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Il Duce, l’antiquario e Lorenzo da Pavia

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Il quadro riprodotto qui sopra è   di Lorenzo Fasolo, andrà in asta sabato 7 novembre nell’asta Meeting Art di arredi e dipinti antichi di Meeting Art (sotto a guisa di nota a margine la scheda completa dell’opera) . E’ una grande (se non altro per le dimensioni: 1,90 x95)) tavola del Cinquecento. L’ha dipinta Lorenzo Fasolo detto anche Lorenzo da Pavia (dove nacque nel 1463,morì poi a Genova nel 1518). Manierista, come tanti furono i manieristi della pittura lombarda tra Quattro e Cinquecento (alterati e vivacizzati  dalla scuola leonardesca). Pittore di bottega e anche di sua bottega (il figlio Bernardino, giudicato  decisamente più talentuoso, fu sempre al suo fianco), Lorenzo Fasolo (che ha una via dedicata  a Pavia) non abbonda sul mercato antiquario. E come  sempre accade quando riaffiora di colpo un’opera così grande, rara e antica ci si chiede sempre da dove venga oltre a alimentare la curiosità su dove andrà, se andrà: base d’asta 50mila euro. Vabbè, facciamoci, dunque, questo giro tra storia, arte e mercato con la domanda di cui sopra: da dove arriva una tavolona del Cinquecento lombardo?  Partiamo, dunque. Partiamo, però,  un po’ da lontano, da questo altro dipinto.

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E’ il ritratto “Trivulzio” di Antonello da Messina. L’uomo che ci guarda con fermezza appena venata di ironia è uno dei ritratti più celebri della storia dell’arte. Antonello fu in Italia l’interprete più sensibile e originale dell'”ars nova” fiamminga. Il realismo di derivazione nordica dei dettagli,  i tratti del volto acutamente indagati sotto il profilo psicologico, la resa materica del panno del vestito, fino al particolare illusionistico del cartellino con la firma e la data fissato con la ceralacca sul parapetto si equilibra con la rigorosa spazialità del Rinascimento italiano. Fino al 1935 questo capolavoro assoluto apparteneva alla Collezione Trivulzio Belgioioso di Milano (proveniente   dalla galleria- collezione dell’eredità Rinuccini di Firenze dove fu acquisito nel 1850). La collezione Trivulzio Belgioioso, fino alla metà degli anni Trenta, fu probabilmente uno dei  più imponenti agglomerati di capolavori dell’Europa intera con gioielli pittoricicome la Madonna Trivulzio di Filippo Lippi, la Madonna in Gloria del Mantegna, la Madonna con Bambino del Solaro e altre opere che ora sono esposte alla Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano . Erano tutti quadri dell’ex collezione Trivulzio. Tutti, tranne il Gentiluomo di Antonello e il Libro d’ore miniato dal Van Eyck (immenso capolavoro d’arte libraria) che sono patrimonio del museo civico di Torino. Perchè questa separazione di capolavori un tempo insieme che si è  consumata tra Torino e Milano? L’affare legato alla collezione Trivulzio Belgioioso fu, in realtà, una bella e gustosa grana politica per l’Italia fascista degli anni Trenta. Una vicenda che spinse lo stesso Mussolini a dover scendere in campo per sedare una tensione poco fascistissima e molto italica, l’Italia dei mille campanili. Al centro del caso c’è, soprattutto,  questo signore.

