Metti un Gost nel motore

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502 GIORGIO GOST [Salsomaggiore (PR) 06/04/1962] Stop The Time!, 2017 barattolo anni ’70 di olio motore con resina su tela visibile anche al retro 22x12x10 cm, entro teca in plexiglass 24×13,5×13 cm, firma, anno e tecnica al retro, dichiarazione d’autenticità e timbro a secco dell’artista su foto. senza riserva stima: 1.000/2.000 €

Non so se sia un grande artista, un artista medio. O un grande senza essere artista (cosa che vorrei essere anch’io, peraltro). Però  Giorgio Gost, il cui nome pur privato della h ha qualcosa di fantasmatico, m’intriga. Capperi se lo fa. E’ un accumulatore seriale, un fanatico delle capsule del tempo, un cercatore di quello che gli altri non cercano, uno convinto (ma dai) che gli oggetti sopravvivano ai ricordi e che, una volta estinti questi ultimi, ci si chiederà  cosa mai servissero quelle cose (sperando che non si arrivi a un punto in cui qualcuno forando la latta di questo lotto in asta domenica 17 marzo alla Meeting Art, provi a bere cosa c’è dentro, confondendola con una fantacola).

Bravo Gost perchè il suo lavoro di archeologo della modernità ha un senso compiuto definito, chiaro, lucido, liquido. Si capisce il senso, mentre, ad esempio, di tante cose d’arte il senso mi sfugge o non l’ho mai davvero preso. La dico meglio: mi diverte di più mettermi sulla scrivania questa lattina che tante contorsioni idraulico-concettuali dove l’artista si prende e ci prende per il culo a furia di rifare la stessa cosa che gli era venuta, la prima volta, come un inarrivabile , per gli altri, colpo di genio. Convinti di fare filosofia assoluta partorendo forme-pensiero, tanti grandi nomi hanno perso il senso del gioco. E dell’arte.

L’arte è un gioco: lo urlava, invano, Bruno Munari (anche più grande di Picasso se  il Pablo si fosse anche lui preso troppo sul serio). Lo ripetevano i Dadaisti, i Situazionisti, le anime più belle e pure del Fluxus. Gost c’è dentro fino al collo. E come un bambino, credo, si diverta a fissare per l’eternità le piccole e grandi cazzate che trova in solaio, in cantina, girando per i mercatini la domenica pomeriggio. Ed ecco spuntare così,  sotto un tavolo d’officina, tra stracci intrisi di morcia (intesa come liquidi untuosi raffermi) questa lattina. Che odora, ne sono certo, di scatarrate con i cinquantini, di sfrizionate con la Fiat127 del papà, di avventure su strade che non ci sono più. Strade senza posteggi strapieni, senza buche, dirette verso un dove che aveva ancora un senso. Eh, caro Gost, non mi stai più divertendo. Mi stai facendo venire il  magone della nostalgia.

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