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Di buone nuove l’attesa (1)

In asta l’11 maggio a Vercelli (asta 862 di Meeting Art)


448
BELISARIO CORENZIO [Acaia 1558 – Napoli 1646]
(attribuito a)
La salita al CalvarioOlio su tela, 126×177 cm; cornice coeva in legno scolpito e dorato.
Belisario Corenzio, noto anche come Il Greco per le sue origini elleniche, fu attivo a Napoli fra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento. Dipinse una grande quantità di affreschi e sue opere sono al Palazzo Reale, alla Certosa di San Martino, nella chiesa di Santa Maria la Nova, in San Domenico Maggiore, nel Gesù Nuovo e in molte altre chiese napoletane. Le opere su tela del Corenzio sono invece rare ed evidenziano, come in questo caso, influssi caravaggeschi molto marcati. Molto alta la qualità pittorica.
base d’asta: 12.000 €

Asta museum (2)

Asta 862. 4 maggio.


86

GIOVANNI BATTISTA TROTTI DETTO IL MALOSSO [ 1555 – 1619]
Efesto crea Pandora su ordine di Giove alla presenza degli dei dell’Olimpo, 1580
Olio su prima tela, 76×80 cm; reca iscrizione “CAVAGLIERO.GIOAN.BATISTA.MALOSSO.PITTORE.CELEBRE.CREMONESSE.1580” al retro.Il quadro raffigura un tema trattato assai raramente in arte e legato al poema di Esiodo “Le opere e i giorni”.Zeus desiderava vendicarsi contro Prometeo per il furto del fuoco donato agli uomini come principio della conoscenza; decise allora di castigarli con un dono malvagio. Ordinò ad Efesto di modellare la prima fanciulla, Pandora, traendola dal fango. A lei tutte le divinità dell’Olimpo donarono ogni sorta di pregi e virtù; da qui il nome: Pandora, tutta un dono. Dal maligno Mercurio, però, le fu donata anche la curiosità, che la spinse ad aprire lo scrigno (il vaso di Pandora) che le aveva donato Giove, e dal quale scaturirono poi sulla Terra tutti i mali da cui venne afflitto il genere umano.
Nella tela si vede Pandora, parte già viva e parte ancora di creta, con in primo piano il vaso dei mali e gli dei tutt’intorno che le offrono doni.
La bella e importante tela, come dichiara anche la scritta antica sul retro, è opera di Giovanni Battista Trotti detto il Malosso, uno dei più significativi pittori manieristi cremonesi. L’artista sviluppò una intensissima attività e la sua importanza nel panorama della pittura padana fra secondo Cinquecento e primo Seicento va oggi delineandosi a mano a mano che gli studi sull’artista procedono. Lo stesso Giovanni Battista Marino ne fece le lodi nella sua celebre “Galleria”. Il Malosso aveva una bottega molto vasta e fu pittore, disegnatore e incisore in grande stima presso i suoi contemporanei. Fra le sue caratteristiche, l’uso di una tavolozza che, come in questa rara e preziosa tela, appare di particolare brillantezza ed efficacia. Il pittore appare ispirato nella scena, di gusto classicheggiante e con riferimenti a bassorilievi antichi, alla pittura e all’architettura mantovana rinascimentale.
L’opera è inedita ed è auspicabile che possa essere oggetto di ulteriori studi.
base d’asta: 9.000 €

Asta museum (1)

Non si pagherà il biglietto. Per quanto ne so, anche questa volta, per le opere che saranno esposte a Vercelli, nella sede di Meeting Art in corso Adda 7 a Vercelli. per l’asta 862 wunderkammer si entrerà gratis. Si pagherà all’uscita, nel senso di un dazio di vertigine e di ignoranze che mi coglierà nel confrontarmi con tanto antico senza le giuste capacità di valutazione e quotazione delle mie sensazioni. L’antico in pittura sfugge, infatti, alle regole algoritmiche che, nel contemporaneo, fanno incrociare tutti insieme nomi, scuole, correnti, risultati d’asta, mode, esposizioni, gallerie, performance, citazioni, rivalutazioni critiche, autentiche, archiviazioni, mostre, cataloghi, citazioni. E vi faccio due esempi…