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Si chiamava Pietro Accorsi, è probabilmente il più importante e influente antiquario che abbia mai operato in Italia perlomeno per gran parte del Novecento. Le Antichità di Pietro Accorsi è stata il negozio di Torino (che pur  abbonda di pregiatissime librerie e attività antiquarie) più  frequentato e consultato da mecenati e grandi collezionisti. Alla sua morte , sulla scia del suo gigantesco e meticoloso lavoro di reperimento e raccolta/tutela di opere d’arte, un patrimonio inestimabile di professionalità e ricerca, è stata creata una Fondazione.  Accorsi torinese era l’uomo da contattare se si aveva voce o desiderio  e soprattutto risorse, per seguire una rara e inestimabile collezione. E’ quello che fa, all’inizio degli anni Trenta, Umberto di Savoia, erede al trono, appassionato (e molto) di antichità. La mission che affida con grande discrezione ad Accorsi è quella di trattare l’acquisizione della collezione milanese Trivulzio Belgioioso per trasferirla chiavi in mano a Torino. Compreso il Gentiluomo di Antonello da Messina in viaggio da Firenze, a Milano e quindi a  Torino la culla sabauda. Apriti cielo! Il podestà di Milano legge sulla Stampa i retroscena della trattativa e diventa nero (più di quello che già era). Forse neppure sapeva, fino a quel momento, di quei quadri albergati tranquillamente sotto un nobiliare tetto di Milano, ma che adesso li portassero via per darli ai mangiatori di giunduiotti era insopporabile.  Torino era fascista e Milano pure, ma Milano valeva più di Torino e c’era qualcuno più fascista di un altro… Lotta di podestà. Quello di Torino chiaramente non molla la presa e poi, sotto sotto,  sa di poter contare sull’appoggio di un pretendendente al trono. Che facciamo? Chi conta di più? Il podestà di Milano accetta il braccio di ferro e gioca pesante…

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…chiama il Duce. Mussolini ha adesso un problema: i due galli-podestà del suo pollaio. Quadri, quelli litigano per i quadri. Brutta storia che Benito non può certo prendere di petto (benchè temprato da mille battaglie del grano): se dà ragione al torinese, rischia di incrinare  il rapporto con i fascisti milanesi che contano e hanno anche i  danè. Se, invece dà ragione al milanese deve poi vedersela con i mugugni del Re oltre che del suo rampollo. Anche per Mussolini ritorna, così.,d’urgenza, l’uso di uno dei più efficaci metodi di lotta politica in Italia:  il compromesso. Allora, si faccia così: a Milano restino due pezzi pregiati e il resto vada a Torino. Nella partita resta in gioco il buon Pietro Accorsi che, da par suo, sta cercando di salvaguardare comunque la collezione e il suo significato senza dimenticare di essere torinese.  La collezione? Meglio che il grosso resti a Milano, ma Torino abbia due gemme. Il fascistissimo tira e molla finisce così con buona parte della collezione Trivulzio Belgioioso a Milano, ma con due chicche trasferite a Torino (ovvero l’Antonello da Messina e il Van Eyck ). Accorsi ha lasciato il segno senza scontentare nessuno e rendendo le due città più ricche d’arte.  E non solo loro. Accorsi, infatti, nel suo negozio ha anche un altro dipinto antico. Quello di Lorenzo da Pavia. Che, prima di essere nelle sue disponibilità era qui…

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…e qui è il castello di Pocapaglia in provincia di Cuneo. Il suo ingresso è “epico”, fa scuola. La tradizione attribuisce il portale al Sansovino, ma non è documentato; certo è che Filippo Juvarra, chiamato a ristrutturare il castello dopo l’incendio provocato dall’armata francese, ne fu  impressionato tanto da ispirarsi per gli stipiti interni di Palazzo Madama. Ma il maniero ha anche un altro importante link con la storia: tra il 1939 e il 1940 l’erede al trono Umberto di Savoia si ritirò proprio  a Pocapaglia per riflettere, prima di veder intraprendere la guerra contro la Francia. La guerra del Duce. E di quei giorni bui per lui e, di lì a poco,  per il Paese ci sarebbe da scrivere. Ma non  è questo il posto o il post giusto. Qui la questione è un’altra. E’ la tavola di Lorenzo Fasolo. Una tavola e un po’ di fantastoria. Dunque, riassumiamo. Il principe Umberto è a Pocapaglia. Deve riflettere sui destini di una nazione e (ma non lo sa) della sua stessa dinastia. Si distrae,  l’Umberto girando in questi arcani e antichi spazi:  magari degustando un buon rosso e guardando il paesaggio. Ma, soprattutto, è probabile, ammirando arredi e dipinti conservati nelle storiche sale. Lui è un grabde appassionato. In una di esse c’è proprio la tavola di Lorenzo Fasolo, quella che ora va in asta a Vercelli. Stop. Da qui in poi il tasso di storia romanzata aumenta sensibilmente. Su un dato certo, però: la tavola del Fasolo passa dal castello di Pocapaglia alle Antichità Accorsi di Torino.  Quelle gestite dal fiuto di Pietro Accorsi, l’antiquario che, spesso, parla di cose belle e antiche con Umberto di Savoia. Acquisizioni e trasparenti trattative salvando l’arte dall’oblio: bisogna però avere l’imbeccata giusta. E Umberto è passato da Pocapaglia. Coincidenze…

