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Il Duce, l’antiquario e Lorenzo da Pavia

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Il quadro riprodotto qui sopra è   di Lorenzo Fasolo, andrà in asta sabato 7 novembre nell’asta Meeting Art di arredi e dipinti antichi di Meeting Art (sotto a guisa di nota a margine la scheda completa dell’opera) . E’ una grande (se non altro per le dimensioni: 1,90 x95)) tavola del Cinquecento. L’ha dipinta Lorenzo Fasolo detto anche Lorenzo da Pavia (dove nacque nel 1463,morì poi a Genova nel 1518). Manierista, come tanti furono i manieristi della pittura lombarda tra Quattro e Cinquecento (alterati e vivacizzati  dalla scuola leonardesca). Pittore di bottega e anche di sua bottega (il figlio Bernardino, giudicato  decisamente più talentuoso, fu sempre al suo fianco), Lorenzo Fasolo (che ha una via dedicata  a Pavia) non abbonda sul mercato antiquario. E come  sempre accade quando riaffiora di colpo un’opera così grande, rara e antica ci si chiede sempre da dove venga oltre a alimentare la curiosità su dove andrà, se andrà: base d’asta 50mila euro. Vabbè, facciamoci, dunque, questo giro tra storia, arte e mercato con la domanda di cui sopra: da dove arriva una tavolona del Cinquecento lombardo?  Partiamo, dunque. Partiamo, però,  un po’ da lontano, da questo altro dipinto.

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E’ il ritratto “Trivulzio” di Antonello da Messina. L’uomo che ci guarda con fermezza appena venata di ironia è uno dei ritratti più celebri della storia dell’arte. Antonello fu in Italia l’interprete più sensibile e originale dell'”ars nova” fiamminga. Il realismo di derivazione nordica dei dettagli,  i tratti del volto acutamente indagati sotto il profilo psicologico, la resa materica del panno del vestito, fino al particolare illusionistico del cartellino con la firma e la data fissato con la ceralacca sul parapetto si equilibra con la rigorosa spazialità del Rinascimento italiano. Fino al 1935 questo capolavoro assoluto apparteneva alla Collezione Trivulzio Belgioioso di Milano (proveniente   dalla galleria- collezione dell’eredità Rinuccini di Firenze dove fu acquisito nel 1850). La collezione Trivulzio Belgioioso, fino alla metà degli anni Trenta, fu probabilmente uno dei  più imponenti agglomerati di capolavori dell’Europa intera con gioielli pittoricicome la Madonna Trivulzio di Filippo Lippi, la Madonna in Gloria del Mantegna, la Madonna con Bambino del Solaro e altre opere che ora sono esposte alla Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano . Erano tutti quadri dell’ex collezione Trivulzio. Tutti, tranne il Gentiluomo di Antonello e il Libro d’ore miniato dal Van Eyck (immenso capolavoro d’arte libraria) che sono patrimonio del museo civico di Torino. Perchè questa separazione di capolavori un tempo insieme che si è  consumata tra Torino e Milano? L’affare legato alla collezione Trivulzio Belgioioso fu, in realtà, una bella e gustosa grana politica per l’Italia fascista degli anni Trenta. Una vicenda che spinse lo stesso Mussolini a dover scendere in campo per sedare una tensione poco fascistissima e molto italica, l’Italia dei mille campanili. Al centro del caso c’è, soprattutto,  questo signore.

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Si chiamava Pietro Accorsi, è probabilmente il più importante e influente antiquario che abbia mai operato in Italia perlomeno per gran parte del Novecento. Le Antichità di Pietro Accorsi è stata il negozio di Torino (che pur  abbonda di pregiatissime librerie e attività antiquarie) più  frequentato e consultato da mecenati e grandi collezionisti. Alla sua morte , sulla scia del suo gigantesco e meticoloso lavoro di reperimento e raccolta/tutela di opere d’arte, un patrimonio inestimabile di professionalità e ricerca, è stata creata una Fondazione.  Accorsi torinese era l’uomo da contattare se si aveva voce o desiderio  e soprattutto risorse, per seguire una rara e inestimabile collezione. E’ quello che fa, all’inizio degli anni Trenta, Umberto di Savoia, erede al trono, appassionato (e molto) di antichità. La mission che affida con grande discrezione ad Accorsi è quella di trattare l’acquisizione della collezione milanese Trivulzio Belgioioso per trasferirla chiavi in mano a Torino. Compreso il Gentiluomo di Antonello da Messina in viaggio da Firenze, a Milano e quindi a  Torino la culla sabauda. Apriti cielo! Il podestà di Milano legge sulla Stampa i retroscena della trattativa e diventa nero (più di quello che già era). Forse neppure sapeva, fino a quel momento, di quei quadri albergati tranquillamente sotto un nobiliare tetto di Milano, ma che adesso li portassero via per darli ai mangiatori di giunduiotti era insopporabile.  Torino era fascista e Milano pure, ma Milano valeva più di Torino e c’era qualcuno più fascista di un altro… Lotta di podestà. Quello di Torino chiaramente non molla la presa e poi, sotto sotto,  sa di poter contare sull’appoggio di un pretendendente al trono. Che facciamo? Chi conta di più? Il podestà di Milano accetta il braccio di ferro e gioca pesante…

