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Minimal Vasco

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57 VASCO BENDINI Bologna 27/02/1922 – Roma 31/01/2015 Senza titolo, 1974 olio, colla e lana di vetro su carta cm 50×70, firma e anno in basso al centro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.

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Una scintilla dall’asta 2402 di mercoledì 5 ottobre alla Meeting Art di Vercelli. Vasco Bendini, inserito già nel 1954 da Arcangeli tra gli ultimi naturalisti per, come scrive Caramel. “la sua pittura di ispirazione naturalista dalle forti suggestioni informaleggianti”. Quando si dice la coerenza di un artista vero. Il dialogo con gli stimoli del suo tempo non può stravolgere una linea interpretativa e espressiva. Guardate questo quadro. Ha un’impronta minimal (riduzione all’essenziale di un’idea, ma senza scavarne l’anima sino a togliergliela), ha una tentazione poverista (ma senza usare la lana come se fosse  il sale di Calzolari come puro concetto pittorico). Il cuore di questo 50×70 batte ancora. Ed è una riminiscenza di paesaggi dell’anima o di un’anima nei paesaggi guardati dall’artista. Bendini ha cuore, batte anche sottovoce.

Il caso Mambor/2

(riassunto puntate precedenti):Maurizio, che segue queso blog chiede supporto alle sue riflessioni artistiche e collezionistiche su Renato Mambor: come inquadrare la sua ricerca artistica? Fu Pop Art, fu mix di concettuale e Arte Povera? Ma ancora: Mambor, a quale categoria di artisti appartiene? A quelli da collezionare perchè possono piacere perchè hanno cose da dirti  o a quelli che possono piacere perchè il mercato ti chiede di farlo. Non ho risposte, per ora. Raccolgo indizi.

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Questa locandina di mostra, dalla mia piccola raccolta di locandine di mostre, è quella che Renato Mambor diffuse nel  giugno 1969, per la sua mostra alla galleria La Bertesca di Genova dal titolo “Studio sul tramonto del sole”. La Bertesca era e resta la galleria cult dell’Arte Povera, quella dove si realizzò nel 1967 la prima mostra di questo flusso artistico come testimonia il video che segue (cliccare sull’immagine):

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 Di certo Mambor quando espone a Genova si è incamminato su nuovi percorsi rispetto a quelli originari tipici della Scuola presunta di Piazza del Popolo, come si legge in questo testo critico sul sito del Ministero dei beni culturali relativi a una mostra di grafiche dell’artista. <Quando le analisi sulla superficie pittorica stanno per esaurirsi, Mambor ne prende le distanze, per evitare di essere soggettivamente coinvolto a livello di impasto materico. Nel corso degli anni 1967-1970 convive la risposta analitica alla crisi, attraverso il rinnovamento essenziale della conoscenza stessa (Studio sul tramonto del sole e Filtro, nn. 26-30); con lo sconfinamento dell’esperienza e dell’azione artistica nella socialità (Rulli, nn. 31-33): “L’arte è dentro la vita. Basta modificare il nostro sguardo. Perchè ciò avvenga è necessario cambiare pensiero”>.

Dunque, Mambor ragiona sul livello comunicativo del fare arte: si pone problemi che saranno centrali negli anni settanta, ma che hanno ancora una forte dose di contemporaneità. Mambor non era più, da qui in poi, Pop Art o lo era in forma evoluta? (2.continua)

Occasione perduta

Ci sono cose che possono cambiare il baricentro del tuo rapporto con le altre cose. Nell’arte, che è mozione emozionale oltre che monenaria e qualitativa  quello che può impedirti di farlo non è una questione di desiderio e di gradimento, ma di economia e magari di spazio. Premessa di rimpianti e filosofie per raccontare di questo lotto andato in asta domenica scorsa.

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Piero Gilardi. Nero, 1994
(scoglio sonoro interattivo) poliuretano espanso con apparato fonico-elettronico interno allo scoglio cm. 115x55x68, firma, titolo e anno sotto la base, + 6 sassi in poliuretano espanso con misure che variano da 15×20 a 22×47 e tappeto d’appoggio, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.

Piero Gilardi è uno degli artisti con una cifra ispirativa e realizzativa unica. Il suo rapporto con l’immagine della natura lo avvicina ai grandi della Land Art, partendo dai presupposti ideologici dell’Arte Povera: <Piero Gilardi is a pioneer of Arte Povera and a proud advocate of an ecological-concerned undertaking in visual arts. He is a peripatetic artist who gathered information about experimental art and creators in the 1960s, promoting the work of Richard Long or Jan Dibbets, and introducing Bruce Nauman or Eva Hesse into Europe. He is also a political activist who marched with FIAT workers in the 1970s, and who founded>, (dalla prefazione di una retrospettiva edita dal museo di Rivoli).

