Archivio mensile:ottobre 2016

816/Il segno di Bice

012016010968
12 BICE LAZZARI Venezia 15/11/1900 – Roma 13/11/1981 Misure e segni, 1964 tecnica mista su carta cm 18×23, firma e anno in basso a sinistra. base d’asta: 500 € stima: 1.500/2.000 €

(dal sito della collezione Peggy Guggenheim): “...Dalla fine degli anni ’50 al 1963 si accosta all’informale e abbandona nel frattempo i colori ad olio per approfondire l’applicazione di altri materiali come colle, sabbie, tempere e più tardi acrilici. Nel 1964 l’artista riparte da zero, rinunciando alla materia e al colore per esprimersi con i mezzi più semplici: spesso linee tracciate con la grafite su fondo monocromo. La serie di acrilici della fine degli anni ’60 e ’70 testimoniano l’ultima fase di un percorso di straordinario lirismo e modernità, che fanno di Bice Lazzari una delle più grandi interpreti dell’arte italiana del dopoguerra. L’artista muore a Roma il 13 Novembre 1981″. In asta sabato 26 novembre nell’asta 816 di Meeting Art a Vercelli.

E a lato una galleria dei lotti in asta nella 816 di Meeting art, di uno dei suo maestri: Mario De Luigi

816/Giubbe rosse, cuori caldi

012016010072
73 ROBERTO MARCELLO BALDESSARI Innsbruck (Austria) 23/03/1894 – Rovereto (TN) 1963 Dinamismo di forme “forme dinamiche 13°”, (1915) olio su cartone spesso cm 41,5×52, firma in basso a destra, opera registrata presso l’Archivio Unico per il Catalogo delle Opere Futuriste di Roberto Marcello Baldessari come da dichiarazione a cura di Maurizio Scudiero su certificato allegato con documentazione fotografica. base d’asta: 20.000 € stima: 36.000/40.000 €


Ci sono stato di recente. E mi sono venuti i brividi: Campari al banco, con i gomiti dove li appoggiò Marinetti prima di fare a botte con quelli della Voce, Soffici in testa. Guerra di futuristi. Fiorentini contro milanesi, poi tutti di nuovo insieme. Chi sono io per entrare in un bar come questo, dove nel 1914 arrivò a piedi quel pazzo strampalato, squinternato di Dino Campana per mostrare a Papini i suoi Canti Orfici. Papini abbozzò: quel bruto, psicopatico, allucinato poetastro di periferia toscana osava entrare in quel tempio laico vestito come un viandante e puzzando ancor peggio. Qui arrivò nel 1915, l’anno di questo quadro in asta alla Meeting sabato 26 novembre, Roberto Marcello Baldessari. Il padre gli è morto da poco, giusto il tempo di portare la famiglia a Firenze. Roberto Marcello sente parlare di quel bar in piazza Vittorio (oggi piazza della Repubblica), le Giubbe Rosse, dove si trovano i Futuristi. E lui ci entra. Perchè il Futurismo è cosa sua.

816 Coming soon

012016009833
89 BEN VAUTIER Napoli 1935 L’arte è la cosa più importante non bisogna fidarsi delle parole, 1993 acrilici su tela cm 30×40 e legno cm 5,5×40 trattenuti da catenelle totale cm 41×40,5; firma e anno al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista, etichetta e timbri dello Studio d’Arte Marco Fioretti (BG) su foto, entro teca in plexiglass.

…. poco da aggiungere al concetto. Parole a volte utili, però, purchè inserite in un corretto contesto comunicativo. Nel mio caso è questo: da domani inizia la perlustrazione dell’asta 816 di Meeting Art di arter moderna e contemporanea che scatterà per sei sessioni da sabato 26 novembre.

Galassia Morandini

012015006438
23 MARCELLO MORANDINI Mantova 15/05/1940 Pannello 460, 2005 disegno su legno laccato circolare diametro cm. 200×4, esemplare unico, firma, titolo, anno, dicitura “esemplare unico” ed etichetta dell’artista al retro, dichiarazione d’autenticità ed etichetta dell’artista su foto, opera priva di cornice.

Domenica 23 ottobre dalle 10, asta 2408 di Meeting art.

“...al di là delle facili categorie estetiche che possono essere usate per spiegre l’arte di Morandini, in qualche modo optical, in qualche altro programmata, essa in realtà le comprende tutte e tutte le supera perchè riesce a usarle e a non farsi usare da esse“. (Mariastella Margozzi, curatrice della mostra alla Galleria d’arte moderna di Roma 2014)

Emilio, che ti stanno facendo?

img-20160916-wa0002

 

Lo vendono a 20 mila euro e dicono che è un affare, perchè lo hanno già piazzato in asta a 40mila euro. Chissà…forse l’annullamento dell’opera che diventa solo un numero non gli dispiacerebbe. O forse sì. Certo che sì. Perchè per Emilio Prini, a detta di chi l’ha conosciuto bene, il sistema del mercato dell’arte non era un reticolo in cui  amava muoversi. Anzi, lui proprio spariva per evitarne il contatto che più che schifarlo lo lasciava indifferente . Lo spazio  dell’opera d’arte, invece, era una questione per lui dominante insieme alla percezione dello stesso da parte di chi si interfaccia con la creazione artistica. Un’esperienza di memoria fotografica e di narrazione (nella foto una sua installazione nel 1967 alla galleria Bertesca di Genova). 

