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hit parade

Hit-parade

Ecco le classifiche delle dieci opere (escluse sculture e foto)  meglio vendute all’asta di Vercelli, divise per categorie. A seguire qualche chicca statistica su artisti scomparsi e viventi dell’astrazione, nelle sue varie declinazioni , e del figurativo. Non traggo conclusioni (fatelo voi): i dati sono empirici e incompletissimi. E’ solo uno stuzzichino per ragionare sul mercato dell’arte dell’arte che passa dalla più importante , per fatturato, Casa d’aste italiana,

DIPINTI
dorazio1. Friendly deterrent, 1958 di Piero Dorazio (160×130) . 360mila euro

santomaso2. Suite Friulana, 1958 di Giuseppe Santomaso (130×162). 270mila euro

3. Bianco, 1983 di Agostino Bonalumi (100×80). 85mila euro

4. Cavalieri di un accampamento, 1942-43 di Giorgio De Chirico (44×54). 80mila euro.

lotto 450- Alberto Biasi -Rilievo Otti dinamico 19645. Rilievo ottico-dinamico, 1964 di Alberto Biasi (128x56x4 ) . 80mila euro.

5. Cavalli, 1961, di Giorgio De Chirico (50×70). 80mila euro.

imagesjj2ks7nh7.Propense , 1982 di Kenneth Noland (55×230). 60mila euro

7.  Senza titolo , 2012 di Peter Halley (173x137x10). 60mila euro

8.  Senza titolo, 1977 di Agostino Bonalumi (70×60). 56mila euro

9 . Giallo, 2004 di Agostino Bonalumi (101×95). 56mila euro

biasi-110. Dinamica circolare , 1962/1976 di Alberto Biasi. 51mila euro.

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GRAFICA (compresi pezzi unici)

1. Artypo su tela di Mimmo Rotella, 1970.  11.800 euro

2. Mens agitat molem,  2003 di Joseph Kosuth.  10.000 euro

3. Senza titolo, monotipo su carta di Mimmo Rotella.  8.000euro

4. Cretto , 1971 di Alberto Burri.  7000 euro.

5.  Senza titolo di Michelangelo Pistoletto. 3400 euro.

5. Emotion in motion di Andy Warhol. 3400 euro.

7.  Monotipo di Turi Simeti. 3050 euro

7. Multiplo serigrafico di Ludwig Wilding. 2.800 euro.

9. Marylin di Andy Warhol. 2.500 euro

10. Marylin di Andy Warhol. 2.200 euro.

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DISEGNI E TECNICHE GRAFICHE

1. P1973-c3, 1973, inchiostro e acrilci su cartoncino di Hartung (74×104).  20mila.

2. L’alfabeto della mente, 1980, inchiostro si carta intelata dui Dadadamaino (205×79). 13mila.

3. Movimento delle cose, 1989, mordente su carta lucido di Dadamaino (112×94). 12mila.

4. Canoe, tecnica mista su carta di Gilberto Zorio (78×107). 10mila.

5. Padre e figlio, tecnica mista su carta di Chia (82×64). 8mila

5. Figura femminile, china su carta di Pellizza da Volpedo (23×16). 8mila.

5.Senza titolo, 2013,  catrame su carta di Jannis Kounellis  (50×70). 8mila.

8.Composizione, 1946, pastelli su carta di Vedova  (21×31). 7mila.

9.Felt notes Cooper sheet trumpet wit electric fun cut out felt, fabric notes 60′ long , 1988/89, ,pastelli grassi su base serigrafica su cartadi Dennis Oppenheim (126×193). 7mila.

10. Vedo Napoli, 2003,tecnica mista su carta di Isgrò (55×75). 6.800.

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CHICCHE STATISTICHE SUGLI ARTISTI

A confronto sugli esiti d’asta  quattro esponenti italiani della pittura aniconica e quattro del figurativo.

ANICONICI

Alberto Biasi. Durante il 2014 sono passati in asta 16 opere di Alberto Biasi. Un solo invenduto. Il prezzo più alto: 80mila euro. Il prezzo più basso: 3mila euro.