517
PIETER MULIER DETTO IL CAVALIER TEMPESTA [Haarlem 1637 – Milano 29/06/1701]
Paesaggio con Cristo che arriva sulle rive del Giordano per farsi battezzare da San Giovanni Battista Olio su tela, 136×111 cm
Questo suggestivo dipinto, il cui racconto evangelico è ambientato in un lussureggiante paesaggio, è opera di Peter Mulier, l’artista fiammingo che nell’ultimo quarto del Seicento svolse un ruolo di primo piano nella cultura figurativa dell’Italia Settentrionale, diffondendo un’originale concezione paesistica che conciliava il classicismo pre-arcadico di Dughet con la visione drammatica della natura di Salvator Rosa.Il dipinto è un significativo esempio degli anni della piena maturità del Tempesta, che dopo il periodo romano e genovese fu indotto dalla committenza lombarda ad abbandonare le forzature barocche delle concitate burrasche che lo avevano reso famoso. Il vero protagonista del quadro è il paesaggio, con le stupende macchie arboree secolari che protendono le rigogliose chiome verso un cielo reso straordinario dalla nuvolaglia che lo percorre: un divino che si manifesta nello spettacolo della natura. (Opera corredata da studio critico del prof. Dario Succi )
base d’asta: 8.000 €

560

SEBASTIANO RICCI [Belluno 1659 – Venezia 1734]
Meleagro dona ad Atalanta la testa del cinghiale di Calidone
Olio su tela, 81×112 cmUna raffinata orchestrazione cromatica, che modula il colore dall’ombra chiaroscurata della radura boschiva alla vivida luminosità delle figure in piena luce, caratterizza questo dipinto inedito Sebastiano Ricci, il grande maestro che impose a Venezia un nuovo gusto basato sulla brillante reinterpretazione del colorismo di Paolo Veronese, risolto su un piano apertamente rococò con effetti scintillanti, garruli di luce e colore.La scena raffigura Meleagro nell’atto di offrire ad Atalanta le spoglie del cinghiale che aveva infestato, devastandole, le terre di Eneo, re di Calidone, che Diana punì per averla trascurata nelle offerte votive in seguito ad un eccellente raccolto. Il principe vittorioso Meleagro si invaghì di Atalanta, e le offrì il trofeo che anche lei aveva contribuito a cacciare.Sebastiano Ricci fu tra i rari pittori a raffigurare l’episodio, replicando in questo caso, con qualche variante, la grande tela di palazzo Taverna a Roma. L’opera si caratterizza per la materia pittorica fluida e la raffinata orchestrazione cromatica della scena, giocata sulla contrapposizione di due gruppi di figure: da un lato Atalanta seduta sopra un trono di pietra protetto da un baldacchino di broccato dorato, affiancata da un’ancella e da un moretto; dall’altro il giovane Meleagro che, circondato dal seguito, le si inginocchia davanti.
Il dipinto, espressione della piena maturità dell’artista, è databile agli anni venti del Settecento.Opera corredata da studio critico del prof. Dario Succi.
base d’asta: 50.000 €

Mit Feuer und Schwert

Mi sono deciso a guardare la saga del Trono di Spade. Ero riluttante, perchè il fantasy non mi intriga soprattutto quando scopiazza la storia infarcendo la trama di sesso e divagazioni pseudo esistenziali. La mia generazione è, pur sempre, cresciuta con la Freccia Nera di Anton Giulio Majano con la mitica Lorretta Goggi nei panni di Joan Sedley che, nel pieno della Guerra delle Due Rose, si finge uomo per sfuggire al suo destino di moglie promessa. Guerra delle Due Rose (1455–1485), la sanguinosa guerra dinastica inglese , che ha ispirato Game of Thrones (che suona meglio di Trono di spade). Vabbè ve ne parlo perchè già nella prima puntata i soldati del re hanno armature che non sono affatto tardo medievali, ma rinascimentali. Il mestiere delle armi (splendido film di Ermanno Olmi) era roba da armigeri imperiali e da ufficiali. come questo signore che si propone nella splendida asta 862 di Meeting Art (splendida per richiami storici ed emozionali: non sono un antiquario, nè un perito d’antichità per dare giudizi di valore assoluti) sabato 4 maggio.


