Il pittore alchimista

Alberto Abate. La macchina del silenzio, 2005, olio su tela, cm 225×200

Traccia colta (-2)

Riassunto della puntata precedente: l’immagine di un quadro, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Arte&Dossier della Giunti, mi ha riacceso un ricordo di pittura-pensiero. Una traccia legata a una mostra sulla Pittura Colta nel 2017 al Castello di Belgioioso (Pavia). Ma la didascalia del quadro (di Alberto Abate maestro della Corrente Colta/Anacronista), pubblicata sulla rivista, riportava un titolo (Aenigmata) e un anno (2012) che non corrispondevano a quanto riportato nel catalogo della mostra a Belgioioso. La traccia andava seguita

Una telefonata a Emma figlia del maestro Alberto Abate (artista scomparso nel 2012) ha riportato le cose al loro posto. Il quadro è la Macchina del silenzio, dipinto nel 2005 (così come era indicato alla mostra di Belgioioso). Il titolo riportato su Arte&dossier è quello, invece, di una presentazione dell’opera, titolata Aenigmate appunto , scritta da Francesco Gallo Mazzeo , docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Roma. Ma il titolo del professore c’azzecca comunque, perchè l’opera di Abate è davvero una selva di simboli che chiedono a chi la guarda di accettare la sfida dell’Enigma che è essenza stessa dell’Arte (con la maiuscola che si deve alla sublimazione della comunicazione visiva) .

Alberto Abate, mi azzardo a scriverlo, non è un pittore figurativo. Le categorie, infatti, reggono solo con artisti dediti esclusivamente al repertorio, allo schema prefissato, al gioco di chi sta con chi. Arte che, alla fine, è musica leggera, a volte fin troppo. Abate era fuori da questa massa critica. Fuori, per essere in un altro dentro. La sua pittura di figura è il mezzo per “scrivere” di questo oltre che, proprio grazie all’Alchimista, si rende per un momento, almeno, comprensibile; l’immagine diventa uno strumento di passaggio dal pensiero alla forma visibile. A quel punto guardare il quadro è entrare nel mondo di simboli svelati che l’alchimia dell’arte ha fatto riaffiorare.

Arturo Schwarz (storico dell’arte oltre che poeta) in un saggio composto proprio per descrivere e decifrare la Macchina del silenzio scrive:

«La macchina del silenzio» è la metafora della pittura stessa: un linguaggio privo di suoni, dove l’immagine s’incarna nel1′ assoluto silenzio. Abate precisa: «la macchina è il suono muto della materia pittorica, è l’immaginario che risiede nella materia stessa». Immaginario che, come il logos silente, ha una potenza incommensurabile e che – per riprendere l’ espressione dell’alchimista Michael Maier – partecipa d’un «silenzio assordante come il tuono>-. Leonardo riteneva che «la pittura è filosofia» ; credo che il lavoro di Abate dimostri esemplarmente, ancora una volta, che l’ arte è figlia della filosofia>.

Un’arte figlia della filosofia. Alberto Abate ha insegnato Semiologia delle arti visive in Università: ha scandagliato l’immagine, come segno che si mette in comunicazione con chi la guarda. Ma chi la guarda è sfidato (o chiamato) dall’artista a dialogare con il dipinto per arrivare a un livello di comprensione che può, persino, muoversi verso territori inesplorati. Insomma, non solo un quadro. Come è la Macchina del Silenzio. Sulla scena del dipinto c’è un uomo. C’è una donna. C’è una storia da raccontare che diventa pura rappresentazione filosofica .

L’allestimento legato al dipinto creato a Roma da Bibliothè nel 2017 

Scrive Schwarz: “La macchina del silenzio… rimanda all’Ulisse e Calipso (1882) di Arnold Böcklin, come al più recente L’Enigma dell’oracolo (1910) dechiriano. I due personaggi, diversamente da quelli di Böcklin e di De Chirico, non vestono gli abiti del mito ma quelli moderni, come gli attori d’una commedia sofisticata del cinema americano. L’impostazione del quadro s’ispira ai due precitati protagonisti delle avanguardiestoriche. La figura maschile (Ulisse, metafora dell’artista) guarda una distesa d’acqua – il mare? – sul quale nasce il sole che emana un intenso alone luminoso (la luce della conoscenza)...”

Simboli. Pensieri. Pittura che li raccoglie, li interpreta. Li rende narrazione.

Al centro della scena una bellissima fanciulla O’ Amante) anch’essa pensosa, anch’essa vestita con grande cura, è adagiata su un divano con le gambe leggermente divaricate e la mano destra colta nell’atto di sollevare la gonna. Il gesto echeggia quello della Grande Dea nel suo aspetto di Suprema Iniziatrice. In questo caso la divinità è rappresentata seduta, sdraiata o più raramente in piedi, nell’atto di spalancare le cosce per esibire la vulva. Esempi di questo tipo sono riscontrabili in una vasta area che va dalla Grecia al Giappone. Ad esempio nella statuaria pre-ellenica, ed ellenica (con le immagini della Potnia), dell’Egitto (con quelle di Hathor), dell’India (con quella di Nagna Kabanda, dea della fertilità dalla testa di loto), del Giappone (con Ame-no-uzume)...”

E poi l’oca, la conchiglia posta sul ginocchio della donna, il manichino, le nuvole… codici-figura. Forme-Pensieri da collegare a un pensiero.

All’interno del quadro si contrappongono due mondi: quello naturale rappresentato dalla luce solare nella sua condizione metamorfica – la transizione della luce attraverso la porta dell’alba o del tramonto e il suo riflesso sulla mutevolezza della superficie del mare; e quello speculare (dr. il renvoi miroirique duchampiano) rappresentato dalla grande vetrata dietro i due protagonisti (un Grande Vetro erede di quello di Duchamp ), che simboleggia il mondo artificiale: quello della riflessione lunare, degli incantesimi e degli specchi. Questo è il mondo dell’ arte che giace sotto il segno della Luna, «Signora di tutti gli arcani» (Ariosto)”.

L’Arte signora degli Arcani. Un Pittore Alchimista per evocarla. Si chiamava Alberto Abate.

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