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Preview 804/ Oscure trame

L’asta 804 di gennaio mette a confronto due top lot di maestri italiani. Uno scontro ai vertici dell’astrazione dove il ring è il reticolo, la trama, l’intreccio di linee e colori. Mario Nigro vs Piero Dorazio. Ai punti del mercato attuale vince ancora Dorazio. Ma la tecnica e la storia di Nigro possono ancora riservare sorprese sull’esito di nuovi scontri in futuro. Nigro ha, infatti, anticipato con la sua ricerca (linee rigorose, con il colore che riempie gli spazi creati dal loro intreccio nello spazio) l’optical art sino alle opere di un artista come Peter Halley (presente nell’asta 804 e di cui ho parlato in un precedente post). Nel 1974 in una storica mostra al Palazzo Esposizioni di Roma, i due artisti venivano affiancati per raccontare le vie dell’astrattismo. Con le loro opere quelle di  Twombly, Tancredi e del grande Piero Sadun (il  blog cercherà di parlarne presto). Trame oscure di arte alta. In asta.

 

LOTTO 649
LOTTO 649 (asta 804, 31 gennaio)

MARIO NIGRO Pistoia 28/06/1917 – Livorno 11/08/1992
Spazio totale n° 12, 1953-54, tempera su tela cm. 53×74, firma, anno timbro ed etichetta della Galleria La Polena (GE) al retro.
Bibliografia: -“Mario Nigro, catalogo ragionato”, a cura di Germano Celant, Edizioni Skira, 2009, pag. 360 al n° 123.
base d’asta: 90.000 €
stima: 160.000/180.000 €

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LOTTO 550

LOTTO  550 (asta 804, 30 gennaio)

PIERO DORAZIO Roma 28/06/1927 – Todi 17/05/2005
Chèz Andersen, 1959, olio su tela cm. 73×97, firma e anno in basso a destra, titolo, firma, anno, località (Roma) ed etichetta della Galleria Anfiteatro Arte (PD) al retro, provenienza Galerie Springer, Berlino, opera registrata presso l’Archivio Piero Dorazio come da dichiarazione datata 4 settembre 2008 su foto (in fotocopia).
Bibliografia ed esposizioni:
– 1959 “Piero Dorazio”, Galerie Springer, Berlino, pag. 6.
– 1960 Stadtisches Museum, Leverkusen, riprodotto in catalogo.
– 1977 “Dorazio”, Marisa Volpi Orlandini, Edizioni Alfieri, n° 365.
– 2006 “Dorazio”, Marco Canepa Arte Contemporanea, riprodotto in copertina.
– 2006 “Piero Dorazio”, Anfiteatro Arte, Padova, pag. 37.

base d’asta: a richiesta

stima: a richiesta

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Preview 804/ Face Baj

Baj, un grande che fa, finalmente, vibrare anche il collezionismo extra patrio. L’artista genio è da troppo tempo in sonno di mercato. Sul piano critico e storico è sempre stato ben vispo anche se, a mio modesto, ma molto modesto parere, andrebbe ricollocato in una posizione ben più alta, quella del piano lusso degli attici, con Lucio Fontana e accanto ad Alberto Burri ( e Munari no?) .  Dunque Baj. Il 2015 è stato l’anno di un più deciso sostegno della sua opera da parte della fondazione Marconi di Milano .

Si è conclusa da poco. Ospitata alla galleria Luxembourg & Dayan di New York: è stata la prima mostra retrospettva sull’artista sul suolo americano dall’ormai lontano 1971, quando l’arte di Enrico Baj venne celebrata presso il Museum of Contemporary Art di Chicago. Baj sta,insomma, tornando.

In asta a gennaio (asta 804 di Meeting Art)  due suoi ritratti. Il gioco infantile, primitivo che si fonde con il genio creativo del maestro. Uno di profilo, l’altro di fronte. Due volti che sono l’identikit dell’arte di Baj.

 

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419 ENRICO BAJ Milano 31/10/1924 – Vergiate 16/06/2003
Portrait, 1964

acrilici e collage su tela applicata su tavola cm. 30×22, firma in basso a destra, dedica dell’artista ad personam datata 18/7/65 ed etichette della Galerie Pauli Rumine 7 (Lausanne), della Galleria La Maison du Cadre (Lausanne) e di Karl Bonerud (Stockholm) al retro, dichiarazione d’autenticità e archivio n° 957.A a cura di Roberta Cerini Baj su foto.

base d’asta: 8.000 €

stima: 14.000/16.000 €

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199 ENRICO BAJ Milano 31/10/1924 – Vergiate 16/06/2003

