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Occasione perduta

Ci sono cose che possono cambiare il baricentro del tuo rapporto con le altre cose. Nell’arte, che è mozione emozionale oltre che monenaria e qualitativa  quello che può impedirti di farlo non è una questione di desiderio e di gradimento, ma di economia e magari di spazio. Premessa di rimpianti e filosofie per raccontare di questo lotto andato in asta domenica scorsa.

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Piero Gilardi. Nero, 1994
(scoglio sonoro interattivo) poliuretano espanso con apparato fonico-elettronico interno allo scoglio cm. 115x55x68, firma, titolo e anno sotto la base, + 6 sassi in poliuretano espanso con misure che variano da 15×20 a 22×47 e tappeto d’appoggio, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.

Piero Gilardi è uno degli artisti con una cifra ispirativa e realizzativa unica. Il suo rapporto con l’immagine della natura lo avvicina ai grandi della Land Art, partendo dai presupposti ideologici dell’Arte Povera: <Piero Gilardi is a pioneer of Arte Povera and a proud advocate of an ecological-concerned undertaking in visual arts. He is a peripatetic artist who gathered information about experimental art and creators in the 1960s, promoting the work of Richard Long or Jan Dibbets, and introducing Bruce Nauman or Eva Hesse into Europe. He is also a political activist who marched with FIAT workers in the 1970s, and who founded>, (dalla prefazione di una retrospettiva edita dal museo di Rivoli).

L’opera messa in asta alla Meeting Art rientra in un ambito di ricerca dell’artista di grande valenza scenica oltre che ispirativa ponendo lo spettatore al centro di una rappresentazione sensoriale e, passatemi l’azzardo, esistenziale. Ecco cosa dice in proposito la scheda di un’opera analoga (ma di tre anni più tarda, ospitata dal Ma Ga, Museo d’arte contemporanea di Gallarate): <La prima impressione davanti a quest’opera è quella di una divertita delusione percettiva. Se infatti alla vista i piccoli sassi sembrano essere veri, da un’indagine al tocco ci accorgiamo che tutta l’opera è fatta di una materia morbida, lattice di gomma, contraria alle nostre aspettative. Questa prima necessità, di toccare e verificare l’opera, ci permette di scoprire direttamente il suo funzionamento reale: l’interazione. Se infatti muoviamo lo scoglio più grande fino a farlo ruotare, esso emette un suono, il frangersi dei flutti del mare sulle rocce. La nostra azione modifica la situazione, e con il nostro corpo azioniamo l’idea delle onde. Così quest’opera è in maniera semplice e immediata l’indice della ricerca più profonda di Piero Gilardi: “La “materia” che posso offrire … , non è sigillata in opere d’arte ma consiste nella disponibilità a condividere un’esperienza immaginativa e cognitiva”. Alla fine degli anni sessanta l’artista realizzava, infatti i tappeti-natura, ultimi oggetti di una lunga ricerca che si spenderà poi in un impegno politico militante e nello studio di procedure, procedure, sistemi, dispositivi, istallazioni fino a culminare nel 2008 nell’apertura a Torino del Parco d’Arte Vivente. Tutta la ricerca conferma la volontà di porre l’arte in una dimensione di ricerca, propositiva, scientifica, responsabile, circa i processi di conoscenza e relazione, la qual cosa comporta un coinvolgimento etico dell’artista nella vita sociale collettiva. I “tappeti-natura” sono superfici in poliuretano espanso, invitanti e incredibilmente somiglianti al reale, pensati per essere usati come luogo d’incontro. Una natura artificiale, quindi, creata per agevolare rapporti e contatti. Il messaggio sotteso è la dimensione di libertà e volontà di cui ciascuno di noi dispone nell’interazione con le cose e con gli altri. Il PAV di Torino è in questo senso l’opera più significativa: il parco, attivo e visitabile, è un luogo concepito per l’interazione tra persone, sistemi e natura nella volontà di condurre una ricerca laica, estesa, continua sul vivente>. 

Era, insomma, un lotto da museo. L’ho scritto in sms a Pablo Carrara, amministratore delegato della Meetinga Art. <Soero l’abbia presa un museo. Da mettere vicino a un  Igloo di Merz o a una canoa primordiale di Zorio>. Non l’ha presa un museo…e neppure io. Qui il rammarico. Per una vita da collezionista insegui il bello, poi quando lo incontri devi ripiegare. Primo per i soldi (aggiudicata peraltro a 5.900 euro, proprio così….a un decimo del suo valore potenziale. Quanto uno splendido ussaro di Gonzaga o a un salotto metafisico di Nunziante). Secondo: perchè avrei dovuto trasformare una stanza a contenitore di uno scoglio. E perchè no? Un quadro di Savinio in tre dimensioni (anzi quattro, con il suono), un modo per far ruotare la mia esistenza abitativa attorno a un nuovo baricentro:  il mare. Occasione perduta.