Piero Dorazio.  Nel 2014, 30 opere. 3 invenduti. Prezzo più alto:360mila euro. Prezzo più basso: 100 euro (grafica)

Agostino Bonalumi. Nel 2014, 21 0pere in asta. Un solo invenduto.  Prezzo più alto: 85mila euro. Prezzo più basso: 100 euro grafica.

Pino Pinelli. Nel 2014, 43 opere in asta. Nessun invenduto. Prezzo più alto: 7mila. Prezzo più basso: 300 euro (grafica).

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FIGURATIVI

Massimo Campigli. Nel 2014. 3 opere. Nessun Invenduto.  Prezzo più alto: 25mila. Prezzo più basso: 5mila.

Antonio Nunziante. Nel 2014, 22 opere. Un solo invenduto. Prezzo più alto: 7 mila. Prezzo più basso: 150 euro (grafica).

Sandro Chia. Nel 2014, 20 opere. 5 invenduti. Prezzo più alto:  8mila euro. Prezzo più basso: 150 euro (grafica).

Michele Cascella. Nel 2014, 12 opere.  3 invenduti. Prezzo più alto : 25mila euuro. Più basso: 150 euro (grafica).

Samuel Bak, l’orrore genera il genio

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Ebreo. Nel ghetto, a Vilna in Polonia. 1941. Samuel è un bambino prodigio, dipinge come un dio nell’inferno della guerra.  Lui e la madre si salvano dalla furia nazista, rifugiandosi in un convento di suore benedettine. Poi il ritorno in Israele, gli studi artistici, la sua arte che diventa professione e universo di vita. Bak non dimentica, Bak però è un artista. Rielabora, rivede la sua sofferenza di bambino con gli occhi e l’animo di un creatore di mondi, di tela e colori. Cerca nelle sue angosce l’ispirazione che lo liberi, Nelle sue opere ricompare così spesso l’icona di un angelo, è l’angelo inciso da Durer nella sua celebre opera, la Melancholia. Non un essere celeste , ma un essere alato piegato dal dubbio sulla reale esistenza del bene e dalla tristezza di chi ha visto il Paradiso perduto. Nelle opere di Bak ricorre l’angelo e un volto di bambino lacerato tra macerie e scenari metafisici , ma di dolore. Opere forti  prese ad embrema di cosa è significato l’Olocausto. Ma Bak è un artista, non si ferma alla comunicazione di un concetto. L’orrore genera il genio. La creatività, l’opera d’arte. I suoi dipinti hanno il passo epico di una incisione del maestro tedesco del Quattrocento. E hanno anche significative quotazioni d’asta. Il lotto 403 in asta sabato alla Meeting art è un’opera fuori scala di Bak. Un astratto-figurativo, bello. Un notturno. Nel cielo plumbeo e sanguinante sembra librarsi una forma che pare una pietra dalle dimensioni e fattezze di un’ara sacrificale. Il posto dove il figlio di Abramo avrebbe dovuto sacrificare suo figlio Isacco se Dio non l’avesse fermato. Chissà se è questo o è altro il Notturno di Bak. Come per Chopin (polacco e genio come lui), però, c’è malinconia e armonia…

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Io lo prenderei under 5mila…dateci un occhio…

Resto di Sassu (o no?)

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Lotto 224 dell’asta 785. Invenduto. Un Aligi Sassu. Fiorenza e l’attesa del 1960. 8mila euro, 16 milioni del vecchio conio. Al netto dell’inflazione e della serie storica del costo della vita,  era quanto serviva per comprarti una 850 Coupè negli anni del boom, quando tanti borghesi di allora (ipiccoli industriali e commercianti di tessuti) appendevano nei salotti buoni i Sassu e i Fiume (e i Cascella) per far vedere che erano diventati ricchi. Ma Sassu non era uno di loro: socialista convinto (sarà incarcerato durante il fascismo, regalerà due ritratti di Che Guevara al museo dell’Avana), amico di Carlo Carrà e Bruno Munari (con cui firma il manifesto Dinamismo e forma muscolare), Sassu incrocia Picasso e discute con lui di pittura e scultura. Un innovatore del colore e della figura. <Chi ama la pittura di questo artista, ama necessariamente il connubio tra il rosso e i cavalli, tra l’oceano e i miti, tra il sogno e l’infinito. Spunta la domanda insolita: quanto rosso c’è nella poesia di Sassu e che cos’è il rosso su cui tutti credono di sapere tutto? È il rosso ciò che non si può esprimere diversamente? Un messaggio arcano? La vita stessa? Come i cavalli che sono in movimento, che si fa ribelle e che nessuna parola può cogliere?> scrive Karl Lubomirsky.