Testa di benpensante, 1992
acrilici e collage su cartone telato cm. 30×20, firma in basso a sinistra, email allegata di conferma autenticità a cura di Roberta Cerini Baj, entro teca in plexiglass. Bibliografia:
-“Enrico Baj. Catalogo generale delle opere dal 1972 al 1996”, Marconi-Menhir Editori Milano, 1997, pagina 369 al n° 2460.

base d’asta: 4.000 €

stima: 8.000/9.000 €
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Record price: 108.750 euro ,Generale (1961) , olio, collage, passamanerie, medaglie su tela, 145X113 da Sotheby’s Parigi ,  2010

Record price 2015:50mila euro, i Fidanzati, olio e passamanerie su tela,    da Meeting Art Vercelli ,  27 settembre 2015

Last auction in Meeting Art: 20mila euro, Questi personaggi non sono più soggetti alla legge di gravità, olio su tela 91×121, 29 novembre 2015

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Mostra più recente di riferimento

Enrico BAJ. Baj at Marconi’s. Plastics 1967 – 1969

(dalla nota stampa):”Plastics è il ciclo di opere protagoniste della ricerca artistica di Baj nel biennio 1967 – 1969, esposte allo Studio Marconi proprio nel febbraio 1969. Le prime sperimentazioni dell’artista con i materiali plastici risalgono al 1963, utilizzando i mattoncini Lego, e saranno sviluppate negli anni successivi e applicate a molteplici soggetti. Sono gli anni del Boom economico in cui le neoavanguardie dichiarano guerra all’omologazione e allo svilimento culturale messo in atto dal consumismo. Baj sferra il suo attacco dall’interno, si prende gioco del sistema impiegando come strumento di guerriglia il simbolo per eccellenza del progresso tecnologico. La plastica, qui utilizzata per non produrre nulla se non caustici personaggi che sembrano essi stessi interrogarsi del perché della loro esistenza. Con perizia artigianale Enrico Baj taglia, assembla e sovrappone tutto lo spettro di possibilità materiche e cromatiche che il nuovo materiale industriale può offrire. Cellulosa, PVC, polietilene compongono personaggi irriverenti, espressioni buffe, oggetti iconici”.
Giò Marconi
via Tadino 20
I-20124 Milano Italy
T +39 02 29 404 373
F +39 02 29 405 573
info@giomarconi.com
Inaugurazione : dal 25 novembre al 31 gennaio 2016 (martedì – sabato 11-19)
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IN BDA CHANNEL
                       UN SINTETICO, MA EFFICACE  CONTRIBUTO  VIDEO
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NEL PROSSIMO POST:
– lot spot 804
Altri take it dell’asta 2.309

Lo sciamano di Natale

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Paul Jenkins. News e mercato per l’artista-sciamano,  che fu rapito dal triplice vortice della creatività espressionista, della contemplazione zen e della pulsione emozionale europea. Cresce la voglia di valorizzarne e studiarne l’importanza nella storia dell’arte moderna contemporanea. Proprio in questi giorni il museo di Cleveland ha acquistato una sua opera (come riferisce la Galleria Open Art di Prato  da sempre punto di riferimento italiano per i collezionisti del grande espressionista Usa). Qui di seguito il comunicato ufficiale dell’acquisizione.

PJ CLEVELAND MUSEUM

Paul Jenkins.  Libri e mostre saranno sempre più dense d’ora in poi. E’, infatti, l’artista più anomalo e meno valorizzato tra gli espressionisti astratti. Ci sta rendendo conto nel campo della critica d’arte come la  sua tensione creativa, intrisa di legami con la cultura nipponica ed europea, riuscisse a sincronizzarsi con la ricerca cromatico gestuale tipica degli altri maestri Usa. Artista di formazione Usa, certo, ma con una chiara propensione calligrafica fatta di vuoti e di segni  tipica dei maestri Gutai (oltre che di Sam Francis). Eppure Paul aveva anche respirato gli aromi e osservato gli orizzonti caldi delle Alpi Marittime a Saint Paul de Vence. Americano, giapponese, europeo: un tragitto d’esperienza che hanno fatto di Paul Jenkins un  artista in grado di cucinare un suo originalissimo espressionismo fusion.

