841/Bionda, elogio di un perdente

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19 MARIO BIONDA Torino 1913 – Penango (AT) 1985
Senza titolo, 1965
olio su tela 73×54 cm, firma e anno in basso a destra.base d’asta: 1.000 €
stima: 3.000/4.000 €

 

 

Si può metterla così: Mario Bionda ha sfidato Lucio Fontana e ha perso. Questo dipinto che va in asta alla Meeting Art sabato 17 marzo, ha, infatti,  una base d’asta che è mille volte più bassa di un pari misura firmato da Fontana. Mario Bionda nel 1956 firma con Costantino Guenzi e lo scrittore genialoide Ralph Rumney (marito della figlia di Peggy Guggenheim, il manifesto anti-estetico in cui si affermava: “Un quadro è generato da forze che coinvolgono, non è composto di forme che sconvolgono“. Ce l’avevano con gli Spazialisti e con il loro messia e precursore al tempo stesso, ce l’avevano con quella visione dell’arte che tende all’infinito a prescindere dall’opera che l’ha evocato quello stesso infinito (magari con un taglio o magari con fori da fine di Dio).  Fontana e affini ripartivano da un Grado Zero: si poteva farne anche a meno di tele, colori, cornici annesse.  Se cerchi la Luna non fermarti al dito, ovvero al pennello.

Certo, era pur vero che un taglio di per sè aveva bisogno di una tela intorno per poter essere venduto al miglior offerente (così come ogni pensiero creativo originale e  non può fare a meno di un supporto per poter essere portato nel gioco di ciò che ti pagano per quello che proponi). Ed è  forse questa la contraddizione della filosofia spazialista che Fontana e, soprattutto, i troppi affini si sono ben guardati dal risolvere (anche loro tenevano famiglia presente e futura).  Bionda la pensava invece, così, in tema di innovazioni estreme ed estranianti, spaziali e metareali: ” E’ inutile cercare valori nuovi: dobbiamo invece capire che non esiste un distacco tra la pittura di oggi e quella di ieri. I valori fondamentali pittorici sono immutabili: un quadro di qualsiasi periodo deve essere apprezzato rispetto a ciò che dice a noi oggi, in quanto l’unico metro che abbiamo è dentro noi stessi ed è calibrato su ciò che ci circonda“. Chiaro, no? La modernità di un’opera non è legata a chi la fa, ma a chi la guarda. . Solo che questa operazione di transfert tra oggetto d’arte e soggetto “guardante” può riuscire solo se l’opera ha la forza intrinseca di una comunicazione svincolata dall’anno, giorno e ora in cui è stata realizzata. L’operazione riesce se l’opera è bella (dentro) anche se vale mille volte meno di un portale temporale del grande Lucio…

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