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Quando l’arte viaggia dalla storia al mercato serve la mediazione, più o meno competente, di operatori più o meno professionali. Va subito detto però come in questa storia non ci siano episodi di vulnus d’arte. C’è, invece,  una tavola del Quattro-Cinquecento che cerca un nuovo muro a cui essere appesa svelando in questo suo viaggio risvolti in parte inediti.  La Natività di Lorenzo Fasolo, dunque. Rieccoci a lei. L’ha vista e studiata molto da vicino, prima di essere resa di dominio pubblico su un catalogo d’asta della Meeting art, Luca Sforzini,  perito della Camera di Commercio di Pavia (sua la foto accanto a un caravaggesco). Come l’illustre precursore di tutti gli antiquari colti d’Italia , ovvero  Pietro Accorsi, Sforzini si mette spesso sulle tracce di collezioni antiche possibilmente con l’intento di non smembrarle. Rispettando l’oggetto del suo lavoro. In questo caso il Fasolo, di cui deve essere rispettato prima di tutto il vincolo del Ministero perchè l’opera non sia venduta oltre confine. Infatti va in asta a Vercelli.Ma chi può comprarla, di qua dal confine? <Sarebbe bello che ritornasse a Pavia _ dice _  Io ho avuto la possibilità di esaminarla e di seguirne i suoi più recenti movimenti. E’ una bella testimonianza della pittura lombarda e ligure tra Quattro e Cinquecento, visto che il Fasolo operò a lungo nell’ambito della Repubblica di Genova. Potrebbe essere la parte centrale di un polittico come attesta anche il prezioso lacerto di cornice lignea. L’opera è, comunque, molto vicina a un’altra  natività oggi conservata alla pinacoteca di  Savona. Il luogo ideale per ospitarla sarebbe proprio una pinacoteca pubblica>. Servono però 50 mila euro almeno, per dare un nuovo inizio alla Natività del Fasolo. Passata da Pocapaglia, all’antiquario dei re ed ora a Vercelli. E dopo?

Codice Munari

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5 BRUNO MUNARI Milano 1907 – Milano 30/09/1998
Senza titolo, 1998
tecnica mista su carta cm. 21×30, firma e anno in basso al centro

Sarebbe da tradurre. Perchè Munari non faceva mai nulla a caso. <Creatività non vuol dire improvvisazione senza metodo _ scrive in Da Cosa nasce cosa _ in questo modo si fa solo della confusione e si illudono i giovani a sentirsi artisti liberi e indipendenti. La serie di operazioni del metodo progettuale è fatta di valori oggettivi che diventano strumenti operativi nelle mani di progettisti creativi>. Chiaro, no? Un genio che si muove senza regole certe, senza un codice non esiste. Chi dice di esserlo mistifica. <Come si riconoscono i valori oggettivi? _ continua Munari _  Sono valori riconosciuti da tutti come tali. Per esempio se io affermo che mescolando il color giallo limone con il blu turchese si ottiene un verde, sia che si usino colori a tempera, a olio o acrilici oppure pennarelli, e pastelli, io affermo un valore oggettivo>.

L’opera della foto va in asta venerdì prossimo dalle 22 in Meeting Art.

Volevo esserci anch’io…

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Vi racconto una favola vera. Vi racconto della foto che vedete. Siamo a Firenze nei mitici anni Ottanta. Mentre Milano era città tutta da bere: nel capoluogo toscano si giocava con l’arte grazie al più grande giocattolaio dell’arte italiana del dopoguerra. Si chiamava Enrico Baj ed è il signore al centro di questa foto quasi inedita. Quello vicino a lui con i baffoni è, invece, Giuliano Allegri. Allegri: editore d’arte, gallerista, docente di Belle Arti, maestro d’incisione.I due si conoscono da tempo e decidono di fare insieme una gran bella cosa.