L'ENVOLEE-LYRIQUE1

Paul Jenkins era anche uno sciamano. “…Quando sono tornato poco tempo dopo, sono rimasto scioccato! La carta aveva risposto miseramente e quei colori vibranti avevano perso vivacità e nitidezza (….). Tornai nell’acquerello e trascorsi quasi tutto  il giorno a scolpire, incidere e lottare per ridare intensità a quel tradimento. Lui inarcò la schiena e divenne un soggetto spirituale animato, decisamente affine a quell’acquerello che scegliesti dopo il tuo ritorno a Pittsburgh”.(1). E’ un passaggio della lettera che Paul Jenkins scrive al critico d’arte Frank Anderson Trap nel dicembre 1994. Un brano in cui emerge in tutta la sua forta l’artista-sciamano (una dimensione che ubriacò e ispirò Vasilij Vasil’evič Kandinskij). Artista in grado di lottare con la carta e di scolpire i colori fino a far prendere vita all’opera stessa. Mica poco. Una intensità che emerge, a volte, più nei suoi big watercolor che nelle tele. Uno di loro è in asta venerdì notte dalle 10 alla Meeting Art. E’ questo lotto. Con il tocco dello sciamano.

16 PAUL JENKINS Kansas City 12/07/1923 – New York 09/06/2012
Phenomena Big Sur Sounding, 1984
acquerello su carta cm. 102,2×153, firma in basso a sinistra, firma, titolo, anno e località (New York) al retro, certificato d’autenticità della Moos Gallery (Toronto) allegato.

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1) la lettera è riportata a pagina 16 nel catalogo della mostra tenutasi nel 2010 alla Galleria Civica Ezio Mariani di Seregno, edizioni Silvana Editorale).

Asta 804/ Stuzzichino

Da sabato  19 dicembre Base d’Asta ospiterà la preview dell’asta 804 di Meeting Art. Vogliate gradire uno stuzzichino nell’attesa che la cucina sforni il resto…

Asta 804
OPERE DELL’ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA 

Prima Sessione: Sabato 16 Gennaio 2016 
Seconda Sessione: Domenica 17 Gennaio 2016 ore 14:30
Terza Sessione: Sabato 23 Gennaio 2016 ore 14:30
Quarta Sessione: Domenica 24 Gennaio 2016 ore 14:30
Quinta Sessione: Sabato 30 Gennaio 2016 ore 14:30
Sesta Sessione: Domenica 31 Gennaio 2016 ore 14:30
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LOTTO 230

LOTTO 230
ANDY WARHOL Pittsburg (Usa) 1928 – New York 1987
Karen Kain
screenprint on paper cm. 119,5×91,5; timbro e numero A208.046 della Andy Warhol Authentication Board (New York) al retro, opera registrata presso la Andy Warhol foundation come da certificazione allegata.
base d’asta: 30.000 €
stima: 54.000/60.000 €

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Karen Kain, ballerina classica canadese, ora direttore artistico del Balletto nazionale del Canada. Un’icona dell’eleganza in una delle opere grafiche più eleganti realizzate con  questo soggetto dal maestro della Pop art . In asta a Vercelli alla Meeting Art domenica 17 gennaio.

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Karen Kain, Canadian ballet dancer, and currently the Artistic Director of the National Ballet of Canada. An icon of elegance in one of the most majestic graphic works made with this subject from the master of pop art. In auction  by Meeting Art Vercelli on Sunday, the 17th of January 2016.

Il Duce, l’antiquario e Lorenzo da Pavia

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Il quadro riprodotto qui sopra è   di Lorenzo Fasolo, andrà in asta sabato 7 novembre nell’asta Meeting Art di arredi e dipinti antichi di Meeting Art (sotto a guisa di nota a margine la scheda completa dell’opera) . E’ una grande (se non altro per le dimensioni: 1,90 x95)) tavola del Cinquecento. L’ha dipinta Lorenzo Fasolo detto anche Lorenzo da Pavia (dove nacque nel 1463,morì poi a Genova nel 1518). Manierista, come tanti furono i manieristi della pittura lombarda tra Quattro e Cinquecento (alterati e vivacizzati  dalla scuola leonardesca). Pittore di bottega e anche di sua bottega (il figlio Bernardino, giudicato  decisamente più talentuoso, fu sempre al suo fianco), Lorenzo Fasolo (che ha una via dedicata  a Pavia) non abbonda sul mercato antiquario. E come  sempre accade quando riaffiora di colpo un’opera così grande, rara e antica ci si chiede sempre da dove venga oltre a alimentare la curiosità su dove andrà, se andrà: base d’asta 50mila euro. Vabbè, facciamoci, dunque, questo giro tra storia, arte e mercato con la domanda di cui sopra: da dove arriva una tavolona del Cinquecento lombardo?  Partiamo, dunque. Partiamo, però,  un po’ da lontano, da questo altro dipinto.

