Pecore&motori

Lorenzo Delleani è stato un ottimo pittore dell’Ottocento, di quelli che meriterebbero di ritrovare anche solo un poco del successo di cui si giovarono in vita a livello internazionale. Oddio, il quadro  in asta domenica 31 marzo a Vercelli aveva una base d’asta di 25mila euro. Tanti soldi: una cifra che rende, per molti appassionati, di fatto inavvicinabile il buon Delleani. 25mila euro, quanto costa una Fiat Tipo 2 volumi 5 porte. Ma nel caso si prenderebbe l’auto e si lascerebbe il quadro: solo che l’auto non la puoi appendere in soggiorno e quando la rivendi non c’è, almeno a Vercelli, un’asta che te la rimette in gioco. Ho citato la Fiat Tipo perchè Delleani c’azzecca con il discorso. L’artista è stato, infatti, il gran maestro di pittura di  Sofia Cacherano di Bricherasio (fu buona allieva, tempo fa mi ero augurato di possedere un suo acquerello, ma non era così…).

L’ambiente era quello dell’alta borghesia sabauda quella che, una volta fatta l’Italia, aveva imparato dalla buona borghesia del fu Lombardo-Veneto come servisse smetterla con i balli a corte e la caccia alla Venaria ed iniziare, piuttosto, a produrre qualcosa di solido per il mercato oltre agli splendidi vini.  E si decise, così, di buttarsi sulle carrozze senza più cavalli che non fossero quelli motore. Il fratello di Sofia aveva, infatti, un’idea: creare una fabbrica di quelle carrozze liberate dal moto animale. Riunì gli amici con i soldi del caso e, insieme,  diedero il nome alla fabbrica-società: la Fiat. A fotografare con un dipinto l’atto d’origine del futuro smog e degli infarti per scarso movimento fu proprio Lorenzo Delleani. Il più bravo artista che Torino conoscesse. Un pittore che, proprio in quegli anni, si era messo in testa di cambiare stile. Dai paesaggi al sole delle Alpi a scorci e ambienti crepuscolari, dominati da una luce inquieta al confine tra tramonto e notte fonda. Ossianici. Tardo tardo romantici, ma carichi di forti suggestioni.

Un suo biografo la mette così: <Il problema dominante, anzi l’unico problema spirituale su cui debba sostare lo studioso di Lorenzo Delleani è – lo si sa – quello della sua “conversione” che nel 1881 già sollevava tante discussioni, con l’improvvisa comparsa del quadro Quies all’Esposizione Nazionale di Milano. Una sorpresa, un trionfo quella tela che rappresenta il lago di Candia al crepuscolo mentre la luna piena sta sorgendo sulla bassa pianura canavesana: ben cinque volte l’autore dovette replicarla a richiesta di committenti entusiasti durante i mesi che l’esposizione restò aperta, ed intorno era un coro di lodi. L’album-ricordo della mostra ne pubblicava la riproduzione accompagnandola con queste parole: “Ecco uno dei migliori quadri dell’Esposizione; la luna spunta e si alza da un orizzonte nebuloso rischiarando lo specchi d’acqua cheta come uno stagno morto; sulla riva rincasando con qualche pecora, s’inoltra verso il fondo vaporoso e nero una povera guardiana di bestie; l’intonazione cupa, neutra, la tranquillità del colore, l’oscurità piena di misteri, producono la sensazione di un silenzio solenne, d’una quiete religiosa e melanconica: è il sentimento che si esplica senza espressioni di volti, di mani, di segni, colla magia del chiaroscuro, è il colorista che si manifesta senza colori per la sola potenza dei valori delle tinte>.

Un gregge nell’ombra della sera incipiente. Pecore e, presto, i motori. Ecco cosa racconta il lotto a seguire. Gran bel dipinto che romba qualità (vroooommmm…).

