A lezione di entropia

…perchè ci sono incontri che ti cambiano la vita. Troppo, così? Ho esagerato con la densità d’incipit? Attivo un registro relativizzante e lo scrivo così: ci sono inconti che ti aiutano a capire meglio a cosa servano le astrazioni di pensiero siano esse sotto la forma eterea di poesia, creatività o modello matematico. E riparto da qui. Anzi da Verona. Art Verona. Riparto idealmente dallo stand della Galleria PoliArt contemporary di Milano (empatico il titolare, Leonardo, come, per me, deve essere empatico  chi vende e propone arte: senza strilli, ammiccamenti ruffiani. Sguardo sincero, passa e vai…). Sulla parete dello stand, fronte il mio ingresso, ecco quest’opera…

 

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…è di Paolo Conti che, come leggo nel sito della Galleria “Nel 1971, con la serie dei Prigionieri, Conti lega ritagli ferrosi in grezze scatole di legno, anticipando, come ha sottolineato Gabriella Belli, una sensibilità poverista, foriera di sviluppi in Italia e in Europa. Ma già nel 1972 con la grande personale a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, curata da Renato Barilli, sono esposti i Galvanizzati, lamiere trattate con bagni galvanici, in cui le opere indagano spietatamente l’alienazione conformista della contemporaneità. Le forme di Conti, che sono per l’artista lo strumento di conoscenza artistica, il potere dell’arte, assumono sempre di più un carattere di attraversamento di domini diversi, dalla luce/ombra, alla superficie, alla plastica sia su parete che d’ambiente…”.

Di Conti avevo già trattato sul blog il 22 aprile 2016 per un lotto che andava in asta. Ho riletto quel post e ho sbagliato il tiro libero (faccio citazioni baskettare perchè questo ambito d’arte ha avuto radici esistenziali sul parquet). Là facevo incrociare il riutilizzo da parte di Conti,  di materiali industriali con il bisogno di lotta concettuale da parte degli artisti negli anni Settanta. Non era proprio così. Le cose cambiano, quando le vedi meglio o te le fanno vedere meglio.

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Questo è Paolo Conti (ospitato dalla Galleria Poliart di Milano)

“Non è possibile che un fisico non conosca Mondrian e un artista non sappia nulla della seconda legge della termodinamica. E io infatti mi occupo di entropia”. Conti esordisce in questo modo con l’opera alle spalle (venduta un attimo prima). Ed è sorprsa: mi spiega un po’ di fisica (che al liceo era la mia bestia nera) in uno stand di ArtVerona: lui che è artista, ha giocato da campione a Basket e si è laureato in economia. Entropia ovvero e cito (sono solo laureato in lettere): “Funzione di stato termodinamica, il cui aumento di valore è un indice della diminuzione dell’energia associata al sistema, e quindi dell’aumento di energia degradata, o anche di disordine”. Entropia: l’energia dispersa, in uno stato di disordine. “Gli scarti industriali _ spiega Conti _ sono un chiaro esempio di entropia. Non sono serviti per indirizzare l’enegia nella forma di un oggetto d’uso. Restano dispersi, nel caos”. E lì, in quel caos, che interviene Conti che da anni li utilizza,  abbassando così concettualmente il livello di entropia che, prima o poi, porterà al collasso l’Universo. Conti, negli anni Settanta, inizia il suo percorso di viaggiatore entropico. Prende gli scarti e lascia che le forme dialoghino tra loro. Ciò che ottiene è così una rappresentazione dell’entropia, una non-forma secondo i nostri parametri visivi e di pensiero, ma una forma che il mondo della fisica fatica a pensare.”Tanti fisici sono stupefatti della mia operazione” aggiunge Conti. Una delle ultime tappe del suo lavoro sono gabbie spaziali che trattengono le forme entropiche, le costringono a rivelarsi a noi che,  soprattutto di lunedì mattina, non possiamo scorgere i bagliori delle nevi da guerra in fiemma davanti ai Bastioni d’Orione.

per saperne di più:

http://www.archivioconti.it/home

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