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E’ il ritratto “Trivulzio” di Antonello da Messina. L’uomo che ci guarda con fermezza appena venata di ironia è uno dei ritratti più celebri della storia dell’arte. Antonello fu in Italia l’interprete più sensibile e originale dell'”ars nova” fiamminga. Il realismo di derivazione nordica dei dettagli,  i tratti del volto acutamente indagati sotto il profilo psicologico, la resa materica del panno del vestito, fino al particolare illusionistico del cartellino con la firma e la data fissato con la ceralacca sul parapetto si equilibra con la rigorosa spazialità del Rinascimento italiano. Fino al 1935 questo capolavoro assoluto apparteneva alla Collezione Trivulzio Belgioioso di Milano (proveniente   dalla galleria- collezione dell’eredità Rinuccini di Firenze dove fu acquisito nel 1850). La collezione Trivulzio Belgioioso, fino alla metà degli anni Trenta, fu probabilmente uno dei  più imponenti agglomerati di capolavori dell’Europa intera con gioielli pittoricicome la Madonna Trivulzio di Filippo Lippi, la Madonna in Gloria del Mantegna, la Madonna con Bambino del Solaro e altre opere che ora sono esposte alla Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano . Erano tutti quadri dell’ex collezione Trivulzio. Tutti, tranne il Gentiluomo di Antonello e il Libro d’ore miniato dal Van Eyck (immenso capolavoro d’arte libraria) che sono patrimonio del museo civico di Torino. Perchè questa separazione di capolavori un tempo insieme che si è  consumata tra Torino e Milano? L’affare legato alla collezione Trivulzio Belgioioso fu, in realtà, una bella e gustosa grana politica per l’Italia fascista degli anni Trenta. Una vicenda che spinse lo stesso Mussolini a dover scendere in campo per sedare una tensione poco fascistissima e molto italica, l’Italia dei mille campanili. Al centro del caso c’è, soprattutto,  questo signore.

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Si chiamava Pietro Accorsi, è probabilmente il più importante e influente antiquario che abbia mai operato in Italia perlomeno per gran parte del Novecento. Le Antichità di Pietro Accorsi è stata il negozio di Torino (che pur  abbonda di pregiatissime librerie e attività antiquarie) più  frequentato e consultato da mecenati e grandi collezionisti. Alla sua morte , sulla scia del suo gigantesco e meticoloso lavoro di reperimento e raccolta/tutela di opere d’arte, un patrimonio inestimabile di professionalità e ricerca, è stata creata una Fondazione.  Accorsi torinese era l’uomo da contattare se si aveva voce o desiderio  e soprattutto risorse, per seguire una rara e inestimabile collezione. E’ quello che fa, all’inizio degli anni Trenta, Umberto di Savoia, erede al trono, appassionato (e molto) di antichità. La mission che affida con grande discrezione ad Accorsi è quella di trattare l’acquisizione della collezione milanese Trivulzio Belgioioso per trasferirla chiavi in mano a Torino. Compreso il Gentiluomo di Antonello da Messina in viaggio da Firenze, a Milano e quindi a  Torino la culla sabauda. Apriti cielo! Il podestà di Milano legge sulla Stampa i retroscena della trattativa e diventa nero (più di quello che già era). Forse neppure sapeva, fino a quel momento, di quei quadri albergati tranquillamente sotto un nobiliare tetto di Milano, ma che adesso li portassero via per darli ai mangiatori di giunduiotti era insopporabile.  Torino era fascista e Milano pure, ma Milano valeva più di Torino e c’era qualcuno più fascista di un altro… Lotta di podestà. Quello di Torino chiaramente non molla la presa e poi, sotto sotto,  sa di poter contare sull’appoggio di un pretendendente al trono. Che facciamo? Chi conta di più? Il podestà di Milano accetta il braccio di ferro e gioca pesante…

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…chiama il Duce. Mussolini ha adesso un problema: i due galli-podestà del suo pollaio. Quadri, quelli litigano per i quadri. Brutta storia che Benito non può certo prendere di petto (benchè temprato da mille battaglie del grano): se dà ragione al torinese, rischia di incrinare  il rapporto con i fascisti milanesi che contano e hanno anche i  danè. Se, invece dà ragione al milanese deve poi vedersela con i mugugni del Re oltre che del suo rampollo. Anche per Mussolini ritorna, così.,d’urgenza, l’uso di uno dei più efficaci metodi di lotta politica in Italia:  il compromesso. Allora, si faccia così: a Milano restino due pezzi pregiati e il resto vada a Torino. Nella partita resta in gioco il buon Pietro Accorsi che, da par suo, sta cercando di salvaguardare comunque la collezione e il suo significato senza dimenticare di essere torinese.  La collezione? Meglio che il grosso resti a Milano, ma Torino abbia due gemme. Il fascistissimo tira e molla finisce così con buona parte della collezione Trivulzio Belgioioso a Milano, ma con due chicche trasferite a Torino (ovvero l’Antonello da Messina e il Van Eyck ). Accorsi ha lasciato il segno senza scontentare nessuno e rendendo le due città più ricche d’arte.  E non solo loro. Accorsi, infatti, nel suo negozio ha anche un altro dipinto antico. Quello di Lorenzo da Pavia. Che, prima di essere nelle sue disponibilità era qui…