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Asta 859- 20LORENZO DELLEANI [Pollone 17/01/1840 – Torino 15/11/1908]Elevazione (o ritorno del gregge sotto la luna), 1885olio su tela 104×135 cm, firma e anno in basso a destra, opera registrata nello schedario Angelo Dragone come da certificazione su foto.Esposizioni: 1885 Torino, Società Promotrice.Bibliografia:_Cat. Torino 1885 (B. 202) pag. 17, n. 291._A.M. Grillo “Gazz. Pop.”, Torino 1885 (B. 203) pag. 3._G. Lavini, “Gazz. Piem.”, Torino 1885 (B. 204) pag. 3._citato su “Delleani, La vita, l’opera e il suo tempo”, volume secondo, Angelo Dragone, 1973, a cura della Cassa di Risparmio di Biella al numero 469, pagina 146._”Delleani e il cenacolo di Sofia di Bricherasio”, Silvana Editoriale, pagina 66.base d’asta: 25.000 €stima: 45.000/50.000 €

La cataratta esistenziale

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Come una nebbia, davanti agli occhi, la nostra vista sta peggiorando inesorabilmente. Abituati a vedere sempre le stesse cose, nello stesso modo, scritte o fotografate da macchine elettroniche che lo fanno per noi, siamo soggetti, fortemente, predisposti alla cataratta esistenziale. Non c’è oculista che possa intervenire, non c’è collirio che possa giovarci. Ma se il nostro medico fosse Alighiero Boetti, al posto degli occhiali ci prescriverebbe, sorridendo e con la testa avvolta dal vapore.   di abituare l’occhio a seguire forme e colori nuove in grado di ingannare il nostro conformismo, di portarci in un oltre, fosse solo per un istante, che da alienati ci renda finalmente un poco alieni. E, dopo un po’, pure sciamani in grado di leggere, nei quadrati afghani, parole che non sono più quelle che ci aspettavamo, semplicementee banalmente  assemblando  una lettera a quella accanto. Saremmo, quindi, come i Vedenti di questa bella, densa opera in asta il 25 aprile nell’asta 861 di Meeting Art. I due omini, al centro,  guardano estasiati e estatici, estranei e estraniati, avulsi e astrusi, astratti e distratti, le linee intrecciarsi con il loro trasporto liquido dei colori. Era la lezione di Paul Klee (tra gioco e percezione) fatta propria dal genio Alighiero. Si guardano le linee, si vede meglio.

 

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199 ALIGHIERO BOETTI [Torino 1940 – Roma 24/04/1994] I vedenti, 1984 china, pastello, matita e collage su carta 80×60 cm, firma in basso al centro, opera registrata presso l’Archivio Alighiero Boetti (Roma) come da dichiarazione su foto. base d’asta: 8.000 € stima: 14.000/16.000 €

L’uomo con la Kobell press

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Usava sempre la stessa macchina fotografica: una Kobell Press del 1955, obbiettivo Voigtlander color-heliar 1:3,5/105. Una macchina  assemblata su misura. Progettata dal fotografo Luciano Giachetti e dall’artigiano milanese Boniforti, la Kobell fu prodotta dalla ditta di Agostino Ballerio. Macchina vera:  fotografia che profumavano di pane cotto nel vecchio forno, dove ogni micchetta aveva la propria fragranza esclusiva. Cose difficili da capire nel nostro mondo dove un algoritmo decide quale sia il pixel o la parola migliore per comunicare il nostro esistere attraverso i media. Scatti programmati da altri che decidono per noi la luce, il fuoco, l’inquadratura. Tutti belli. Tutti inutili.

Giacomelli Mario: scrittore-artista-litografo. Fotografo. Con la sua Kobell Press girava il suo mondo e il suo mondo parlava con lui. Pretini nella neve, uomini e donne come personaggi di un teatro senza tempo. Paesaggi. In bianco e nero.  Paesaggi che diventavano astrazioni.  Tetti, campi arati, govoni come forme di uno spazio ancestrale, eterno. Forma pensiero.  Tutto grazie allla forza di una testa pensante con una Kobell press a tracolla.

Nell’asta 861 arriverà questo lotto: non è Gloogle Earth. E’ Giacomelli.