L’opera messa in asta alla Meeting Art rientra in un ambito di ricerca dell’artista di grande valenza scenica oltre che ispirativa ponendo lo spettatore al centro di una rappresentazione sensoriale e, passatemi l’azzardo, esistenziale. Ecco cosa dice in proposito la scheda di un’opera analoga (ma di tre anni più tarda, ospitata dal Ma Ga, Museo d’arte contemporanea di Gallarate): <La prima impressione davanti a quest’opera è quella di una divertita delusione percettiva. Se infatti alla vista i piccoli sassi sembrano essere veri, da un’indagine al tocco ci accorgiamo che tutta l’opera è fatta di una materia morbida, lattice di gomma, contraria alle nostre aspettative. Questa prima necessità, di toccare e verificare l’opera, ci permette di scoprire direttamente il suo funzionamento reale: l’interazione. Se infatti muoviamo lo scoglio più grande fino a farlo ruotare, esso emette un suono, il frangersi dei flutti del mare sulle rocce. La nostra azione modifica la situazione, e con il nostro corpo azioniamo l’idea delle onde. Così quest’opera è in maniera semplice e immediata l’indice della ricerca più profonda di Piero Gilardi: “La “materia” che posso offrire … , non è sigillata in opere d’arte ma consiste nella disponibilità a condividere un’esperienza immaginativa e cognitiva”. Alla fine degli anni sessanta l’artista realizzava, infatti i tappeti-natura, ultimi oggetti di una lunga ricerca che si spenderà poi in un impegno politico militante e nello studio di procedure, procedure, sistemi, dispositivi, istallazioni fino a culminare nel 2008 nell’apertura a Torino del Parco d’Arte Vivente. Tutta la ricerca conferma la volontà di porre l’arte in una dimensione di ricerca, propositiva, scientifica, responsabile, circa i processi di conoscenza e relazione, la qual cosa comporta un coinvolgimento etico dell’artista nella vita sociale collettiva. I “tappeti-natura” sono superfici in poliuretano espanso, invitanti e incredibilmente somiglianti al reale, pensati per essere usati come luogo d’incontro. Una natura artificiale, quindi, creata per agevolare rapporti e contatti. Il messaggio sotteso è la dimensione di libertà e volontà di cui ciascuno di noi dispone nell’interazione con le cose e con gli altri. Il PAV di Torino è in questo senso l’opera più significativa: il parco, attivo e visitabile, è un luogo concepito per l’interazione tra persone, sistemi e natura nella volontà di condurre una ricerca laica, estesa, continua sul vivente>. 

Era, insomma, un lotto da museo. L’ho scritto in sms a Pablo Carrara, amministratore delegato della Meetinga Art. <Soero l’abbia presa un museo. Da mettere vicino a un  Igloo di Merz o a una canoa primordiale di Zorio>. Non l’ha presa un museo…e neppure io. Qui il rammarico. Per una vita da collezionista insegui il bello, poi quando lo incontri devi ripiegare. Primo per i soldi (aggiudicata peraltro a 5.900 euro, proprio così….a un decimo del suo valore potenziale. Quanto uno splendido ussaro di Gonzaga o a un salotto metafisico di Nunziante). Secondo: perchè avrei dovuto trasformare una stanza a contenitore di uno scoglio. E perchè no? Un quadro di Savinio in tre dimensioni (anzi quattro, con il suono), un modo per far ruotare la mia esistenza abitativa attorno a un nuovo baricentro:  il mare. Occasione perduta.

Alighiero mundial

1982

Nell’opera giovanile, il Contatore del 1967 segna l’avvio dell’ OSSESSIONE DEL TEMPO, della sua scansione.e trascrizione  fu un gioco e una festa ricorrente, un giubilo. Quando il contatore chilometrico della vecchia Fiat 500, consumata fino all’anima varcava il traguardo di un centinaio o di un migliaio, le ultime cifre passando per esempio da 799 a 800, o  meglio da 9 999 a 10 000, lui non mancava mai 1’avvenimento. Lo festeggiava con un lungo grido selvaggio che avrebbe imbarazzai o un passeggero puritano. Poi un giorno disegno uno di questi “passaggi” a 7 cifre. Si tratta di un multiplo, un prodotto di design, volutamente freddo, in cui il brivido febbrile non passa per la mano dell’artista, ma per la sua testa. Alighiero avrebbe probabilmente festeggiato l’arrivo del 2000 con l’occhio fisso sul quadrante di un orologio al quarzo”.  (da Arte e Tempo ). Alighiero Boetti e il tempo: una ricerca che lo entusiasmava. Come si fa a raccontare o dipingere il tempo che passa? Magari prendendo dei fogli mobili di taccuino, e unirli fino a creare un anno che è somma di giorni diversi e di anni diversi. Sovrapposizioni di date, sfidando l’eternità di un numero. Alighiero Boetti, un artista-filosofo-alchimista di idee. Un grandissimo. Lotto 448 in asta (asta 754),  sabato 9 marzo (il tempo) alla Meeting art di Vercelli (il luogo). Base d’asta 4 mila euro, L’opera presenta fioriture della carta: ma è il tempo che passa. Ad Alighiero non sarebbe affatto dispiaciuto. Ah, già il 1982. A voi cosa ricorda? A me questo…

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