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…e qui è il castello di Pocapaglia in provincia di Cuneo. Il suo ingresso è “epico”, fa scuola. La tradizione attribuisce il portale al Sansovino, ma non è documentato; certo è che Filippo Juvarra, chiamato a ristrutturare il castello dopo l’incendio provocato dall’armata francese, ne fu  impressionato tanto da ispirarsi per gli stipiti interni di Palazzo Madama. Ma il maniero ha anche un altro importante link con la storia: tra il 1939 e il 1940 l’erede al trono Umberto di Savoia si ritirò proprio  a Pocapaglia per riflettere, prima di veder intraprendere la guerra contro la Francia. La guerra del Duce. E di quei giorni bui per lui e, di lì a poco,  per il Paese ci sarebbe da scrivere. Ma non  è questo il posto o il post giusto. Qui la questione è un’altra. E’ la tavola di Lorenzo Fasolo. Una tavola e un po’ di fantastoria. Dunque, riassumiamo. Il principe Umberto è a Pocapaglia. Deve riflettere sui destini di una nazione e (ma non lo sa) della sua stessa dinastia. Si distrae,  l’Umberto girando in questi arcani e antichi spazi:  magari degustando un buon rosso e guardando il paesaggio. Ma, soprattutto, è probabile, ammirando arredi e dipinti conservati nelle storiche sale. Lui è un grabde appassionato. In una di esse c’è proprio la tavola di Lorenzo Fasolo, quella che ora va in asta a Vercelli. Stop. Da qui in poi il tasso di storia romanzata aumenta sensibilmente. Su un dato certo, però: la tavola del Fasolo passa dal castello di Pocapaglia alle Antichità Accorsi di Torino.  Quelle gestite dal fiuto di Pietro Accorsi, l’antiquario che, spesso, parla di cose belle e antiche con Umberto di Savoia. Acquisizioni e trasparenti trattative salvando l’arte dall’oblio: bisogna però avere l’imbeccata giusta. E Umberto è passato da Pocapaglia. Coincidenze…

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Quando l’arte viaggia dalla storia al mercato serve la mediazione, più o meno competente, di operatori più o meno professionali. Va subito detto però come in questa storia non ci siano episodi di vulnus d’arte. C’è, invece,  una tavola del Quattro-Cinquecento che cerca un nuovo muro a cui essere appesa svelando in questo suo viaggio risvolti in parte inediti.  La Natività di Lorenzo Fasolo, dunque. Rieccoci a lei. L’ha vista e studiata molto da vicino, prima di essere resa di dominio pubblico su un catalogo d’asta della Meeting art, Luca Sforzini,  perito della Camera di Commercio di Pavia (sua la foto accanto a un caravaggesco). Come l’illustre precursore di tutti gli antiquari colti d’Italia , ovvero  Pietro Accorsi, Sforzini si mette spesso sulle tracce di collezioni antiche possibilmente con l’intento di non smembrarle. Rispettando l’oggetto del suo lavoro. In questo caso il Fasolo, di cui deve essere rispettato prima di tutto il vincolo del Ministero perchè l’opera non sia venduta oltre confine. Infatti va in asta a Vercelli.Ma chi può comprarla, di qua dal confine? <Sarebbe bello che ritornasse a Pavia _ dice _  Io ho avuto la possibilità di esaminarla e di seguirne i suoi più recenti movimenti. E’ una bella testimonianza della pittura lombarda e ligure tra Quattro e Cinquecento, visto che il Fasolo operò a lungo nell’ambito della Repubblica di Genova. Potrebbe essere la parte centrale di un polittico come attesta anche il prezioso lacerto di cornice lignea. L’opera è, comunque, molto vicina a un’altra  natività oggi conservata alla pinacoteca di  Savona. Il luogo ideale per ospitarla sarebbe proprio una pinacoteca pubblica>. Servono però 50 mila euro almeno, per dare un nuovo inizio alla Natività del Fasolo. Passata da Pocapaglia, all’antiquario dei re ed ora a Vercelli. E dopo?

