attraverso la quale aumentava il senso di appartenenza alle stanze in cui aveva trovato ospitalità per dipingere e, fino agli anni cinquanta, anche per vivere.
Le sue peregrinazioni da uno studio all’altro erano caratterizzate da traslochi veloci: una coperta a strisce di seta, una sedia impagliata, un calamaio appartenuto al padre, un piccolo tagliacarte e naturalmente pennelli, carboncini, colori, oltre agli arnesi indispensabili per sistemare le tele che, da antico maestro, preparava da sé. I pennelli e le matite si mischiavano ai poveri oggetti domestici, il thermos, un piccolo fornello elettrico,
un tegamino, un fiasco, indispensabili all’artista per badare a se stesso. “Il posto dove si lavora non si progetta, si aggrega e si compone da solo. È sempre come se si fosse appena
fatto trasloco. Non ho mai organizzato oggetti da dipingere. Ho sempre dipinto le cose che mi stanno intorno.Io ho un rapporto con le cose con le quali vivo. Un rapporto diretto semplice. Che cerco di trasmettere quandofaccio un quadro. Gli oggetti si promuovono da soli. Si eleggono da soli come preferiti. Se poi uno spariscequasi ne soffro. E poi più cose hai, meglio stai, ti senti protetto in trincea. Tanto poi finisco sempre per lavorare
in due metri quadrati. Se non ci sono quadri grandi da fare, ma in questo caso sono loro che comandano.”

L’uomo della diagonale

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512 GIANFRANCO PARDI Milano 30/03/1933 – Milano 02/02/2012 Diagonale, 1982 smalti e acrilici su tela cm 140×100, firma, titolo e anno al retro, conferma d’autenticità dell’archivio Pardi su e-mail allegata, opera registrata con il numero 01/2016 presso l’Associazione Culturale Gianfranco Pardi come da dichiarazione su foto e certificato allegato, opera priva di cornice. base d’asta: 4.000 € stima: 8.000/10.000 €

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(dal sito della Fondazione Marconi): “A proposito delle Diagonali dice l’artista: tutti questi quadri hanno in comune, insieme al titolo, “Diagonale”, una specie di trama predisposta – un sistema appunto di intersecazioni diagonali – come una griglia topografica sulla superficie della tela, aperta a differenti soluzioni di percorso”.  Curioso… nel mezzo del cammin di sua vita (alle soglie dei 50 anni) Pardi inizia a tracciare diagonali. O forse le ha sempre tracciate, da grande architetto  quale era,  per i suoi progetti senza dare però un valore oggettuale a quella linea che si chiama diagonale per l’orientamento che le viene imposto. Ad un certo punto è la diagonale a prendersi il centro della scena. E noi, davanti al lotto di sabato 17 settembre, a chiederci il perchè.

Spazio, ultima frontiera

Sarà che ho negli occhi nature morte (una imminente mostra a Pavia su Guttuso di cui vi racconterò nei prossimi giorni). Sarà che ho deciso, dopo i recenti passaggi su Sky Cinema, che Star Trek si beve Star Wars (e ha fatto male J. J. Abrams a saltare la staccionata). Sarà per tutto questo che, scorrendo i lottoi dell’asta 812 di sabato 17 settembre, mi pento e mi dolgo di non aver postato prima a dovere del 518. Un Mario De Luigi da spazio ultima frontiera, ecco i viaggi dell’astronave Enterprise alla ricerca di nuovi mondi, là dove nessun uomo è giunto prima. Lui però sì. Sei anni prima aveva firmato il manifesto dello Spazialismo, tre anni prima aveva portato in Biennale i suoi graffi che sono traccianti luminosi nella notte del Cielo. Leggo: “La luce è concepita come un valore strutturale, non dipinta ma creata all’ interno del dipinto mediante segni incisi sulla superficie pittorica. E’ questa la tecnica del grattage che caratterizzerà tutta la sua futura produzione artistica, e che appare ben definita nelle opere esposte alla Biennale di Venezia nel 1954, chiamate Motivi sui vuoti”.
Siamo nel 2016, ma questo De Luigi è troppo avanti (e il prezzo, ahimè non mi consente di portarlo indietro a casa mia)

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518 MARIO DE LUIGI Treviso 21/01/1901 – Venezia 27/05/1978 G.N. 102, 1957 grattage nero su tela cm 80×80, opera non firmata, titolo, anno, etichetta e timbro della Galleria d’Arte Del Cavallino (VE) al retro. Esposizioni: -De Luigi Palazzo Raela Milano Marzo/Aprile 1975 Bibliografia: -De Luigi Palazzo Reale Milano Guido Ballo, Bruno Zevi, illustrato a colori e in bianco e nero alla tavola n.8.