Poesia e pittura, un’altra epoca. Sassu resta così per ora invenduto. Anche Fiume e Guttuso non fanno salti di gioia nelle quotazioni. Altri figurativi del Novecento (Guidi o Pajetta) vanno a balzi e fanno un fugace botto (come è accaduto per il Guidi storico passato domenica in asta a Vercelli) solo se si è di fronte a opere che in altri tempi avrebbero sfidato le quotazioni attuali di Biasi o Bonalumi. Ma è la nostalgia di vecchi collezionisti o la lungimiranza dei nuovi a muovere il mercato di questi maestri vintage? Temo più la prima ipotesi che la seconda. Pronto alla smentita. Intanto la Fiorenza nel quadro aspetta qualcuno. E per placare la delusione indicatissima una Vecchia Romagna etichetta nera…

Alberto Boom Boom Biasi

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Boom Boom: mi perdonerà questo eccesso gergale di stampo boxistico,  il maestro veneto tra i creatori del Gruppo N, uno dei massimi esponenti dell’Arte programmata in Italia, punto di riferimento per i suoi colleghi di scelta artistica a livello mondiale. Mi perdonerà Biasi e mi perdonerà Turi Simeti per non aver utilizzato il suo nome con accanto un altrettanto Boom Boom con chiaro riferimento all’indiscutibile successo nella prima tornata dell’asta 785 alla Meeting Art. Certo, anche Simeti ha fatto un balzo prodigioso  a furia di rilanci passando da 3mila a 15 mila. Ma il boom boom per l’opera in fotografia di Biasi passato da 25mila a 51mila, si giusifica con un doppio risultato: quotazione record per un lotto dell’artista e valorizzazione di un pezzo storico. Nel caso del Simeti, che ha comunque triplicato la base, ci si trova di fronte a un ‘opera che richiama gli stilemi degli estroflessionisti (con forti rimandi a Bonalumi). Insomma, ottimo Simeti, ma il boom boom è di Biasi. Un boom boom più piccolo l’ha fatto pure il prode Amadio che, con una sua estroflessione (che non c’entrano con l’area Castellani, Amadio si confrontò infatti con Dorazio), è balzato da offerta libera a 3.900 euro!!!. Chi estroflette vince, è questa la regola attuale. Ma ritorno a Alberto Biasi che, ormai, sta scalando le classifiche d’asta incalzando un altro grande della Programmata: il genio lucido (come l’alluminio) di Alviani.

Note sull’artista. Biasi ha esposto più di cento esposizioni personali e partecipato ad innumerevoli collettive, fra cui la XXXII e la XLII Biennale di Venezia, la X, XI e XIV Quadriennale di Roma, la XI Biennale di San Paulo e le più note Biennali internazionali della grafica, ottenendo numerosi e importanti riconoscimenti, in particolare quello ottenuto con il multiplo “Io sono” al World Print Competition ’73 del California College of Arts and Crafts in collaborazione con il San Francisco Museum of Art. Grandi successi hanno riscosso nel 2006 l’esposizione di trenta sue opere storiche nelle sale dell’Hermitage di San Pietroburgo e nel 2009 la sua antologica “Kaleidoscope: dalle trame agli assemblaggi” al Museo del Palazzo Reale di Genova. Sue opere si trovano al Modern Art Museum di New York, alla Galleria Nazionale di Roma, all’ Hermitage di San Pietroburgo, nei Musei di Belgrado, Bolzano, Bratislava, Buenos Aires, Ciudad Bolivar, Epinal, Gallarate, Guayaquil, Livorno, Lodz, Ljubljana, Middletown, Padova, Praga, San Francisco, Saint Louis, Tokio, Torino, Ulm, Venezia, Waldenbuch, Wroclaw, Zagabria, al Ministero degli Affari Esteri di Roma ed in numerose collezioni italiane e straniere.