Se ghe penso

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« O l’ëa partîo sensa ‘na palanca,
l’ëa zà trent’anni, forse anche ciû.
Ô l’aiva lottòu pe mette i dinæ a-a banca
e poèisene ancon ûn giorno turnâ in zû
e fâse a palassinn-a e o giardinetto,
co-o rampicante, co-a cantinn-a e o vin,
a branda attaccâa a-i ærboi, a ûso letto,
pe dâghe ‘na schenâa seja e mattin.
Ma o figgio ô ghe dixeiva: “No ghe pensâ
a Zena cöse ti ghe vêu tornâ?!”

Ma se ghe penso alla sana malinconia dei liguri, al loro vivere a Genova  in vecchi e salmastri palazzoni che trasformano le vie in carrugi. Vite verticali con davanti l’orizzontale del mare. Per forza quando fanno arte non hanno dubbi: o diventano geometrici o cercano nei colori quel poco di luce che si vede da una finestra che si affaccia su un’altra finestra. Poi di colpo respirano l’odore bello e malsano del loro porto e diventano poeti. L’asta 2288 di giovedì 29 in Meeting Art consente di raccontare queste storie. Lotti, d’artisti genovesi. Poeti e viaggiatori. Come quello che ha dipinto il quadro copertina. E’   Lauro Iaccarino. Classe 1933, non ha ancora 30 anni che lascia Genova per Padova. A Genova però aveva studiato arte. Aveva pittato con Pietro Bisio, un genio nascosto del realismo esistenziale. Iaccarino non crea però inquietudini, cerca nelle forme e nei colori la metafisica del ricordo. In asta poi incontri Ugo Carrega , il poeta visivo scomparso da poco. Io non ha fatto nulla di male scrive nell’opera in asta. Lui ha fatto in effetti solo poesia accostando la parola alle forme della pittura per stupire e stupirsi di cosa poteva accadere. Nulla di male… tra tutto il bene possibile non è certo il peggio. Ecco, quindi Tino Repetto. Classe 1929Lui lascia Genova per Milano. Porta la sua iodata carica emotiva nella metropoli. Lì si fa parte del grande movimento dell’informale lombardo con Giunni e Morlotti. Segni che sembrano grafie, tracce sul fondo di colori tenui, intrecci evanescenti che non hanno la razionale drammaticità di quelli di Scanavino, ma cercano piuttosto il ritmo di una melodia triste. Scultore che dipinge è invece Giulio Tomaino celebre per le sue sculture rosse, figura che sorprende e ha sorpreso Varese nel 2012 trasformando lo spazio urbano in luogo di poetico confronto con le sue opere dove forme arcaiche dell’infanzia (cavalli a dondolo e pupazzi) cercano di comunicare l’emozione dei ricordi. Roberto Baglietto, infine insegue i suoi sogni con una pittura esplosiva e informale. Sono questi i genovesi…in asta (a seguire i lotti di cui ho vaneggiato)

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01201401116964 UGO CARREGA Pegli (GE) 17/08/1935 – Milano 07/10/2014
Io non ho mai fatto nulla di male, 1996
tecnica mista e applicazioni su carta riportata su faesite cm. 32×23,5; firma e timbro dell’artista con anno in basso al centro, certificato di provenienza della Galleria Allegrini Arte Contemporanea (BS) allegato.

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78 TINO REPETTO Genova 1929
Senza titolo, 1989
tecnica mista su carta cm. 40×30, firma in basso a destra
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93 GIULIANO TOMAINO La Spezia 1945
Composizione, 1978
tecnica mista su carta cm. 50×58, firma e anno in basso a destra, firma, anno e timbro dell’artista al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.

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95 ROBERTO BAGLIETTO Albisola (SV) 1957
Fiore del male, 2002
olio su masonite cm. 100×65, firma, titolo e anno al retro.
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100 LAURO IACCARINO Genova 14/09/1933
La casa al mare
acrilico su tela cm. 70×100, firma in basso a destra, titolo al retro sul telaio.

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Codice Munari

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5 BRUNO MUNARI Milano 1907 – Milano 30/09/1998
Senza titolo, 1998
tecnica mista su carta cm. 21×30, firma e anno in basso al centro

Sarebbe da tradurre. Perchè Munari non faceva mai nulla a caso. <Creatività non vuol dire improvvisazione senza metodo _ scrive in Da Cosa nasce cosa _ in questo modo si fa solo della confusione e si illudono i giovani a sentirsi artisti liberi e indipendenti. La serie di operazioni del metodo progettuale è fatta di valori oggettivi che diventano strumenti operativi nelle mani di progettisti creativi>. Chiaro, no? Un genio che si muove senza regole certe, senza un codice non esiste. Chi dice di esserlo mistifica. <Come si riconoscono i valori oggettivi? _ continua Munari _  Sono valori riconosciuti da tutti come tali. Per esempio se io affermo che mescolando il color giallo limone con il blu turchese si ottiene un verde, sia che si usino colori a tempera, a olio o acrilici oppure pennarelli, e pastelli, io affermo un valore oggettivo>.