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81 MARIO GIACOMELLI [Senigallia (AN) 1925 – Senigallia (AN) 25/11/2000] Senza titolo stampa alla gelatina ai sali d’argento 20×25,2 cm, timbro dell’artista al retro. senza riserva stima: 1.000/2.000 €

 

Un 8cento da cinema

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Cosa chiedi alla pittura, quella “classico-vintage-da salotto buono di zia Adele”? Non certo di farti ricco, anche se, d’altro canto, per acquistare certi quadri alti dell’Otto/Novecento, un po’ ricco di tuo devi esserlo. Ma se un ritorno c’è alla pittura vintage, (ogni tanto dicono che ci sia per poi, magari, scoprire che il botto di visitatori alle mostre lo fanno sempre e comunque Monet e Manet e non Castellani o Bonalumi) è legato alla voglia di narrazione che si porta dentro il figurativo vecchio stile. Assuefatti e, alcuni, anche ipnotizzati da Istagram, che altro non è che un figurativo estemporaneo, ecco che un dipinto dell’Ottocento può essere molto più vicino al terzo millennio che una contorsione “idraulico-filosofica” di un astratto-concettuale.

E mi sollecita questa riflessione l’asta 859 di Meeting Art (Prima Sessione: Sabato 30 Marzo 2019 ore 14:30 Seconda Sessione: Domenica 31 Marzo 2019 ore 14:30) che l’ad  Pablo Carrara ha dichiarato di aver visto allestire un po’ a sorpresa (l’800 non crea orgasmi commerciali), in forza delle belle (o presunte tali) opere raccolte. In copertina questo lotto:

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109 ANDREA TAVERNIER [Torino 23/12/1858 – Grottaferrata (Roma) 16/11/1932] Serenità estiva olio su tela 65,5×55,5 cm, etichetta della XIII Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia, 1922 al retro. base d’asta: 15.000 € stima: 27.000/30.000 €
Torinese, ma morto a Grottaferrata, Tavernier era un “lirista” della pittura, un Pascoli della tavolozza. Se il poeta giostrava le sue minimalia esistenziali sapendo di greco e di latino, Tavernier faceva lo stesso sulla tela forte di potente preparazione culturale. In questa sua “Serenità estiva”, dipinta mentre  in Germania esplodeva il Bauhaus e  mentre Picasso spaccava con il cubismo, l’Andrea fingeva che le macchine fotografiche non esistessero ancora e il vero di un paesaggio fosse cosa da colori e pennellini. Il problema è che ti viene, comunque, voglia di saltare dentro il quadro e farci una passeggiata. Se guardo, invece,un Picasso mi guardo bene dal farlo per non trovarmi scomposto nelle mie alienazioni. Non sto facendo classifiche: uno è Picasso, l’altro è Tavernier, ma solo proporzioni emozionali.

Ma l’asta 759 sorprende anche in questo successivo lotto, se il gioco è quello delle emozioni che dal passato divengono in presa diretta. Qui siamo direttamene in Csi o in Criminal Minds (la serie tv che adoro, dove tutto il male seriale possibile si confronta con il raziocinio angosciato di una squadra di specialisti e profiler del Fbi a caccia di serial killer). A Vercelli spunta  una scena del crimine. Dipinta. Questa.

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216 MASSIMO D’AZEGLIO [Torino 24/10/1798 – 16/01/1866] L’agguato olio su tela 85×120 cm, firma in basso a destra. base d’asta: 3.000 € stima: 6.000/7.000 €
D’Azeglio: lo scrittore, il romantico, il risorgimentale, il pittore. Un suo capolavoro, dedicato al convento (da film horror-filosofico) della Sacra di San Michele, è stato esposto nella grande mostra dedicata al Romanticismo dalle Gallerie d’Italia in piazza della Scala a Milano. Tanta tanta tanta gente a vederla, a dimostrazione di come ci sia un ritorno di fiamma per una pittura narrativa. Il quadro di d’Azeglio, giocando pesante e fregandomene del naso giustamente arricciato degli addetti ai lavori,  è come una foto del grande Gregory Crewdson, quelle in cui tutto è stato fotografato un attimo prima che la scena, carica di tensione, diventi tragedia manifesta.