24a CHRISTOPH AMBERGER [Svevia, circa 1505 – Augusta 1562] (ambito di)-Ritratto di capitano militare con corazza, spada e bastone del comando
Olio su tavola, 92×70 cmIl dipinto presenta molti punti di contatto con opere di Christoph Amberger, pittore tedesco del XVI secolo famoso per i suoi ritratti di illustri personalità teutoniche.Da Amberger derivano l’attenzione minuziosa ai particolari e un gusto del colore di ambito veneto (il pittore fu effettivamente attivo anche a Venezia). base d’asta: 4.000 €

Questo baldo ufficiale dell’Impero potrebbe raccontare, potendo parlare, di avere avuto un padre o uno zio morti sotto le mura di Pavia, nel febbraio del 1525, agli ordini di Georg von Frundsberg abituato a mettere a ferro e fuoco . L’Impero vince con le colubrine e con i suoi comandanti, nobili corazzati. Gente da ritratti, senza concessioni retoriche o barocche. Come questo. Spettacolare il ferro della guerra, altrettanto la poesia del fondale che, come riporta la scheda, è intriso di richiami tonali da pittura veneta. Togli la figura ed è opera astratta di uno spazialista veneto, rimetticela e si ha un bel quadro che odora di storia. Quella vera , non da serie tv.

Jean, animacolore

E subito
riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare


Una poesia del suo amico Ungaretti. Materia poetica, parole con la gravità di un pensiero annesso. Parole come i colori materia di Jean Fautrier che sta all'arte informale come i girasoli stanno nel cuore e negli occhi di Van Gogh. A 16 anni è al fronte, Prima guerra mondiale. Lì capisce che è tutto inutile: nessuna forma nota può raccontare, in pittura, il dolore. Serve altro. Serve un oltre. Parte, così, da Turner con i suoi paesaggi tanto rarefatti da essere onirici e approda a pensieri che si fanno tavolozza del vero che non puoi guardare, ma vivere. Paesaggi dell'anima, inquieta. Dipinti con colore che si fa materia e materia che si fa anima, per diventare colore.
Alla Meeting Art, nell'asta 861, prendete nota, due lotti...nella tornata del 27 aprile.
189 JEAN FAUTRIER [Parigi 1898 – Chatenay Malabry 21/07/1964] Composition tecnica mista su cartoncino 47×61 cm, opera non firmata, già Fine Art Auctions Paris asta 39 (21/01/2016) n. 17. base d’asta: 2.000 € stima: 4.000/5.000 €
155 JEAN FAUTRIER [Parigi 1898 – Chatenay Malabry 21/07/1964] Composition tecnica mista su cartoncino 47×61 cm, opera non firmata, già Fine Art Auctions Paris asta 39 (21/01/2016) n. 16. base d’asta: 2.000 € stima: 4.000/5.000 €

Matto che baci

Luca Hugenszoon. Nato e morto a Leida (1494-1533). Da cui il nome d’arte: Luca di Leida. Professione: (grande) incisore. Maestro del tratto fitto che emula gli sfumati a mina o a carboncino di un disegno. Ma questi sfumati sono una meraviglia prodotta da un polso fermo, duttile al punto di trasformare un’idea di forma incisa nell’inciso della lastra. Dove se sbagli butti tutto. Qui sotto il lotto che va in asta il 4 maggio a Vercelli. Se esiste il bello, ecco una prova che non si sbaglia ad illudersi che qualcuno abbia provato a inseguirlo.


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LUCAS HUGENSZOON DETTO LUCA DI LEIDA [Leida 1494 – 1533]
Il matto e la donna (1520)Incisione all’acquaforte su carta, 10,5×7,3 cm, monogramma e data su lastra in alto a sinistra.Opera corredata da scheda del prof. G.Grasso di Genova.
senza riserva

Fin che Dürer…

Albrecht Dürer, ribattezzato in italiano Alberto Duro, dopo che, dai severi contorni della sua Norimberga, nel 1494, scese in Italia, inseguito dalla peste, per confrontarsi con gli orizzonti lagunari veneziani , è tra i cinque giganti dell’arte. Gli altri quattro, a rotazione, decideteli voi. Lui ci sta, comunque, per me, nel quintetto base.

