Archivio mensile:giugno 2019

Romolo Nero

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REMO BIANCO [Milano 03/06/1922 – Milano 23/02/1988]
Senza titolo, anni ’70 tecnica mista e collage di stoffe su carta povera 100×75 cm, opera non firmata, timbro dell’Associazione Remo Bianco con nr. di archivio e firme della sorella Lyda Bianchi e del Prof. Mario Zugni al retro.
Bibliografia:-“Remo Bianco, catalogo generale”, volume I, a cura di Adriano Altamira, Edizioni Mazzotta, pagina 199 al n° ASS 22.
base d’asta: 1.000 €
stima: 2.000/3.000 €

Dal 05 Luglio al 06 Ottobre il Museo del Novecento di Milano ospita l’importante retrospettiva di uno dei più originali, svalutati, incompresi, deprezzati, preclusi e quindi grandi artisti del Novecento. Si chiamava Remo e di cognome faceva Bianco. Ma se si fosse chiamata Romolo Nero non sarebbe cambiato il suo destino. Quello di un maestro che ha anticipato tante intuizioni che fanno mercato, ma che, per un crudele determinismo di giudizi-sentenza, non ha goduto davvero della fama che avrebbe meritato. La mostra in uno dei musei-icona dell’arte contemporanea, restituisce un bagliore di attenzione postuma. Intanto questo lotto va in asta a Vercelli nella 2679 di Meeting Art (tornate 9-10-12 luglio). A seguire il comunicato della mostra di Milano.

Museo del Novecento-Milano Remo Bianco. Le impronte della memorie Dal 05 Luglio 2019 al 06 Ottobre 2019 piazza Duomo 8. Orari: 9.30-19.30; lunedì 14.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30.

Dal sito del Museo del Novecento:
” Il Museo del Novecento continua l’attività di ricerca sulla Seconda metà del Novecento attraverso la presentazione di alcuni dei suoi protagonisti, con un’attenzione a coloro che hanno lavorato, con felici esiti sperimentali, nel territorio milanese. Remo Bianco. Le impronte della memorie, a cura di Lorella Giudici con la collaborazione della Fondazione Remo Bianco, presenta oltre 80 opere dell’artista, ripercorrendo le fasi della sua ricerca e rappresentandone i percorsi di vita e di lavoro, intrecciati in un flusso di straordinaria energia creativa. Nella Milano del boom economico il giovane Remo Bianco conosce e frequenta il grande pittore Filippo de Pisis e il suo entourage. La sua sarà una vita da “ricercatore solitario”, come si era autodefinito, sempre pronto a sperimentare idee nuove, frutto della sua fervida fantasia. Questa capacità di inventare e seguire percorsi nuovi l’hanno reso un artista molto peculiare per quei tempi, propositore di prospettive nuove, con un approccio divertito e sempre attento ai materiali e alle intuizioni espressive.In mostra sono esposte tutte le tipologie di opere prodotte nell’arco di un quarantennio: dalle prime Impronte, calchi in gesso, cartone pressato o gomma ricavate dai segni lasciati, da un’automobile sull’asfalto, o da tracce di oggetti comuni, giocattoli o attrezzi ai Sacchettini – Testimonianze, realizzati assemblando oggetti di poco valore – monete, conchiglie, piccoli giocattoli, frammenti – in sacchetti di plastica fissati su legno in una disposizione regolare e appesi come un quadro tradizionale. Dalle opere tridimensionali – i 3D – in materiale plastico trasparente o vetro e poi su legno, lamiera e plexiglas colorato, dove l’immagine è la combinazione di figure poste in successione su piani differenti, che ne esaltano la profondità alla serie dei Collages, con un effetto combinatorio di immagini, realizzate con la tecnica del dripping su un unico piano, di tela, carta o stoffa alle opere di “Arte sovrastrutturale” che, con un atto di “appropriazione artistica” di oggetti, cose e persone, esprimono l’esigenza di fissare nella memoria in modo indelebile ricordi e realtà alle Sculture neve, teatrini poetici i cui protagonisti sono oggetti comuni tratti dal mondo dell’infanzia, della natura o della vita quotidiana ricoperti di neve artificiale e disposti in teche trasparenti che trasportano lo spettatore in una dimensione incantata e senza tempo. Sino ai Quadri parlanti, esposti per la prima volta nel 1974, tele in alcuni casi non lavorate in cotone bianco o nero, in altre impressionate con fotografie, sul cui retro sono posizionati degli amplificatori che, all’avvicinarsi dello spettatore, si attivano emettendo suoni o frasi registrate dall’artista. Il più noto è “Scusi signore…” dove Bianco si auto-ritrae con il dito puntato, immagine già utilizzata nel 1965 quando, in occasione di una personale alla Galleria del Naviglio, la foto compariva su tutti i tram milanesi a coinvolgere l’intera comunità. 
L’esposizione al Museo del Novecento ripercorre il ricco e sorprendente percorso di Remo Bianco esplorando proprio il tema della memoria, attraverso le sue opere e tramite una esaustiva documentazione d’archivio: cataloghi, manifesti, articoli e fotografie d’epoca. Il catalogo della mostra, edito da Silvana, è corredato dai testi di Lorella Giudici ed Elisa Camesasca, dagli apparati a cura di Gabriella Passerini e Alberto Vincenzoni e riporta un’interessante intervista a Marina Abramović del 2012, riguardo al lavoro di Remo Bianco, conosciuto nel 1977. “

Pop a basso contenuto calorico (o no?)