Il morto ammazzato al centro di questa strada sterrata s’immagina medievale (di quel medioevo rifatto che piaceva tanto agli ottocenteschi)  è lì in attesa di essere scoperto (e lo scopre lo spettatore) mentre sullo sfondo il  suo cavallo  se ne va. Qualcuno intanto sta arrivando da destra sullo sfondo, o forse è uno della banda che ha messo in atto l’agguato (due uomini stanno salendo velocemente il versante della collina). In realtà nell’asta 861 c’è un altro dipinto clone di questo, attribuito sempre al D’Azeglio.

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38 ATTRIBUITO A MASSIMO D’AZEGLIO Una vendetta olio su tela rintelata 44,5×60,5 cm, opera non firmata. base d’asta: 1.000 € stima: 2.000/3.000 €

Più piccolo, ma ancor più D’Azeglio (a mio parere) con il paesaggio che vira su una tavolozza sanguigno-drammatica, un cielo plumbeo e assassino dove la croce sulla sinistra sembra illuminata da una luce fuori campo destinata a spaventare lo spettatore. Bella storia, insomma, dipinta. Storia da appendere.

Nel cinema in alto stanno proiettando questo lotto:

106 VITTORIO EMANUELE BRESSANIN [Musile di Piave 22/12/1860 – Venezia 15/08/1941]
Concerto in Campo Santa Margherita, Venezia, 1913
olio su tela 87×107 cm, firma e anno in basso a sinistra.
base d’asta: 4.000 €
stima: 8.000/9.000 €

 

Acquafortissima

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Se fosse per me un’acquaforte, come quella che sarà proposta domenica 24 marzo nell’asta antiquaria di Meeting Art, dovrebbe valere tre volte un agglomerato di materiali vari, pezzo unico o un rigonfiamento di tela ripetuto n-volte sempre allo stesso modo. E cerco di giustificare per temi questa folle convinzione.

L’autore. Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto (Genova 1609-Mantova 1665: in alto nella copertina del post un suo celeberrimo autoritratto inciso alla Rembrandt di cui era parallelo sperimentatore) è, probabilmente il più grande incisore del Seicento attivo in Italia. Non produsse molto: 63 acqueforti, ma la sua grandezza è nella scelta di produrre opere incise che non fossero più mera riproposizione di opere su tela, ma che avessero, piuttosto, una loro forte identità ispirativa e creativa. Il  Grechetto.in questa sua ricerca di unicità dell’incidere con il bulino, inventò, pare, la tecnica del monotipo (opera realizzata su lastra e riportata su carta, una sola volta). Si confrontò con il Van Dyck che conobbe a Genova.

I  ritratti. I volti del Grechetto sono icone  prodotte dalla  fantasia in cui si mischiano gli studi biblici a quelli filosofici.  Nella testa di vecchio che va in asta a Vercelli si noti come le rughe del volto rendano ancor più arcigna la posa di questo personaggio immaginario. Dall’anima contorta dell’uomo emergono pulsioni nervose e nevrotiche che deformano il volto sotto forma di pieghe che il tempo, correndo, ha inciso impietoso sulla pelle di questo misterioso califfo. Gli occhi a fessura, il naso che sembra voler afferrare di rabbia la folta peluria di baffi e barba da tempo. troppo,non più curata.  Tutto questo in 12 centimetri per otto scarsi! Acquafortissima che merita il gusto del possesso.

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6 GIOVANNI BENEDETTO CASTIGLIONE [Genova 1610 – Mantova 1665] Testa di vecchio volto a sinistra (1645-1650 ca) Incisione all’acquaforte su carta, 11,8×8,9 cm, firma su lastra con monogramma “GB” sovrapposte e “CASTIGLIONE GENOVESE” in alto a sinistra; in cornice. Opera corredata da scheda del prof. G.Grasso di Genova. senza riserva. Aggiudicata a 300 euro.