Matino, no?

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486 VITTORIO MATINO Tirana (Albania) 17/02/1943 Senza titolo, 1985 acrilico su tela cm 175x75x3,5; firma, anno e timbro dell’artista al retro, opera priva di cornice

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Base d’asta: 3mila. Ancora nessuna offerta per il lotto in asta sabato 17 settembre a Meeting Art. Guarneri sì. Matino, no?

Vittorio Matino: nato a Tirana nel 1943, dove il padre militare risiede con la famiglia, si trasferisce a Schio, nel Veneto, col precipitare della situazione politica in Albania. Risalgono all’inizio degli anni sessanta i suoi esordi pittorici. Da una pittura espressionista a tema sociale, Matino passa progressivamente all’astrattismo. Sue esposizioni si tengono in Italia, in Europa – soprattutto in Francia, dove trascorre lunghi periodi – e in America, dove, dal 2002, espone regolarmente a New York. Vive a Milano e a Nizza.

Boom Boom Baj

 

Finalmente segnali dal futuro per un gigante del nostro passato d’arte contemporanea…

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394 ENRICO BAJ Milano 31/10/1924 – Vergiate 16/06/2003 Demoiselle avec son petit chapeau sur les yeux, 1959 tecnica mista, collage e applicazioni su tela cm 50×60, firma in basso a destra, firma ed etichetta Studio d’Arte Condotti, 75 (Roma) al retro, dichiarazione d’autenticità Elite Shopping allegata. Bibliografia: -“Catalogo Generale Bolaffi delle opere di Baj”, a cura di Enrico Crispolti, Bolaffi Editore (TO) al numero 656, pagina 104. base d’asta: 8.000 € stima: 14.000/16.000 €

 

AGGIUDICATO: 29mila

Una risposta che mi piace (io tifo per Baj anche se non ho nulla,ahime di suo) al quesito che ponevo un paio di post fa:

B, come Baj. Il Godot del mercato. Cinque lotti in asta (di cui, il 394 storicissimo). Tutti a predire un destino “estroflesso” (ovvero con quotazioni avvicinabili a quelli di Castellani, Bonalumi, almeno Simeti) e, invece, un galleggiare di quotazioni nella fascia medio alta di prezzo (dai 10 ai 50mila euro) che scoraggia il piccolo-medio collezionista in assenza di chiari segnali dal futuro. C’è la storia, c’è la dimensione internazionale, c’è il genio: chi ti frena Enrico?

Non fermarti Enrico…

Ronda di giorno

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Angelina Frozen, 2010 plastic + foto cm 50×50, firma, titolo e anno al retro, certificato di archiviazione opere di Omar Ronda su foto.

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Domenica 11 settembre dalle 10 Bda sarà ospite del salotto mattutino di Meeting Art con gli artisti Omar Ronda e Camillo Francia. Ronda, in realtà, dagli anni Ottanta si è posto obiettivi che travalicano quelli tipici dell’artista: fare opere, fare mostre, fare mostre, fare opere e nel mezzo fare mercato. Ronda che ha conosciuto, per professione e vocazione, il mondo dell’arte che fa mostre e dell’arte che fa mercato, punta il dito verso la Luna non fermandosi, però, a osservare compiaciuto la forma del piccolo arto. La Luna è l’obiettivo, ovvero un Sistema dell’arte che comunichi l’esistenza di una propria dimensione pratica e filosofica. Non un mondo disconnesso, ma connesso con gli altri mondi senza esserne prigioniero gravitazionale.

Non basta però voler arrivare sulla Luna, bisogna saper viaggiare e soprattutto progettare l’astronave. Per Ronda il viaggio è la ricerca del Dna della modernità. le icone del tempo e la materia del tempo. Una materia-icona soprattutto: ovvero il petrolio con le sue decisive ed epocali trasformazioni. Ed è così che Ronda maneggiando intellettualmente la plastica, che è la massima sublimazione pop di quella trasformazione, ha trovato le radici creative e pratiche di una materia condivisa per il suo sistema-arte. L’arte è già lì, nella scoperta elaborata.

Credo che sia proprio per questa sua contemporaneità e al tempo stesso storicità che Harald Szeemann non ha avuto dubbi nel credere nel progetto di Ronda per la Biennale del millennio, quella del 2001, Platea dell’Umanità. Diceva Szemann: “La Biennale come piattaforma che offre una vista sull’umanità”. Ronda non propone,infatti,  solo la sua arte pura e singola, ma coinvolge altre menti e altre mani per fare gruppo (la Cracking art), perchè quell’idea non è vincolabile a una sola sperienza, quel progetto d’insieme ha i canoni della coralità. Una sinfonia più che un ritornello da ripetere sulla tela.

