Archivio mensile:marzo 2020

Anima spiaggiata

WALTER LAZZARO [Roma 05/12/1914 – Milano 03/03/1989]
Barca bianca, 1973
olio su tavola 30×40 cm, firma e anno in basso a sinistra, etichetta dell’artista al retro.
base d’asta: 2.000 €stima: 4.000/5.000 €

In una trasmissione di proposte d’arte (con incluso acquisto) il conduttore mi ha regalato una intrigante definizione dell’opera d’arte (termine abusato, pomposo, ingombrante, impegnativo: meglio sarebbe dire, forse, opera che aspira all’arte).

“Un quadro (o una scultura) non beve, non mangia, non ti chiama allo smartphone, non si intromette: resta lì alla parete o in uno scaffale, sei tu che la vai a cercare con lo sguardo. E allora ti parla”. Premessa: non accade con tutte le opere suddette. Seconda premessa: non vale solo per le opere che hai collezionato. Il gioco è quello degli sguardi.

Scorrevo le opere del’asta Meeting Art 874, del 26 aprile (ma di che anno?) e l’occhio, meno agitato del solito, si è posato sulla foto del lotto che apre questo post. E, di colpo, mi sono ricordato di avere in casa un vecchio catalogo di Walter Lazzaro che mi regalò, un bel po’ di tempo fa, una distinta gallerista di Vigevano. Galleria in piazza Ducale, da tempo chiusa. Il mio buon rifugio dallo stress del lavoro di redazione (ero allora nella sede staccata del mio quotidiano). Un caffè, uno sguardo alle buone cose alle pareti e tante riflessioni sugli artisti che la signora aveva incontrato. Tra loro (Longaretti, Sassu, Mario Castellani, Cascella…) proprio Walter Lazzaro. “Come Morandi, ma con più anima ” mi diceva. Quel catalogo, negli anni, mi cadeva addosso puntualmene, durante i periodici riordini della biblioteca domestica. Adesso che ne avevo bisogno, è sparito. Non mi meritava più?

“Come Morandi, con più anima”. Walter Lazzaro, peregrino del secolo breve (pittore, attore, internato come prigioniero di guerra in un lager polacco), per una buona parte della fase matura e conclusiva della sua esistenza, dipingeva le luci diafane o melanconiche delle albe e dei quasi tramonti della Versilia, il suo buon ritiro. Natura morta, ma velata del respiro leggero e vitale del poeta. Lazzaro e Morandi che c’azzecca? Le bottiglie immote di Giorgio Morandi si fermano un attimo prima di percepirlo e forse non vogliono intercettarlo questo respiro, volendo essere più forme del pensiero che dell’anima: non date, comunque, troppo peso a questo giudizio. Non sono un critico , ma un curioso d’arte.

La barca sulla spiaggia non è chiaro se è lì da tempo o se presto non ci sarà più. Una parte dello scafo nella luce, l’altro nell’ombra. E l’ombra, creata anche dai remi, sembra definire una creatura-oggetto che non appartiene più a quel reale immaginato dal poeta pittore. Demarcazioni di luce colore dividono anche, in modo netto, il cielo dalla spiaggia. Già la spiaggia: e la barca, come fosse un’anima peregrina, che attende o sogna un altro viaggio. O, forse, stanca, si lascia solo cullare dal mare accanto.

Remo meglio di Romolo

403

REMO BIANCO [Milano 03/06/1922 – Milano 23/02/1988]
Tridimensionale, 1950
tecnica mista su plastiche sovrapposte 60×50 cm, opera non firmata, registrata presso l’Archivio Storico e Fotografico Remo Bianco come da dichiarazione a cura di Lyda Bianchi e del Dott. Mario Zugni su foto.
Bibliografia:
-“Remo Bianco, Catalogo generale delle opere”, Volume II, a cura di Lorella Giudici, Edizioni Libri Scheiwiller, 2006, sezione III, al n.5.
base d’asta: 1.000 €
stima: 3.000/4.000 €

Prima che entrassimo tutti insieme nel tunnel virale , al Festival di San Remo una canzonetta distribuiva, più o meno, questo mantra “in un mondo di Paul e John io sono Ringo Star“. Personalmente mi sono anch’io rotto degli iconizzati, siano essi uomini celebri o mezze tacche che fingono di esserlo. Credo che, una volta finita la buriana (se finirà mai davvero), si avrà gran voglia di incontrare Bartali, con i francesi che ancor s’incazzano , lasciando al grande Coppi di essere leggenda. Voglia, insomma,di gente dalla sintesi chiara, dal significato certo, dal punto di partenza basso, ma tendente all’infinito.

Romolo è Lucio Fontana, Romolo è Castellani, Romolo è Bansky (mi ha un po’ rotto, mentre Hirst già lo ha fatto da tempo). Romolo è, di certo, Picasso. Certo, pure lui, Picasso a cui di gran lunga, citando Battiato, preferisco l’uva passa (guardando Matisse e Boccioni). Remo, invece, è Bianco. Remo Bianco (il cui fratello, morto giovane, si chiamava, non a caso, Romolo). Bianco il più trascurato, defilato, sottostimato artista del secolo breve in Italia.