Iperbolico pensare

FrancoGrignani
A 25 anni Franco Grignani, nel 1934 (era nato a Pieve Porto Morone in provincia di Pavia nel 1908), viene invitato a festeggiare i 25 anni della nascita del Futurismo, convocato per la mostra-evento a Milano con tutti i giovani futuristi più promettenti. Ma lui non diverrà mai pur glorioso epigono di quel movimento,  Grignani però colse l’attimo del genio che muove le forme e non teme l’iperbolico pensare. Grignani, il creativo. L’artista progettuale. Il progettista che è per forza artista. Se c’è un Bauhaus e c’è razionalismo nell’arte italiana lo si deve a gente come lui (e come lui Bruno Munari).

L’asta 2640 di Meeting Art, di martedì 26 marzo, regala tra i lotti di grafica varia una vera autentica chicca Grignanesca. Multiplo, certo , ma edito da un colosso del raziocinio nell’arte e con la curatela di una signora assoluta della critica d’arte quale Elena Ponntiggia. Le edizioni serigrafiche di Arte Struktura sono da sempre ritenute un documento da palati fini del collezionismo (quello che esula dal parametro economico sempre e comunque), al punto che furono anche al centro di una mostra nel 2005 a Ghiffa. Il consiglio per l’acquisto è quasi prescritto dal medico. La cartella è, infatti, integra ( non è cosa da poco), mentre le singole serigrafie viaggiano, altrove, serene sul mercato. Non si diventa ricchi avendo questo lotto, si è più poveri lasciandolo.

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25 FRANCO GRIGNANI [Pieve Porto Morone (PV) 04/02/1908 – Milano 1999]
Diagonali iperboliche,1988 cartella contenente 5 serigrafie su carta 49,5×49,5 cm, esemplare 62/100, firmate al retro, a cura di Elena Pontiggia, Edizione Arte Struktura (MI), entro custodia originale. senza riserva. stima: 1.000/2.000 €

Ghelli, l’impalpabile esistere

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13 GIULIANO GHELLI [Firenze 1944 – 15/02/2014] Aprire la porta della fantasia olio su tela 50×70 cm, firma in basso a destra, firma e titolo al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto, certificato di autenticità di Telemarket (Roncadelle-BS) allegato. senza riserva stima: 1.000/2.000
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Nell’asta 861 che verrà a Vercelli, nella prima tornata del 25 aprile, giorno di liberazioni, liberate i pensieri. Ghelli. Surreale e onirico, pop e metafisico. Costa nulla, ma il nulla, filtrato dalla luce che arriva dalla finestra, fa scoprire cose leggere e vitali.

 

