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Atchugarry, il pensiero e il marmo

La scultura. Scriverne non è facile. Raccontarne la dimensione, la materia che si plasma dall’idea: no, non è facile. Il rapporto tra spazio e oggetto, tra proporzioni e suggestioni. Difficile. Allora, lasci  alle foto bidimensionali il compito di rappresentare e al pensiero di un critico con un paio di C maiuscole  (Luciano Caprile) quello di spiegare. L’occasione è una mostra che inizierà domani a Diano Marina nella galleria Civiero art Gallery. Io mi taccio. La scultura parli di sè…

 

Marmo rosa del Portogallo - h 39,5 x 27 x 20,5 cm. - 2014Marmo satuario di Carrara - h 37,5 x 18,5 x 7,5 cm. - 2014

PABLO ATCHUGARRY
“Il divenire della forma”

La Civiero art Gallery di Diano Marina con il patrocinio e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Diano Marina presenta, al Palazzo del Parco di Diano, Pablo Atchugarry.

22 novembre 2014 – 7 gennaio 2015
inaugurazione sabato 22 novembre dalle ore 16.00
catalogo con testo critico di Luciano Caprile

Marmo Statuario di Carrara  h 43.5x20.5x9 - 2013

Marmo statuario di Carrara - h 46,5 x 19 x x 19 cm. - 2013

Marmo Statuario di Carrara  h 43.5x20.5x9 - 2013 Marmo statuario di Carrara - h 45 x 16,5 x 18 cm. - 2014

IL MAGICO DIVENIRE DELLA FORMA

di Luciano Caprile

Ho ancora negli occhi il primo incontro, a Lecco, con Pablo Atchugarry e la sua opera, ovvero con l’artista che stava scavando col trapano un grande blocco di marmo ed era completamente immerso in una nuvola di polvere capace di imbiancargli la barba, i capelli, il volto, il corpo intero trasformandolo in un’ideale statua. Sembrava che stesse scolpendo se stesso. L’idea della forma, che egli stava inseguendo nel mistero della creazione col soccorso di una consistenza o di un segno impercettibile colto dall’intuizione, si specchiava perfettamente in lui, nella sua figura alta, possente e nel contempo evanescente al pari del sogno in cui egli si era calato con tutto se stesso. Alla fine del lungo e insistito travaglio fatto anche, o soprattutto, di lievi colpi di mazzuolo e di carezzevoli lisciature abrasive, si manifestava nella sua variabile compiutezza quel prodigio da ripetersi ogni volta. La materia si riconosceva e si esaltava nella plastica delicatezza ascensionale di un palpito da sospendere eternamente nell’aria. Così l’intenzione approdava a una concreta magia che coniugava la suggestione di una candida veste recuperata dalla classicità greca o romana ( o dalla impalpabile lievità di un Canova ) all’ardita proiezione di un’intuizione, di una fiamma solida, di una rincorsa di gesti e di pensieri. Questo era il mondo e il modo di Atchugarry che ha continuato a interrogare e a inseguire la materia: questo è l’Atchugarry di oggi alla continua ricerca della stupefazione per sé e per noi.

Questo è l’Atchugarry che ha saputo modulare la mano e il pensiero trasferendoli di volta in volta dall’abbacinante splendore del marmo bianco di Carrara ( lo statuario caro a Michelangelo ) al variegato rosa del Portogallo inseguendo il divenire di una macchia o assecondando il percorso di una linea di discontinuità da accogliere come un suggerimento. Fino a realizzare di recente una serie di sculture tradotte nel bronzo in limitati esemplari eppure immerse nell’identica suggestione strutturale e contemplativa tale da ingannare il tatto e lo sguardo. Dalle opere figurative degli anni Settanta e Ottanta ( una per tutte la Redemptoris Mater del 1988 ) a oggi il passaggio alla essenzialità non ha tradito la memoria ma l’ha rivolta a una interiorità prodiga di sollecitazioni e di sorprese. Si diceva di un movimento fluido pronto a conquistare lo spazio e ad armonizzarsi con esso.

D’altro canto per lui la verticalità “è un’interrogazione interiore, è una preghiera, è un’invocazione, è una ricerca di infinito” che si denota non solo nelle prove monumentali ma anche nelle opere dalle dimensioni più contenute. Infatti la dichiarazione di assoluto è insita nel pensiero che si fa gesto e nella forma che scaturisce dalla materia alla stregua di un rinnovabile miracolo. Alla verticalità si associa la leggerezza: il citato rimando a un ondeggiare di veste o a un ripetuto recupero di pieghe trova nella presenza di un improvviso vuoto un ulteriore motivo di ordine ritmico.

Al pari di una musica che calcoli il valore di una pausa, di un silenzio, magari da ripetersi come un trattenimento di respiro di fronte a un varco intinto nell’ignoto. In Atchugarry il senso della misura alimenta le sculture secondo una logica che coinvolge i ritmi germinativi della natura. E trova nei comportamenti creativi di autori in apparenza anche lontani dal suo fare un terreno di ispirazione e di riflessione: ci rivolgiamo all’Henry Moore degli “ossi” o all’Arnaldo Pomodoro delle perfezioni geometriche corrose e crittografate o all’Isamu Noguchi “naturalistico” o a Le Corbusier ossessionato dalla semplificazione o a Marino Marini arricchito da profonde tensioni “etrusche” o a Costantin Brancusi e Jean Arp inseguiti dalla utopia dell’equilibrio formale da specchiarsi perfettamente nel pensiero.

Anche da lì provengono quelle idee che trovano il loro definitivo approdo in qualcosa che nasce, cresce e si completa nella trasformazione della materia pronta a stupire e a sorprendere lo stesso artefice a sua volta pronto a trasformarsi con essa e in essa. Lo stesso ragionamento riguarda le opere in marmo bianco di Carrara e in marmo rosa del Portogallo concepite per questo evento. E riguarda altresì i bronzi che hanno acquisito tonalità meno frequentate dalle composizioni scaturite dalla lavorazione della pietra: pensiamo al verde liquido che avvolge delicatamente le superfici o all’azzurro o al grigio-nero caratterizzati da una variabile intensità cromatica.
La condanna o il premio di ogni vero autore è tentare il sublime senza mai raggiungerlo; ovvero la condanna o il premio consiste nella convinzione di non essere mai prossimi alla fine del percorso poiché questo traguardo coinciderebbe con la conclusione della vita creativa.

Atchugarry ha posto il suo traguardo abbastanza in alto in modo da poterne individuare ogni volta i contorni e da valutarne i passi di avvicinamento. In tal maniera l’aspirazione alla verticalità si sposa a un anelito di non ritorno e ogni passo in più accompagna e soccorre la tensione verso l’ideale, irraggiungibile vetta. Non esiste un premio maggiore per un grande artista. Tutto questo Atchugarry lo sa e lo sperimenta in ogni istante della sua giornata.

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