Ronda oggi. Ronda di giorno. Esplorazione continua. La nascita a Biella del Macist (il Museo d’arte contemporanea internazionale senza tendenze), il legare questo nuovo progetto alla lotta contro il cancro (la negazione del viaggio umano). E poi, appare questa Angelina Jolie che morde la fragola della passione, raggelata e immersa in un derivato del petrolio . L’icona prigioniera che si fa  liberatrice al tempo stesso. Omar Ronda è cosa così. Un sistema. Non solo un artista.

Shirin

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330 SHIRIN NESHAT Qazvin (Iran) 26/03/1957 Rapture series, 1999 fotografia a colori cm 55,9×75,6; (parte visibile cm 37×57), edizione 34/35, firma, titolo, anno, tiratura ed etichette Christie’s e Galleria Meridian Fine Art (New York) al retro. base d’asta: 3.000 € stima: 6.000/7.000 €

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La mia idea di emozione, credo si intuisca in Unveiled o Women of Allah . In questa serie di opere non ho cercato di entrare in merito all’aspetto politico del velo, ma piuttosto alla sua poetica, che era il campo che veramente mi interessava sin dall’inizio, l’idea di provare a guardare oltre la superficie. Per esempio, come fà una donna a relazionarsi con i mutamenti del mondo esterno quando c’è un velo tra lei e il mondo? Come il velo separa il privato dal pubblico, l’interno dall’esterno? Come un semplice pezzo di stoffa è realmente capace di dettare e imporre una tale limitazione su una persona? Io ero molto interessata all’idea di visibile e invisibile, e anche come, alla fine, una donna può esprimere se stessa nonostante una tale limitazione”. (Da Virus, del 14 novembre 1998)

Bionda da sballo

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693 MARIO BIONDA Torino 1913 – Penango (AT) 1985 Immagine Frontale, 1962 polimaterico su tela cm 73×92, firma e anno in basso a destra, titolo, firma, anno ed etichetta Galleria Il Castello (Mi) e Studio Gariboldi (Mi), opera registrata presso l’Archivio Generale delle Opere di Mario Bionda a cura di Hedwig Schumacher Bionda c/o Prospettive d’Arte (Mi) come da dichiarazione su foto. base d’asta: 3.000 € stima: 6.000/7.000 €

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E se fosse semplicemente questo il lotto per cui, un piccolo-medio collezionista con un budget da piccolo-medio collezionista, ma con la libertà di giudizio da alto e assoluto collezionista (ovvero libero dai vincoli delle mode di mercato e di fantastiche rendite future)dovrebbe puntare nell’asta 812 di Meeting Art? Il dubbio me l’ha messo Kolla che giudica questo lavoro di Mario Bionda “pittura che scava nell’anima”. Credo che abbia ragione.

Bionda è considerato un artista che ha sfidato, negli anni sessanta, la furia orgiastica dell’informale con il rigore di chi non fa pittura per gioco e per pura professione (il suo non è un gesto istintivo, ma un gesto che non è mai lasciato al caso). A 17 anni esponeva alla Biennale, adesso il ricordo di un grande artista passa anche da questo blog e da chi lo arricchisce…(grazie Kolla!)

Mario l’evanescente

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256 MARIO RACITI Milano 19/04/1934 Mistero, 1994 tecnica mista su tela cm 70×100, firma, titolo e anno al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto. base d’asta: 3.000 € stima: 7.000/8.000 €


“Titolo: Mistero. Mistero degli spazi sotterranei (dei nostri spazi sotterranei); Mistero dell’alto che tace, Mistero che richiamava vivi nell’Ade. Mistero dei passaggi dall’una all’altra riva, dei silenzi, dei sommergibili svaniti, dei loro periscopi, dei vuoti, delle sonde e delle perle nere, delle insidie dell’eros, delle pescatrici e delle mine, delle aure e dei siluri, Mistero dei cordoni ombelicali e dei viaggi, del segno che condensa e disfa, del colore dei luoghi ultimi, del nostro canto sospeso, larve del nostro domani”. Mario Raciti descrive così il ciclo di opere a cui appartiene il dipinto che andrà in asta alla Meeting art di Vercelli, sabato 10 settembre. Raciti dipinge imperterrito i suoi misteri, fregandosene di mode e mercati. Non è poco…


Intanto gli amici galleristi-chef hanno iniziato a inviarmi alcuni suggerimenti sul menù delle prossime due tornate d’asta di sabato 10 e domenica 11.