Chi era

Giuliano Ghelli, nato a Firenze nel 1944, era un artista praticamente incantato dal simbolo, dalla memoria, e dal colore, quanto dalla campagna toscana in cui, per scelta e per sorte, ha vissuto tutta la vita.Autodidatta, a diciassette anni Ghelli cominciò a frequentare la galleria Numero di Fiamma Vigo. Il giro di artisti e intellettuali che conobbe influenzarono molto il suo approccio alla pittura. Dieci anni dopo, un contratto con il gallerista Marcello Secci permise l’artista di dipingere a tempo pieno.Nel 1974, Ghelli pubblicò il piccolo volume Il Portapaesaggi con testi di Lara-Vinca Masini, nota storica dell’arte contemporanea. Delle opere che espose a Parigi lo stesso anno, Aldo Passoni, direttore della Galleria d’Arte Moderna di Torino, lodò “la segnaletica pop, il tratto volutamente ruvido, goffo, la dimensione narrativa”. Ghelli cominciò ad essere apprezzato nel nord Europa, e nel ’75, dopo aver partecipato con tre opere alla X Quadriennale d’arte nazionale di Roma, ebbe la prima di tre mostre personali a New York. Nello stesso anno fu segnalato dal critico Tommaso Paloscia nel Catalogo Nazionale Bolaffi d’Arte Moderna come uno dei migliori artisti italiani. Negli anni ’80 una progressiva invalidità della moglie Annamaria costrinse Ghelli a lavorare ed esibire a regime attenuato, dividendo suo tempo tra il suo studio e cura della coniuge. Nel 1989 fu nominato dalla Lara-Vinca Masini nel secondo volume di Arte Contemporanea: La linea dell’Unicità, nel capitolo sulla Pop Art in Europa.  Sempre negli anni ’80 una stretta amicizia con il collezionista Giulio Baruffaldi e il fotografo d’arte Stefano Giraldi fu fonte di nuovi contatti nel mondo della cultura e dell’industria.Nel 1990 Ghelli conobbe lo storico leonardesco Carlo Pedretti e si affascinò dei testi e i disegni di Leonardo da Vinci, protagonista in un ciclo di opere del periodo esposti in una personale al Castello Sforzesco di Milano nel 1992, poi a Malmö, Svezia nel 1993. Nel 1995 Ghelli completò la sua prima commissione importante, sempre su temi meccanici: venti tele di grande formato per l’allora nuova sede di Mercedes-Benz Italia a Roma.Negli anni 2000 Ghelli esegui numerose commissioni di rilievo fa le quali la grafica per l’azienda della raccolta dei rifiuti Quadrifoglio, un murale su lamina di ceramica per l’asilo nido comunale “Mare delle Meraviglie” di Castellarano (RE), una serie di manichini dipinti per la Camera Nazionale della Moda (Premio Milano per la Moda 2002, 2003 e 2004), un’esemplare unico della nuova Fiat 500 presentato nel 2008 a Tokyo e nel 2009 l’incarico dal Comune di Siena di dipingere il drappellone del Palio dell’Assunta.Nel 2003 Ghelli iniziò a creare il suo Esercito di Terracotta. Composto di oltre cento busti femminili di varie dimensioni, descritti dall’arista come “un esercito di pace”, dettero spunto ad edizioni in vari materiali e finiture, ampiamente esposte negli anni successivi.Nel 2013 una mostra personale al Palazzo Panciatichi a Firenze, celebrando 50 anni di piena attività, rallegrò l’intero edificio storico per alcuni mesi. Lo stesso anno Ghelli fu riconosciuto con il Gonfalone d’Argento dal Consiglio Regionale della Toscana e col Onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano. (dal sito dell’Archivio Ghelli)

Tan Credi?

Invenduto nell’asta 859. Anzi no. Aggiudicato. 90 mila euro erano tanti. Ma questo Tancredi ne vale 900mila. Non datemi retta, io non sono un critico. Non sono un mercante. Non sono un esperto del mercato dell’arte. Sono un nessuno che guarda un Tancredi sul confine tra espressionismo astratto all’italiana e espressionismo lirico decisamente italiano. Un Tancredi nella terra di nessuno che lo rende artista gigantesco. Lui nel mezzo della corrente. Su una sponda del fiume guarda a Pollock, De Koonig. Sull’altro scorge Licini, Fontana, i Cobra. Questo quadro è lì a spiegare il momento Il fiume, la corrente. Il Tevere. Dove muore annegato, suicida. Un gigante. Da qui l’assunto. La mia convinzione.

Pendolare, sei un capolavoro

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568 GIUSEPPE ZIGAINA [Cervignano Del Friuli (UD) 02/04/1924 – Palmanova (UD) 16/04/2015]
In treno, 1953 tempera e pastelli su carta 54×69 cm, firma e anno in basso a sinistra, etichetta del circolo Rinascita di Valenza dove l’opera è stata esposta nella mostra “Neo-Realismo 1948-1958” tenutasi nel 1979 ed etichetta della Galleria La Colonna (MI) al retro. Base d’asta: 2.000 €
stima: 4.000/5.000 €
 

 

Questo lotto va in asta domenica 17 marzo nell’ultima sessione dell’asta 857 (da domani restate connessi perchè cercherò di vaticinare il futuro…). L’incanto di questo quadro è domenica. Domani è lunedì.
Ci si alza alle 6. Caffè misto sonno, misto problemi vari, misto voglia di lavorare scappami addosso. Voglia di scappare, ma la vita ha catene forti. Fuori piove (e se non piove tira vento che sputa polvere). Luci della notte, d’inverno, alba malinconica se è primavera, sole quasi caldo che ti fa chiedere perchè vai sul treno, se è estate.