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…chiama il Duce. Mussolini ha adesso un problema: i due galli-podestà del suo pollaio. Quadri, quelli litigano per i quadri. Brutta storia che Benito non può certo prendere di petto (benchè temprato da mille battaglie del grano): se dà ragione al torinese, rischia di incrinare  il rapporto con i fascisti milanesi che contano e hanno anche i  danè. Se, invece dà ragione al milanese deve poi vedersela con i mugugni del Re oltre che del suo rampollo. Anche per Mussolini ritorna, così.,d’urgenza, l’uso di uno dei più efficaci metodi di lotta politica in Italia:  il compromesso. Allora, si faccia così: a Milano restino due pezzi pregiati e il resto vada a Torino. Nella partita resta in gioco il buon Pietro Accorsi che, da par suo, sta cercando di salvaguardare comunque la collezione e il suo significato senza dimenticare di essere torinese.  La collezione? Meglio che il grosso resti a Milano, ma Torino abbia due gemme. Il fascistissimo tira e molla finisce così con buona parte della collezione Trivulzio Belgioioso a Milano, ma con due chicche trasferite a Torino (ovvero l’Antonello da Messina e il Van Eyck ). Accorsi ha lasciato il segno senza scontentare nessuno e rendendo le due città più ricche d’arte.  E non solo loro. Accorsi, infatti, nel suo negozio ha anche un altro dipinto antico. Quello di Lorenzo da Pavia. Che, prima di essere nelle sue disponibilità era qui…

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…e qui è il castello di Pocapaglia in provincia di Cuneo. Il suo ingresso è “epico”, fa scuola. La tradizione attribuisce il portale al Sansovino, ma non è documentato; certo è che Filippo Juvarra, chiamato a ristrutturare il castello dopo l’incendio provocato dall’armata francese, ne fu  impressionato tanto da ispirarsi per gli stipiti interni di Palazzo Madama. Ma il maniero ha anche un altro importante link con la storia: tra il 1939 e il 1940 l’erede al trono Umberto di Savoia si ritirò proprio  a Pocapaglia per riflettere, prima di veder intraprendere la guerra contro la Francia. La guerra del Duce. E di quei giorni bui per lui e, di lì a poco,  per il Paese ci sarebbe da scrivere. Ma non  è questo il posto o il post giusto. Qui la questione è un’altra. E’ la tavola di Lorenzo Fasolo. Una tavola e un po’ di fantastoria. Dunque, riassumiamo. Il principe Umberto è a Pocapaglia. Deve riflettere sui destini di una nazione e (ma non lo sa) della sua stessa dinastia. Si distrae,  l’Umberto girando in questi arcani e antichi spazi:  magari degustando un buon rosso e guardando il paesaggio. Ma, soprattutto, è probabile, ammirando arredi e dipinti conservati nelle storiche sale. Lui è un grabde appassionato. In una di esse c’è proprio la tavola di Lorenzo Fasolo, quella che ora va in asta a Vercelli. Stop. Da qui in poi il tasso di storia romanzata aumenta sensibilmente. Su un dato certo, però: la tavola del Fasolo passa dal castello di Pocapaglia alle Antichità Accorsi di Torino.  Quelle gestite dal fiuto di Pietro Accorsi, l’antiquario che, spesso, parla di cose belle e antiche con Umberto di Savoia. Acquisizioni e trasparenti trattative salvando l’arte dall’oblio: bisogna però avere l’imbeccata giusta. E Umberto è passato da Pocapaglia. Coincidenze…

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Quando l’arte viaggia dalla storia al mercato serve la mediazione, più o meno competente, di operatori più o meno professionali. Va subito detto però come in questa storia non ci siano episodi di vulnus d’arte. C’è, invece,  una tavola del Quattro-Cinquecento che cerca un nuovo muro a cui essere appesa svelando in questo suo viaggio risvolti in parte inediti.  La Natività di Lorenzo Fasolo, dunque. Rieccoci a lei. L’ha vista e studiata molto da vicino, prima di essere resa di dominio pubblico su un catalogo d’asta della Meeting art, Luca Sforzini,  perito della Camera di Commercio di Pavia (sua la foto accanto a un caravaggesco). Come l’illustre precursore di tutti gli antiquari colti d’Italia , ovvero  Pietro Accorsi, Sforzini si mette spesso sulle tracce di collezioni antiche possibilmente con l’intento di non smembrarle. Rispettando l’oggetto del suo lavoro. In questo caso il Fasolo, di cui deve essere rispettato prima di tutto il vincolo del Ministero perchè l’opera non sia venduta oltre confine. Infatti va in asta a Vercelli.Ma chi può comprarla, di qua dal confine? <Sarebbe bello che ritornasse a Pavia _ dice _  Io ho avuto la possibilità di esaminarla e di seguirne i suoi più recenti movimenti. E’ una bella testimonianza della pittura lombarda e ligure tra Quattro e Cinquecento, visto che il Fasolo operò a lungo nell’ambito della Repubblica di Genova. Potrebbe essere la parte centrale di un polittico come attesta anche il prezioso lacerto di cornice lignea. L’opera è, comunque, molto vicina a un’altra  natività oggi conservata alla pinacoteca di  Savona. Il luogo ideale per ospitarla sarebbe proprio una pinacoteca pubblica>. Servono però 50 mila euro almeno, per dare un nuovo inizio alla Natività del Fasolo. Passata da Pocapaglia, all’antiquario dei re ed ora a Vercelli. E dopo?