L’opera della foto va in asta venerdì prossimo dalle 22 in Meeting Art.

Volevo esserci anch’io…

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Vi racconto una favola vera. Vi racconto della foto che vedete. Siamo a Firenze nei mitici anni Ottanta. Mentre Milano era città tutta da bere: nel capoluogo toscano si giocava con l’arte grazie al più grande giocattolaio dell’arte italiana del dopoguerra. Si chiamava Enrico Baj ed è il signore al centro di questa foto quasi inedita. Quello vicino a lui con i baffoni è, invece, Giuliano Allegri. Allegri: editore d’arte, gallerista, docente di Belle Arti, maestro d’incisione.I due si conoscono da tempo e decidono di fare insieme una gran bella cosa.

Baj ha un sogno e Allegri lo realizza o forse è l’inverso. Il sogno è questo: mettere in scena il PInocchio di Collodi con scenografie e personaggi creati dall’estro e dal genio dell’Enrico. Solo che ci vuole un teatrino con palco e platea. Ma dove fare una cosa così a Firenze? Giuliano l’Allegri ha una pensata: la sua galleria, La Bezuga. Se la guardi bene non è solo una galleria, ma è anche un teatro. Basta togliere l’ufficio dietro quel grande arco a muro, basta togliere tutto ciò che non serve e giocare a fare il teatro. Con Baj.

Si va in scena. Fuori nella piazzetta Baj sistema una fantastica e artistica giostra creata a suo modo che ricorda quella che affascinò il burattino. Un attore invita le mamme, i papà e i bambini ad entrare in quella buffa galleria d’arte. Siori e siore…si va a cominciare. Il più incredibile, fiabesco e spettacolare dei vernissage. Niente critici sopraffini, operatori d’arte varia, seriosi e compunti collezionisti. No, Non loro. Ma bambini che urlano e ridono di gioia. Con Baj. Il mago dell’arte contemporanea.

Ma lo spettacolo è anche una mostra d’arte. Alla fine  gli attori sistemano sulle pareti ad uno ad uno le figure realizzate da Baj. Da opere vive a opere in mostra. Una magia. Avrei voluto esserci…non ero così piccolo. Ma adesso da grande molto più grande non mi pentirei certo di avere in casa un’opera di uno degli artisti destinato a salire in alto in alto in alto in alto nelle aste e dintorni (non bestemmio se dico che Baj vale Fontana. la sua fantasia ha la forza di un taglio) . Firenze, oh cara.

Addio Lorenzo, nuove forme nel cielo

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Si è spento Lorenzo Piemonti. Classe 1935. Grande e riservato maestro dell’astrattismo italiano. L’ho conosciuto alla Meeting Art di Vercelli (la Casa d’Aste che da tempo e giustamente lo considera un nome forte della nostra storia dell’arte). Schivo, modesto, convinto assertore della sua idea di arte. Spirito libero, fuori da mode e mercato. Viveva a Carate Brianza cercando lì, tra orizzonti noti, il mistero delle forme e dei colori che aveva assorbito dal suo grande mentore, Max Bill. Piemonti è l’epigono di una corrente pittorica che, dialogando con il design e la moda (fece installazioni museali per esclusivi marchi dell’alta moda), richiamava lo spirito del Bauhaus. Abbiamo perso un maestro. Restano le forme e i colori. E per me il ricordo di un sorriso carico di serena consapevolezza di aver comunicato qualcosa. Riporto , qui sotto, il post di quell’incontro.

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Ho incontrato Lorenzo Piemonti alla Meeting art di Vercelli. Due ore di dialogo sul suo fare arte. Sapevo qualcosa di lui, testimone coerente e contemporaneo del Bauhaus.