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ENRICO MANERA [Asmara (Etiopia) 04/04/1947]
Zero, 2002
tecnica mista su cartone 100×70 cm, firma e anno in basso al centro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.
senza riserva
stima: 1.100/1.400 €

Enrico Manera è un ostinato, un poeta che non si preoccupa delle etichette, forse un narcisista (che non si vergogna di apparire tale in un mondo inquinato dal narcisismo occulto ). Manera ha frequentato Schifano (ha navigato tra i suoi vizi e le sue virtù artistiche), ha visto da vicino la de-composizione di una Scuola Romana che non è mai esistita. C’era Roma ma non una Scuola pop. Ognuno per sè, facendo credere di essere altro, di essere magari corrente, maledetta, ma pur sempre corrente: come Tano Festa che rendeva psichedelici gli austeri nudi di Michelangelo e qualcuno a dirgli che così stava sfidando il Pop americano con lo strumento dell’arte eterna italiana. Ma Festa con i coriandoli e Schifano con i televisori, per come la vedo io (poca cosa, è chiaro…), erano geniacci che, prima che sfidare gli americani, dovevano dipingere per vivere e stravivere (finanziando le loro cadute dal paradiso).

Manera non demorde. Quell’aria sana e malsana respirata negli studi-casa-casotto di Schifano e Festa se la sente ancora dentro. Un fluido, un’ispirazione, una linea di pensiero coerente. Perchè l’arte chiede coerenza, follia, certo, ma coerente. E Manera dipinge così questa Coca Cola, che fu icona di tante opere schifanesche (si dice così….?). Una Coca zero, però, a basso contenuto calorico. Ma l’inghippo è nel concetto. Una Coca zero, è una Ferrari con il fine corsa dell’acceleratore tarato sui 100 all’ora, è una Mongolfiera legata al prato che non potrà mai alzarsi oltre il campanile della parrocchia, è un sorriso che non diventa risata. E allora, attorno alla lattina, Manera lascia che il segno e il colore diano zucchero e calorie al concetto. E’ così? Un dubbio pero ce l’ho. Riguarda l’anno del quadro di questo lotto che va in asta domenica a Vercelli (la 2576 di Meeting Art). La Coca Zero è stata lanciata in Italia nel 2007. Negli Usa nel 2005. Il dipinto è del 2002….Ti prego Enrico dimmi che avevi previsto che anche la mitica Coca si sarebbe arresa ad un mondo senza più dolcezza…

Ma chi sono io?

PITTORE DEL XX SECOLO
Super Io, 1988
tecnica mista su carta 37×45,5 cm, reca la firma Mariani e l’anno sulla destra.

Nell’asta di mercoledì 26 giugno (2675) con 35 gradi all’ombra, refrigerati dai condizionatori della Meeting art, avulsi alla logica che d’estate vuole tutti in piscina o al mare o altrove, ci si potrebbe confrontare con questo altrove. Un pittore con un nome, ma senza nome. Mariani, la firma. Un cognome abbastanza diffuso in arte e non solo (un mio compagno di scuola delle elementari si chiamava Mariani, il nome non lo ricordo). Una identità che non identifica. Nel mondo dell’arte contemporanea la regola è nota: puoi dipingere come Picasso, ma non essendo Picasso vali come questo Mariani. Al momento il lotto, infatti, non ha offerte. E mi inquieta.

L’inquietudine non deriva dal fatto che nessuno investi 50 euro (accadrà…), ma che un quadro di un io senza io si ponga il problema dell’io. Il personaggio dell’opera attorniato da sembianze del proprio inconscio si specchia, infatti, sul concetto del proprio esistere altrove di freudiana memoria, l’ES. Il luogo dei desideri, delle ambizioni, dei progetti che vorresti realizzare, degli orgasmi esistenziali da cui ti senti ancestralmente attratto. Tracce future che forse non troverai, come non le troverà l’uomo invecchiato di quest’opera, in giacca e cravatta (forse e, forse, con la camicia dal collo slacciato). Seduto su una spiaggia dei propri ricordi a chiedersi dove sono finiti i suoi sogni anche quelli sporchi. Chi sei Mariani; chi sono, io?

Codice Merz

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MARIO MERZ [Milano 1925 – 09/11/2003]
Onda d’urto, 1987
china su carta 41,9×14,8 cm, firma, titolo, anno e località (Museo di Capodimonte) al retro, opera registrata presso l’Archivio Merz (TO) al n° 2153/1987/CT come da dichiarazione su foto.
Bibliografia:-“Mario Merz, Onda d’urto, Un’opera di Mario Merz al Museo di Capodimonte”, a cura di Bruno Corà, Edizioni Electa (NA), 16 aprile – 31 agosto 1987, pagina 18.
base d’asta: 5.000 €
stima: 9.000/10.000 €

Sabato 29 giugno, asta 2676 Meeting Art. Un codice poverista: l’uomo vitruviano di Mario Merz, dove al posto dell’uomo che si pone umanisticamente al centro del Cosmo, c’è il cosmo e il mistero dei numeri, la sequenza di Fibonacci. L’installazione fu realizzata a fine degli anni Ottanta per il museo di Capodimonte. Sotto yb intreccio di fili compaiono pile di quotidiani sovrastati da neon che tracciano mitica, esoterica, estetica, estaniante, estatica sequenza.