A lezione di entropia

…perchè ci sono incontri che ti cambiano la vita. Troppo, così? Ho esagerato con la densità d’incipit? Attivo un registro relativizzante e lo scrivo così: ci sono inconti che ti aiutano a capire meglio a cosa servano le astrazioni di pensiero siano esse sotto la forma eterea di poesia, creatività o modello matematico. E riparto da qui. Anzi da Verona. Art Verona. Riparto idealmente dallo stand della Galleria PoliArt contemporary di Milano (empatico il titolare, Leonardo, come, per me, deve essere empatico  chi vende e propone arte: senza strilli, ammiccamenti ruffiani. Sguardo sincero, passa e vai…). Sulla parete dello stand, fronte il mio ingresso, ecco quest’opera…

 

1971-099-galv-ruota-della-fortuna-1971-255x135x5-zincato-iridescente

…è di Paolo Conti che, come leggo nel sito della Galleria “Nel 1971, con la serie dei Prigionieri, Conti lega ritagli ferrosi in grezze scatole di legno, anticipando, come ha sottolineato Gabriella Belli, una sensibilità poverista, foriera di sviluppi in Italia e in Europa. Ma già nel 1972 con la grande personale a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, curata da Renato Barilli, sono esposti i Galvanizzati, lamiere trattate con bagni galvanici, in cui le opere indagano spietatamente l’alienazione conformista della contemporaneità. Le forme di Conti, che sono per l’artista lo strumento di conoscenza artistica, il potere dell’arte, assumono sempre di più un carattere di attraversamento di domini diversi, dalla luce/ombra, alla superficie, alla plastica sia su parete che d’ambiente…”.

Di Conti avevo già trattato sul blog il 22 aprile 2016 per un lotto che andava in asta. Ho riletto quel post e ho sbagliato il tiro libero (faccio citazioni baskettare perchè questo ambito d’arte ha avuto radici esistenziali sul parquet). Là facevo incrociare il riutilizzo da parte di Conti,  di materiali industriali con il bisogno di lotta concettuale da parte degli artisti negli anni Settanta. Non era proprio così. Le cose cambiano, quando le vedi meglio o te le fanno vedere meglio.

20161015_150643
Questo è Paolo Conti (ospitato dalla Galleria Poliart di Milano)

“Non è possibile che un fisico non conosca Mondrian e un artista non sappia nulla della seconda legge della termodinamica. E io infatti mi occupo di entropia”. Conti esordisce in questo modo con l’opera alle spalle (venduta un attimo prima). Ed è sorprsa: mi spiega un po’ di fisica (che al liceo era la mia bestia nera) in uno stand di ArtVerona: lui che è artista, ha giocato da campione a Basket e si è laureato in economia. Entropia ovvero e cito (sono solo laureato in lettere): “Funzione di stato termodinamica, il cui aumento di valore è un indice della diminuzione dell’energia associata al sistema, e quindi dell’aumento di energia degradata, o anche di disordine”. Entropia: l’energia dispersa, in uno stato di disordine. “Gli scarti industriali _ spiega Conti _ sono un chiaro esempio di entropia. Non sono serviti per indirizzare l’enegia nella forma di un oggetto d’uso. Restano dispersi, nel caos”. E lì, in quel caos, che interviene Conti che da anni li utilizza,  abbassando così concettualmente il livello di entropia che, prima o poi, porterà al collasso l’Universo. Conti, negli anni Settanta, inizia il suo percorso di viaggiatore entropico. Prende gli scarti e lascia che le forme dialoghino tra loro. Ciò che ottiene è così una rappresentazione dell’entropia, una non-forma secondo i nostri parametri visivi e di pensiero, ma una forma che il mondo della fisica fatica a pensare.”Tanti fisici sono stupefatti della mia operazione” aggiunge Conti. Una delle ultime tappe del suo lavoro sono gabbie spaziali che trattengono le forme entropiche, le costringono a rivelarsi a noi che,  soprattutto di lunedì mattina, non possiamo scorgere i bagliori delle nevi da guerra in fiemma davanti ai Bastioni d’Orione.

per saperne di più:

http://www.archivioconti.it/home

Art Verona e ritorno

Fresco di gita a Verona alla prima mostra mercato della nuova stagione, vi dico come è andata (ma non fateci caso, sono solo fugaci apparenze). Cliccando sulla prima foto il viaggio ha più senso, forse.

Dariocolor

dariofo_mostra_pavia
—————————————————————————-

I colori. Il commiato a Dario Fo si sta concentrando sul teatrante, il letterato, il casinista, il rompiballe, l’incoerente, il demagogo, il gigante, il nano (tutto dipende dal punto di vista). Pochi trattano dell’uomo che dipingeva. Io, in questo piccolo anfratto, sì. Cliccando sulla foto vi rimando alla mia ultima intervista al maestro scomparso.

Santo Estro Maso

012016010974
22 GIUSEPPE SANTOMASO Venezia 26/09/1907 – 24/05/1990 Munadi, 1970 acquaforte su carta cm 100×70, esemplare 89/90, firma e anno in basso a destra, titolo, anno e dedica ad personam al retro. Attualmente a 150 euro

———

Asta 2407, martedì 18 ottobre. C’è un’acquaforte. Io spero proprio che sia quello che appare: ovvero una rilettura da grande artista di una forma dell’espressione d’arte, l’esrroflessione che doveva rappresentare l’azzeramento dell’idea di pittura. sanomaso gigantesco pittore se ne frega degli azzeramenti e di chi abbatte steccati per costruirne altri e sforna un foglio così. Due minuscoli ovali (ricordano chi?) in campo bianco zigrinato simulacro di una base pittorica ormai quasi dissolta. Munadi l’ha chiamata, la più bella delle acqueforti estro-pensate!!!