(dalla Trecccani):” Bauhaus (Staatliches Bauhaus Weimar) Istituto superiore di istruzione artistica, fondato a Weimar nel 1919 da W. Gropius per promuovere, in risposta alle esigenze che già dalla fine dell’Ottocento avevano dato vita ai movimenti Arts and crafts e Deutscher Werkbund, un nuovo metodo educativo in grado di superare l’antinomia arte-artigianato, finalizzato all’integrazione tra arte e industria e all’unità e armonia tra le diverse attività artistiche. Strutturato in sei semestri, il programma del B. prevedeva due corsi paralleli ma coordinati (uno dedicato ai materiali e ai processi di lavorazione, guidato da un ‘maestro artigiano’; l’altro consacrato al disegno e alla teoria della forma, guidato da un ‘maestro della forma’), preceduti da un semestre per sviluppare nell’allievo il senso dei materiali e dello spazio, introducendolo alla figurazione artistica (corsi tenuti da J. Itten e, dopo il 1922, da L. Moholy-Nagy)”.

Sapevo del suo stretto rapporto con il movimento del Costruttivismo svizzero e del suo dialogo artistico con Max Bill negli anni Sessanta.

Dalla Treccani : “Max Bill. Architetto, pittore e scultore svizzero (Winterthur 1908 – Berlino 1994). Studiò a Zurigo e al Bauhaus di Dessau. Membro di Abstraction-Création (1932-36), associato ai CIAM (1938), fondatore della rivista Abstrakt-Konkret (1944) e dell’Institut für progressive Kultur (1947), B., uno dei maggiori rappresentanti dell’arte concreta, ha elaborato con rigorosa coerenza un linguaggio la cui struttura geometrica ha una matrice logica ordinatrice di forme semplificate fino all’elementare. La creazione artistica è per B. visualizzazione di idee astratte, liberamente immaginate, in forme otticamente percepibili attraverso i colori, lo spazio, la luce, il movimento”.

Sapevo della sua presenza museale e espositiva a fianco di altri maestri dell’astrazione razionale (Bonalumi, Castellani, Dadamaino, Gianni Colombo)

Nella foto sotto un incontro alla Galleria Corsini di Intra nel 1977 con l’artista (a sinistra), Dadamaino,Emilio Tadini, Giorgio Marconi

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Sapevo di opere sue in musei internazionali come il Museum of geometric ad Madi art di Dallas.

Lorenzo Piemonti

Piemonti was born in 1935 in a suburb of Milan. He lived and worked in Switzerland from 1965 until 1975, where he studied with the masters of concrete art. During this period he made fashion mannequins for Balenciaga and Yves Saint Laurent. These were shown at the Metropolitan Museum of Art in New York and at the Museum of Art and Fashion at the Louvre. He also has monumental sculpture pieces in Italy.

Dopo l’incontro di domenica so altre quattro cose, che vi scrivo.

1) Ogni sua opera è una sua opera. Una tautologia? No. La storia dell’arte e soprattutto l’ultima fase di essa è ricca di artisti che affidano un’idea a un gruppo di lavoro. Non sono più le scuole rinascimentali, ma factory e catene di montaggio vere e proprie. Piemonti no. Preciso, costruttivista, molto bauhaus abbina la sua forma d’artista alla sua forma di manipolatore artigiano di quella forma. Crea opere in cui colori e inserti di materiali rispondono a logiche matematiche e armoniche.

2) Ogni sua opera è diversa dall’altra. La serialità dell’arte è un vizio in cui spesso l’artista cede per compensare l’esigenza della domanda di sue produzioni con l’offerta che l’atelier può garantire. Piemonti no. <Non voglio farmi impossessare dall’opera _ dice _ L’opera cerca di condurmi a rifare percorsi già fatti, per semplicità, per partito preso. In questi momenti cerco di staccarmi dai miei stereotipi e lasciare comunque qualcosa di nuovo in quello che sto facendo>.

3) Artigiano nel cuore, artista nella mente. “Io dipingevo manichini” racconta Piemonti della sua esperienza in Svizzera. Lì incontra Max Billi, lì incontra il concetto alto di design che lo porta a produrre opere esposte al Louvre e al Metropolitan per dare un senso aggiunto alle grandi creazioni di moda. E’ come dire che Le Courbusier costruiva modellini in legno di case e palazzi. Ma Piemonti non è  umile per caso, è piuttosto il senso della misura e il rispetto che si deve ad ogni prodotto della nostra fatica creativa.

4) Un artista affamato. “Io ho fame _ dice _ fame di continuare la ricerca, fame di produrre, fame di scoprire nuovi proporzioni di colori e forme. Credo che per un artista la fame, un tempo anche materiale, sia un’esigenza”. Artista affamato: come Fontana che, sotto quei morsi, ha tagliato la tela; come Castellani che non smette di cercare il punto in cui l’ombra nasconde la luce; come Picasso che ha dipinto sè stesso da ragazzino quando ormai era a un passo dal suo addio.

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