Gutenberg aveva da poco inventato la stampa. Il “Duro” intuisce la potenzialità dei torchi tipografici a caratteri mobili, capisce che i libri diffondono il bello. Ha il genio per sfidare i grandi maestri della pittura su un terreno per loro insolito e plebeo: quello di arte alta, ma popolare. Il Duro ha l’abilità appresa dal padre orafo per traformare le lastre incise in capolavori, per utilizzare il bulino come la più ardita delle tavolozze. Crea, così. incisioni che raccontano più di cento pagine scritte.

Anche questa che va in asta il 4 maggio (asta 862 di Meeting Art…occhio che c’è roba da wunderkammer…): le frecce non hanno ancora ucciso il santo. il martirio è imminente. I muscoli contratti dialogano con le venature di un tronco già morto a cui Sebastiano è stato legato. Il tutto in 11,3 centimetri per 6,8 (se fosse intatta l’incisione, ma è difficile trovarne non rifilate a prezzi accessibili, sarebbe di un paio di millimetri più larga e più alta). Sarebbe bello togliere il foglietto dalla cornice, controllare eventuale filigrana i e vergelli). Ma la cornice ha un suo strano perchè, di collezionista conscio di dover dare qualcosa di fuori quota come contorno al suo Duro. Perchè lo merita.

Chi salva il Mondo?

Del Salvator Mundi attribuito a Leonardo , aggiudicato all’asta nel 2017 per 450 milioni di euro e destinato al Louvre di Abu Dhabi, si sarebbero perse le tracce

Particolare magnetico del Salvator Mundi attribuito a Leonardo da Vinci

Non entro nel merito del dibattito su chi ha fatto l’opera, osservo modestamente che tanti bravi allievi leonardeschi (come ebbi modo di capire visitando una spettacolare mostra di qualche anno fa a Pavia poi esportata all’Ermitage) erano perfettamente in grado di imitare, a modo loro, il maestro provando il brivido di essere magari scambiati per lui: da Francesco Melzi, al Salai, da De Predis a Bernardino Luini, da Andrea Solario al Giampietrino…

Lo sguardo magnetico del Cristo sembra persino troppo magnetico, troppo Gioconda, troppo San Giovannino. Se lo ha dipinto Leonardo ha perso il controllo del regolatore delle intensità emotive nel realizzare lo sguardo del ritratto. Se lo ha dipinto un suo allievo ha provato a superarlo. Ma non è dello sguardo del Cristo leonardesco (di Leonardo o di chi per lui) che tratta questo post. Questo post tratta di scampi.

Quelli serviti dall’asta 861 della Meeting Art di Vercelli mercoledì primo Maggio. Li ha realizzati l’Orfeo Tamburi che dipingeva di solito i tetti e le case di Parigi con tocco lieve di poesia a colori. Il suo pennello viaggia veloce nel raccontare il vero che lo circonda. E il suo vero sono dettagli: mattoni, tegole, vetrine che diventano astratti dalla loro quotidianità. E fa lo stesso con questi scampi. Mica facile ricostruire la sembianza del crostaceo, così gustoso quanto intricato nella forma del suo esistere. Ma l’Orfeo ce la fa. Guarda la cosa, la fa sua e la trasforma in poesia disegnata. Come un respiro sereno. Niente magnetismi, niente aggiudicazioni stellari. Niente musei. Solo un verso di poesia a colori che puoi sfiorare con uno sguardo qualunque, come il mio e il tuo. Chi alla fine salva il Mondo?


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ORFEO TAMBURI [Jesi (AN) 28/05/1910 – Parigi (Francia) 15/06/1994]
Senza titolo, 1958tecnica mista su carta 24×30 cm, firma e anno in basso a sinistra, opera registrata presso l’Archivio Orfeo Tamburi a cura della Galleria Gioacchini (AN) come da dichiarazione su foto. senza riservastima: 1.000/2.000 €

Novelli scripsit…

La presentazione del volume, a sinistra la curatrice Paola Bonani

Il volume GASTONE NOVELLI SCRITTI ’43 – ’68, pubblicato da NERO, raccoglie l’intero corpus degli scritti di Gastone Novelli redatti dal 1943 al 1968, sia quelli rimasti fino ad oggi inediti, sia quelli già pubblicati da Achille Perilli nel 1976 in un numero monografico della rivista Grammatica.