 

Atchugarry, il pensiero e il marmo

La scultura. Scriverne non è facile. Raccontarne la dimensione, la materia che si plasma dall’idea: no, non è facile. Il rapporto tra spazio e oggetto, tra proporzioni e suggestioni. Difficile. Allora, lasci  alle foto bidimensionali il compito di rappresentare e al pensiero di un critico con un paio di C maiuscole  (Luciano Caprile) quello di spiegare. L’occasione è una mostra che inizierà domani a Diano Marina nella galleria Civiero art Gallery. Io mi taccio. La scultura parli di sè…

 

Marmo rosa del Portogallo - h 39,5 x 27 x 20,5 cm. - 2014Marmo satuario di Carrara - h 37,5 x 18,5 x 7,5 cm. - 2014

PABLO ATCHUGARRY
“Il divenire della forma”

La Civiero art Gallery di Diano Marina con il patrocinio e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Diano Marina presenta, al Palazzo del Parco di Diano, Pablo Atchugarry.

22 novembre 2014 – 7 gennaio 2015
inaugurazione sabato 22 novembre dalle ore 16.00
catalogo con testo critico di Luciano Caprile

Marmo Statuario di Carrara  h 43.5x20.5x9 - 2013

Marmo statuario di Carrara - h 46,5 x 19 x x 19 cm. - 2013

Marmo Statuario di Carrara  h 43.5x20.5x9 - 2013 Marmo statuario di Carrara - h 45 x 16,5 x 18 cm. - 2014

IL MAGICO DIVENIRE DELLA FORMA

di Luciano Caprile

Ho ancora negli occhi il primo incontro, a Lecco, con Pablo Atchugarry e la sua opera, ovvero con l’artista che stava scavando col trapano un grande blocco di marmo ed era completamente immerso in una nuvola di polvere capace di imbiancargli la barba, i capelli, il volto, il corpo intero trasformandolo in un’ideale statua. Sembrava che stesse scolpendo se stesso. L’idea della forma, che egli stava inseguendo nel mistero della creazione col soccorso di una consistenza o di un segno impercettibile colto dall’intuizione, si specchiava perfettamente in lui, nella sua figura alta, possente e nel contempo evanescente al pari del sogno in cui egli si era calato con tutto se stesso. Alla fine del lungo e insistito travaglio fatto anche, o soprattutto, di lievi colpi di mazzuolo e di carezzevoli lisciature abrasive, si manifestava nella sua variabile compiutezza quel prodigio da ripetersi ogni volta. La materia si riconosceva e si esaltava nella plastica delicatezza ascensionale di un palpito da sospendere eternamente nell’aria. Così l’intenzione approdava a una concreta magia che coniugava la suggestione di una candida veste recuperata dalla classicità greca o romana ( o dalla impalpabile lievità di un Canova ) all’ardita proiezione di un’intuizione, di una fiamma solida, di una rincorsa di gesti e di pensieri. Questo era il mondo e il modo di Atchugarry che ha continuato a interrogare e a inseguire la materia: questo è l’Atchugarry di oggi alla continua ricerca della stupefazione per sé e per noi.

Questo è l’Atchugarry che ha saputo modulare la mano e il pensiero trasferendoli di volta in volta dall’abbacinante splendore del marmo bianco di Carrara ( lo statuario caro a Michelangelo ) al variegato rosa del Portogallo inseguendo il divenire di una macchia o assecondando il percorso di una linea di discontinuità da accogliere come un suggerimento. Fino a realizzare di recente una serie di sculture tradotte nel bronzo in limitati esemplari eppure immerse nell’identica suggestione strutturale e contemplativa tale da ingannare il tatto e lo sguardo. Dalle opere figurative degli anni Settanta e Ottanta ( una per tutte la Redemptoris Mater del 1988 ) a oggi il passaggio alla essenzialità non ha tradito la memoria ma l’ha rivolta a una interiorità prodiga di sollecitazioni e di sorprese. Si diceva di un movimento fluido pronto a conquistare lo spazio e ad armonizzarsi con esso.