Uno che, nel 1950, come attesta l’opera che andrà in asta (se il Cielo vorrà e che lo voglia) domenica 26 aprile, nell’asta 874 di Meeting art Vercelli, utilizzava materiali in una originale trasfigurazione astratto-figurativa del ready made, destinata a essere voce nel deserto. E nascevano, così, queste Gioconde quantiche, in 3d, dipinte con una tavolozza multiverso. Un navigante dell’arte. Lui , che nel 1955, va negli Usa per farsi insegnare il dripping da Pollock. Chiaro, no? A lui non fregava molto di fare soldi, dipingendo (certo, non ci sputava sopra). Ma contava di più imparare cose nuove, dipingendo. Bianco non è, insomma, un colore neutro. Bianco è un universo di colori. Anarchico, uomo libero e di liberi amori: un poeta. Ed io, d’ora in poi, starò dalla parte di Remo e non m’importa che, così, mi perderò la nascita di un Impero…

Virgilio, t’invidio

198 VIRGILIO GUIDI [Roma 04/04/1891 – Venezia 07/01/1984]
Incontri, 1938/39 olio su cartone 60×50 cm, firma in alto a destra, dichiarazione d’autenticità di Toni Toniato su foto. base d’asta: 3.000 € stima: 6.000/7.000 €

Riflettendo su come si possa cambiar modus vivendi e punti di vista quando si arriverà alla fine di una bufera a riveder le stelle, ho incrociato lo sguardo su questo quadretto (diminutivo che vuol esprimere simpatia da focolare domestico, più che giudizio di merito che non merita) di Virgilio Guidi. Guidi era un ottimo/più che ottimo pittore. Scuola e tavolozza tosta in un tempo in cui a cimentarsi con lui c’erano Donghi, Oppi, De Chirico, Carrà, Morandi, Soldati, Capogrossi, Afro, Sironi….chiaro no? Giocava la palla di fino con ritratti e paesaggi da mento che si abbassa guardandoli. Poi, d’un tratto, cose così. Occhio, siamo nel 1939, anno buio; molto buio, tanto per stare in sintonia con un anno buio.

Negli anni Cinquanta, quando farà ancora cose così (le sue Venezie con il punto blu di baricentro nel basso, i suoi volti, i suoi alberi, i suoi abbracci) si dirà che stava interpretando a suo modo la ricerca spazialista di spazio e luce. Fontana docet…ma Guidi questo quadretto lo fa un po’ prima. Le figure sullo sfondo si fanno diafane in un controluce luminoso e già tentano l’abbraccio. La figura dell’ometto in primo piano, uomo colto con libri a fianco, è sintesi di segno e colore nel contrasto della figura divisa a metà tra lo scuro e il chiaro anticipando i futuri contrappunti. Bello, no?

Bello immaginare un grande pittore che abbandona la via maestra per seguire il tracciato di un sentiero impervio, ma stimolante. Bello pensare a un maestro che non si fa più copista di repertori consolidati sia pur rivisitati da par suo , ma creatore di cosa nuova. Creare cose nuove, lontano dal mio già visto . Cose da fare dopo la bufera…

ps il quadretto va in asta (prima o poi) nella 874 di Meeting Art Vercelli.

Senza te…

175

TOM WESSELMANN [Cincinnati 1931 – New York 2004]
Smoke, 1998
collage su carta 26,5×24,5 cm, firma e anno in basso al centro, certificato d’autenticità della Bugno Art Gallery (VE), certificato d’autenticità della Galleria Cortinarte, Cortina d’Ampezzo (BL), opera archiviata presso l’Archivio Wesselmann.
base d’asta: 7.000 €stima: 12.000/14.000 €

Qualcuno, sui social, ripete che siamo tutti finiti in un quadro di Hopper anche se i quadri di Hopper si muovevano in una dimensione misteriosa e metafisica ben più modulata del semplice restiamo a casa e chissà quando rivedremo il sole. il lavoro di Wesselmann (che dovrebbe andare in asta alla Meeting Art il 5 aprile nella 874) mi suggerisce un’ ulteriore riflessione in tema di chissà cosa mai ci stia capitando. Con una spericolata premessa.

Wesselmann rifiutava l’icona di artista pop, si riteneva, a ragione, un pittore figurativo che aveva assorbito i segnali della storia dell’arte. Pop non è un gran termine, a pensarci bene. Il concetto è stato banalizzato: musica pop la può fare Al Bano e anche il mio adorato Cat Stevens. Troppo vasta la forchetta. Se poi è pop dipingere oggetti d’uso quotidiano anche Ambrogio Figino che, alla fine del Cinquecento realizza la prima natura morta della storia dell’arte, era un artista pop.

La sigaretta di Wesselmann si carica di una forte connotazione filosofica: l’oggetto che richiama il soggetto anche se il soggetto sembra rivelarsi solo nell’uso che fa dell’oggetto stesso. E dal bel collage pierodellafranceschiano, passo all’oggi. Siamo, ormai, diventati oggetti del nostro esistere? Abbiamo delegato ad essi, sia esso uno smartphone o una carta di credito, il compito di rappresentarci? E adesso, con una mascherina davanti a bocca e naso che ci fa capire quanto conti invece il nostro respiro, non dovremmo rivedere la nostra scala di valori? O è solo tutto fumo?