Il volume è stato presentato lunedì scorso a Roma alla Libreria Feltrinelli
alla Galleria Alberto Sordi, Roma. Un consiglio da Base d’Asta per la lettura (il volume è in vendita dal 3 aprile). Strumento utile per approfondire il percorso di un artista-intellettuale che ha ancora molto da dire in un mondo (arte inclusa) che ha bisogno di idee (quelle poco battute, possono essere comunque nuove e sorprendentemente utili)

Una raccolta di testi che attraversa la storia dell’Italia artistica e politica della seconda metà del Novecento e allo stesso tempo offre un racconto senza filtri della vita di uno degli artisti italiani che più ha vissuto la tensione tra modernità e sperimentazione linguistica.

Eventi e riflessioni si susseguono per tre decenni e si nutrono di viaggi e di incontri fatti da Novelli: dalla Roma della Resistenza e dell’occupazione tedesca al Brasile dei primi anni Cinquanta, dove l’artista scopre la sua vocazione e ha le prime esperienze di insegnamento all’Istituto d’arte del Museo di San Paolo diretto da Pier Maria Bardi; da Parigi dove Novelli frequenta gli ambienti d’avanguardia e stringe rapporti con Hans Arp, Man Ray, Tristan Tzara, Georges Bataille, Samuel Beckett, Pierre Klossowski e Claude Simon, alle isole della Grecia, luogo prescelto per i suoi studi sulle origini del linguaggio.

Sullo sfondo il vivace ambiente della cultura italiana, in cui Novelli frequenta molte delle personalità di spicco di quegli stessi anni, tra cui Afro Basaldella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Achille Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Emilio Villa, Cesare Vivaldi.

La varietà dei testi raccolti (racconti, poesie, manifesti, interviste, ricordi, lettere e appunti di lavoro) restituisce in pieno la molteplicità degli interessi di questo artista e il suo costante e vitale desiderio di intervento sulla realtà che lo circondava.

Le lettere e i racconti dal carcere, il giovanile manifesto politico del Movimento Confederale europeo, i corsi di composizione tenuti in Brasile e a Roma, i testi teorici per le riviste L’Esperienza moderna e Grammatica, i suoi decisi interventi sulla Biennale di San Paolo del Brasile, sul Convegno di Verucchio, sulla Quadriennale di Roma e sulla Biennale di Venezia, quelli sul Surrealismo e sulla politica del P.S.I., ci restituiscono finalmente appieno la ricchezza di questa figura, che non è stato solo pittore e artista, ma anche insegnante, fervido polemista, editore, scrittore e attivista politico.

Il pubblico alla presentazione del volume

La raccolta è stata curata da Paola Bonani, curatrice, con Marco Rinaldi e Alessandra Tiddia, del catalogo generale dell’artista e collaboratrice da molti anni dell’Archivio Gastone Novelli.

Vermi sulla Luna


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Arturo Vermi è morto nel 1988 a Paderno d’Adda dopo essere stato sulla Luna e, se non ci si crede, si può immaginare che ci abbia almeno provato. Dopo aver immaginato una pittura fatta di segni e ricerca di un lunguaggio nuovo. È il tempo, sono i primi anni Sessanta, in cui con Ettore Sordini e Angelo Verga, Vermi dà vita al Gruppo del Cenobio, successivamente integrato da Agostino Ferrari, Alberto Lucia e Ugo La Pietra. Ma non poteva fermarsi l’Arturo continuamente ribadendo, a chi lo seguiva,  che il destino dell’uomo andasse oltre la Terra. Dritto verso la Luna. Un viaggio estatico, estetico, iniziatico.

“Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la giustizia sanza schermi?” (Dante “Purgatorio” X,124). Cita questo verso l’Arturo scherzando con il proprio nome, ma volendo indicare il percorso. Una strada in ascesa. E ripete: la Luna è il buon vicino di casa che primo fra tutti gli astri ha tanta influenza sugli eventi della vita dell’uomo. Sulla Luna è primo passo del nostro “inesorabile” viaggio verso la felicità. Nell’asta 861 di Meeting Art c’è uno scatto storico di quello storico viaggio verso la Luna. O, meglio, verso la Felicità.

012019002356
388 ARTURO VERMI [Bergamo 1928 – Paderno d’Adda (CO) 1988] Luna in Brianza, 1978 olio e applicazione su tela 59,5×89 cm, firma e anno in basso a destra, titolo in basso al centro. base d’asta: 500 € stima: 1.500/2.000 €