D’altro canto per lui la verticalità “è un’interrogazione interiore, è una preghiera, è un’invocazione, è una ricerca di infinito” che si denota non solo nelle prove monumentali ma anche nelle opere dalle dimensioni più contenute. Infatti la dichiarazione di assoluto è insita nel pensiero che si fa gesto e nella forma che scaturisce dalla materia alla stregua di un rinnovabile miracolo. Alla verticalità si associa la leggerezza: il citato rimando a un ondeggiare di veste o a un ripetuto recupero di pieghe trova nella presenza di un improvviso vuoto un ulteriore motivo di ordine ritmico.

Al pari di una musica che calcoli il valore di una pausa, di un silenzio, magari da ripetersi come un trattenimento di respiro di fronte a un varco intinto nell’ignoto. In Atchugarry il senso della misura alimenta le sculture secondo una logica che coinvolge i ritmi germinativi della natura. E trova nei comportamenti creativi di autori in apparenza anche lontani dal suo fare un terreno di ispirazione e di riflessione: ci rivolgiamo all’Henry Moore degli “ossi” o all’Arnaldo Pomodoro delle perfezioni geometriche corrose e crittografate o all’Isamu Noguchi “naturalistico” o a Le Corbusier ossessionato dalla semplificazione o a Marino Marini arricchito da profonde tensioni “etrusche” o a Costantin Brancusi e Jean Arp inseguiti dalla utopia dell’equilibrio formale da specchiarsi perfettamente nel pensiero.

Anche da lì provengono quelle idee che trovano il loro definitivo approdo in qualcosa che nasce, cresce e si completa nella trasformazione della materia pronta a stupire e a sorprendere lo stesso artefice a sua volta pronto a trasformarsi con essa e in essa. Lo stesso ragionamento riguarda le opere in marmo bianco di Carrara e in marmo rosa del Portogallo concepite per questo evento. E riguarda altresì i bronzi che hanno acquisito tonalità meno frequentate dalle composizioni scaturite dalla lavorazione della pietra: pensiamo al verde liquido che avvolge delicatamente le superfici o all’azzurro o al grigio-nero caratterizzati da una variabile intensità cromatica.
La condanna o il premio di ogni vero autore è tentare il sublime senza mai raggiungerlo; ovvero la condanna o il premio consiste nella convinzione di non essere mai prossimi alla fine del percorso poiché questo traguardo coinciderebbe con la conclusione della vita creativa.

Atchugarry ha posto il suo traguardo abbastanza in alto in modo da poterne individuare ogni volta i contorni e da valutarne i passi di avvicinamento. In tal maniera l’aspirazione alla verticalità si sposa a un anelito di non ritorno e ogni passo in più accompagna e soccorre la tensione verso l’ideale, irraggiungibile vetta. Non esiste un premio maggiore per un grande artista. Tutto questo Atchugarry lo sa e lo sperimenta in ogni istante della sua giornata.

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Figuration, libre!

hs_ba_combasNegli anni Ottanta mentre, in Italia, due politici di nome Craxi e De Mita, giocano a buttar giù l’altro dalla poltrona di Primo ministro, a New York Keith Haring (che se fosse vissuto, allora, in Italia lo avrebbero bollato come diverso) e Jean Michel Baquiat (che se vivesse anche oggi in Italia i benpensanti gli darebbero del drogato e per di più nero), dipingevano i muri trasformandoli in opere da museo. In Francia un tizio di nome Robert Combas faceva lo stesso, nel senso di dipingere qualcosa che appariva un calcioinculo ai format artistici che nei 10 anni prima avevano dominato la scena. Un calcioinculo all’Arte povera (ma de che?) e ai concettuali sempre alla ricerca di un concetto quaunque con cui stupire. Basta concetti! Si torni a dipingere figure e una parvenza di mondo reale. Ma Combas, quando crea con Hervé Di Rosa, il movimento della Figuration Libre, si guarda bene dal copiare quelli della Transavanguardia, gli italiani assemblati da Bonito Oliva (Cucchi, Palladino, Clemente, Chia e il fuori quota De Maria). Non c’è figurazione classica in Combas, non c’è ripresa di stilemi e archetipi visti in una luce nuova. No. C’è del nuovo e basta. Fuori dagli schemi.