Il treno non arriva, soppresso. Quello dopo ha i finestrini che non si aprono di luglio, con 37 gradi fuori e 45 dentro.  Gli stessi finestrini restano aperti se è dicembre e fa anche un po’ Siberia. Facce stanche, occhi tristi, spesso chiusi. Si guarda altrove: Piero della Francesca,se facesse il pendolare, non smetterebbe di dipingere mai.

Giuseppe Zigaina, splendido Rossellini della tavolozza, ci lascia quest’opera in asta. Si viaggia sul treno. La stazione sceglila tu.

 

Metti un Gost nel motore

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502 GIORGIO GOST [Salsomaggiore (PR) 06/04/1962] Stop The Time!, 2017 barattolo anni ’70 di olio motore con resina su tela visibile anche al retro 22x12x10 cm, entro teca in plexiglass 24×13,5×13 cm, firma, anno e tecnica al retro, dichiarazione d’autenticità e timbro a secco dell’artista su foto. senza riserva stima: 1.000/2.000 €


Non so se sia un grande artista, un artista medio. O un grande senza essere artista (cosa che vorrei essere anch’io, peraltro). Però  Giorgio Gost, il cui nome pur privato della h ha qualcosa di fantasmatico, m’intriga. Capperi se lo fa. E’ un accumulatore seriale, un fanatico delle capsule del tempo, un cercatore di quello che gli altri non cercano, uno convinto (ma dai) che gli oggetti sopravvivano ai ricordi e che, una volta estinti questi ultimi, ci si chiederà  cosa mai servissero quelle cose (sperando che non si arrivi a un punto in cui qualcuno forando la latta di questo lotto in asta domenica 17 marzo alla Meeting Art, provi a bere cosa c’è dentro, confondendola con una fantacola).

Bravo Gost perchè il suo lavoro di archeologo della modernità ha un senso compiuto definito, chiaro, lucido, liquido. Si capisce il senso, mentre, ad esempio, di tante cose d’arte il senso mi sfugge o non l’ho mai davvero preso. La dico meglio: mi diverte di più mettermi sulla scrivania questa lattina che tante contorsioni idraulico-concettuali dove l’artista si prende e ci prende per il culo a furia di rifare la stessa cosa che gli era venuta, la prima volta, come un inarrivabile , per gli altri, colpo di genio. Convinti di fare filosofia assoluta partorendo forme-pensiero, tanti grandi nomi hanno perso il senso del gioco. E dell’arte.

L’arte è un gioco: lo urlava, invano, Bruno Munari (anche più grande di Picasso se  il Pablo si fosse anche lui preso troppo sul serio). Lo ripetevano i Dadaisti, i Situazionisti, le anime più belle e pure del Fluxus. Gost c’è dentro fino al collo. E come un bambino, credo, si diverta a fissare per l’eternità le piccole e grandi cazzate che trova in solaio, in cantina, girando per i mercatini la domenica pomeriggio. Ed ecco spuntare così,  sotto un tavolo d’officina, tra stracci intrisi di morcia (intesa come liquidi untuosi raffermi) questa lattina. Che odora, ne sono certo, di scatarrate con i cinquantini, di sfrizionate con la Fiat127 del papà, di avventure su strade che non ci sono più. Strade senza posteggi strapieni, senza buche, dirette verso un dove che aveva ancora un senso. Eh, caro Gost, non mi stai più divertendo. Mi stai facendo venire il  magone della nostalgia.