Lo è anche quest’opera in asta alla Meeting Art (la 785). E’ opera tarda del 2006, ma carica dei simboli figurativi di Combas. Che poi, lo dico, in Italia c’è un artista dimenticato che aveva precorso di almeno un decennio le prime esperienze di Combas. Si chiamava Claudio Costa. Segnatevelo, questo nome. Ne riparlerò.

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LOTTO 28 La planche naturaliste, 2006
acrilici, tecnica mista e collage su cartone entro teca cm. 65×49, firma sulla destra, etichetta della Galleria Modenarte al retro, certificato d’autenticità della Die Galerie (Francoforte) allegato.
Bibliografia:
-“Robert Combas – Joke’r”, Galleria ModenArte, pagina 126.

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Ci sono opere segnalate nelle  sezioni Io lo comprerei

Visitate la Pagina MOSTRA

Ciao Chin

 

 

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Ciao, Chin. Rieccoti. Di colpo lo ritrovi, nell’asta 785. Hsiao Chin, lo sapevo. Lo sapevo che quel nome era destinato a riaffiorare nella memoria del collezionista e nel rimorso di non averlo associato al concreto di un chiodo a cui appenderlo. Hsiao Chin: lo spazialismo fuso con la spiritualità orientale. Ma chi sono io per raccontarlo?

La biografia (tratta dal sito della Fondazione Marconi,  http://www.fondazionemarconi.org/) . Figlio di Hsiao Yu-mei, un pioniere della musica moderna cinese e fondatore nel 1927 del Conservatorio di Shanghai, Hsiao Chin nasce a Shanghai nel 1935. Dopo aver frequentato la facoltà di Belle Arti a Taipei fonda il gruppo Ton Fan di arte contemporanea, vincendo nello stesso anno una borsa di studio a Barcellona. Alla fine degli anni cinquanta si trasferisce a Milano, dove stabilisce contatti con artisti d’avanguardia (Fontana, Crippa, Manzoni). E’ il fondatore di tre movimenti internazionali d’arte dei quali lui stesso ne rappresenta una sintesi felice: nel 1961 nasce Punto, volto a considerare l’arte come mezzo di trascendenza dei limiti umani rispetto all’infinito; nel 1978 compare Surya (Sole), una ricerca della trascendenza partendo da una umile consapevolezza dei limiti umani; ed infine Shakti (Energia), del 1989, movimento artistico che attinge l’energia creativa dall’Universo stesso. Dopo soggiorni a Londra, Parigi e New York, nel 1971 torna Milano e incomincia a dedicarsi all’insegnamento (prima all’Istituto Europeo di Design di Milano, poi all’Accademia di Belle Arti a Urbino e dal 1985, fino al 1997, insegna incisione all’Accademia di Brera a Milano). Nel 1988 lo Studio Marconi gli dedica una prima grande retrospettiva. La maturità artistica e poetica viene raggiunta da Hsiao Chin a partire dagli anni novanta con quattro grandi cicli di opere chiamate: il Passaggio alla Grande Soglia, sublimazione della morte della figlia Samantha, Verso il Giardino eterno, L’inizio della Rinascita ed Evoluzione cosmica.

La critica. “E’ raro che un artista passi attraverso numerose esperienze, legate a Paesi e ambienti diversi, assimilandole, dividendole e, a un certo punto, assumendo all’interno di esse una posizione d’autorità, dialogando insomma con i suoi compagni di cammino; e mantenga pulita la propria matrice spirituale; che mescoli, modifichi, rinnovi il linguaggio senza contaminarlo. (Rossana Bossaglia ).

In asta. Il dipinto copertina è il lotto 47 dell’Asta 785 che inizierà sabato 29 novembre alla Meeting Art. E’ una Struttura, 1962, olio su tela cm. 80×100. Ma nella stessa asta altri lotti del Chin. Eccoli.

Lotto 86

Lotto 86. Il soldo del morto – 26, 1979
tecnica mista e collage su carta cm. 33,5×36.

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lotto 406

Lotto 406. Senza titolo, 1964
acrilici su carta applicata su tela cm. 75×47

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lotto 582

Lotto 582. Senza titolo
tecnica mista su carta cm. 30×21

Per capirne di più, visitate il sito dell’artista

1865417 (cliccando qui)

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Post scriptum: ci sono le prime segnalazioni sui lotti “caldi” per Bda, nelle sezioni “Io lo comprerei”

Moma, guarda un po’: ci sei tu, qui

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Base d’Asta è un gioco, il blog è un modo per raccontare una passione. Ma, di colpo, ti accorgi che non sei solo. C’è vita attorno a te, vita che si è accorta di quello che scrivi. Pochi, ma buoni. Buoni, ma pochi. E i pochi possono solo crescere, purchè buoni (ah ah ah). Pistolotto iniziale per giustificare un concetto serio: sto incontrando persone (voi), che condividono un tragitto curioso nell’arte. Un po’ fuori schema (ma chi fa gli schemi?), un po’ defilato (ma si vede molto meglio dalla periferia, verso ciò che è il presunto centro). Un po’…tutto questo. E voi a leggere, pazienti e tolleranti, ma chi siete voi? I commenti mi raccontano qualcosa, ma il resto è immaginazione. E io ho trovato il modo di immaginarvi.

Un video.  Un documentario sulla grande mostra sulle avanguardie cinetiche e d’arte programmata che fu organizzata al Moma nel 1965. Era  il Responsive Eyes. Il video lo racconta. Si vedono esperti del tempo, gente vestita a festa per il solito appuntamento mondano, ma anche  tante persone normali. Guadano stupiti Vasarely, Alviani, le opere del gruppo N . Lo fanno, mentre in Italia si guardavano  De Chirico, Guttuso, Sassu o Fiume. Qui arsenico e vecchi merletti, là l’algoritmo del futuro.  Il mondo nuovo al Moma, davanti agli occhi di uomini, donne. Tutti vestiti anni sessanta, ma con la voglia di guardare avanti. Ecco, io vi immagino idealmente come questi americani al Moma, nel 1965. Gli occhi a guardare avanti, sapendo cosa c’è alle spalle. E  guardare avanti a volte è solo guardare controcorrente, quello che gli altri non guardano. E , sorpresa sorpresa, il futuro magari è dietro di te. Vabbè. Per ora, grazie di leggermi. Fatevi sentire, ogni tanto. Ora, Guardate il video e cercatevi…(e non dimenticate la pagina-mostra!)

 

Una giornata con Ugo/2

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not with a word, but a bang

L’opera di Ugo Carrega esposta alla Biennale di Malindi nel 2012.

La forza della parola, è un bang che squarcia il vuoto che ci circonda.

….ZZZANG TUMB TUMB (280 colpo di par-
tenza) srrrrrr GRANG-GRANG (colpo in arrivo) croooc-craaac gri-
da degli uffi
ciali sbatacchiare come piatti d’ottone pan di qua pack
di là cing buum cing ciak (presto) ciaciacia-ciaciaak su giù là intorno
in alto attenzione sulla testa ciaack bello! E vampe vampe vampe
vampe vampe vampe (ribalta dei forti)….(Marinetti, Il bombardamento di Adrianopoli)

Dal futurismo, Carrega ha tratto la capacità di trovare parole che sono già forma d’arte. Non solo concetti, ma suoni e pensieri con colori e forme ad addensarne il sapore. (continua fra poco)

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ALLE 18 SIETE INVITATI AL VERNISSAGE DELLA MOSTRA

(procuratevi spumante virtuale)

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Cosa ricordi di Ugo? una giornata con lui

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“Siamo i nuovi pastori che lontani dai fuochi

tracciamo i miti della mano

segnante dalla mente

i percorsi complessi del pensiero”

(Ugo Carrega, Genova 17 agosto 1935-Milano, 7 ottobre 2014)

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(continua fra un po’…state connessi)

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ALLE 18 siete invitati al vernissage della mostra