Baj ha un sogno e Allegri lo realizza o forse è l’inverso. Il sogno è questo: mettere in scena il PInocchio di Collodi con scenografie e personaggi creati dall’estro e dal genio dell’Enrico. Solo che ci vuole un teatrino con palco e platea. Ma dove fare una cosa così a Firenze? Giuliano l’Allegri ha una pensata: la sua galleria, La Bezuga. Se la guardi bene non è solo una galleria, ma è anche un teatro. Basta togliere l’ufficio dietro quel grande arco a muro, basta togliere tutto ciò che non serve e giocare a fare il teatro. Con Baj.

Si va in scena. Fuori nella piazzetta Baj sistema una fantastica e artistica giostra creata a suo modo che ricorda quella che affascinò il burattino. Un attore invita le mamme, i papà e i bambini ad entrare in quella buffa galleria d’arte. Siori e siore…si va a cominciare. Il più incredibile, fiabesco e spettacolare dei vernissage. Niente critici sopraffini, operatori d’arte varia, seriosi e compunti collezionisti. No, Non loro. Ma bambini che urlano e ridono di gioia. Con Baj. Il mago dell’arte contemporanea.

Ma lo spettacolo è anche una mostra d’arte. Alla fine  gli attori sistemano sulle pareti ad uno ad uno le figure realizzate da Baj. Da opere vive a opere in mostra. Una magia. Avrei voluto esserci…non ero così piccolo. Ma adesso da grande molto più grande non mi pentirei certo di avere in casa un’opera di uno degli artisti destinato a salire in alto in alto in alto in alto nelle aste e dintorni (non bestemmio se dico che Baj vale Fontana. la sua fantasia ha la forza di un taglio) . Firenze, oh cara.

797/Ben il cartografo

Asta 797 (Meeting Art)
Quarta Sessione: Domenica 13 Settembre 2015 ore 14:30

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LOTTO 441
BEN VAUTIER
Napoli 1935
Cartina Geografica
spray e acrilici su cartina geografica applicata su cartone cm. 84×147, firma sul fronte, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.
base d’asta: 5.000 €
stima: 9.000/10.000 €

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Note a margine: mappe. Le faceva Boetti, le ha rivisitate Schifano. E, ora, se andate a Milano nella mostra alla Gam realizzata da Bonami ( Don’t shot the painter, merita una doppia visita) trovate la mappa impressa su materasso dall’argentino Guillermo Kuitca. Vautier ci offre la sua lezione di geografia. Sono opere cariche di fascino, molto fruibili e collocabili. Ho detto abbastanza?

Cosa ricordi di Ugo? una giornata con lui

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“Siamo i nuovi pastori che lontani dai fuochi

tracciamo i miti della mano

segnante dalla mente

i percorsi complessi del pensiero”

(Ugo Carrega, Genova 17 agosto 1935-Milano, 7 ottobre 2014)

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(continua fra un po’…state connessi)

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ALLE 18 siete invitati al vernissage della mostra

 

Ariecco Aricò, l’artista con le ali

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Pablo Carrara, amministratore delegato della Meeting Art, in una delle sue istrioniche carrellate finali in cui cerca di piazzare i lotti invenduti dell’asta (spesso ci riesce: un po’ perchè è bravo, un po’ perchè alcuni invenduti gridano davvero vendetta d’aggiudicazione), fingeva di stupirsi. Era l’ultima carrellata dell’asta 780, la tornata che ha fatto registrare il record per Dorazio (guarda caso). Carrara, cercando di far capire come chi è fermo oggi, decolla domani (se ha le ali per farlo) fingeva di stupirsi del boom d’interesse per  il lotto di Rodolfo Aricò ,  aggiudicato a 11.600 euro partendo da una base di 2.000 euro. Quello stesso dipinto un anno fa non avrebbe superato i 3-4mila euro (forse). E ora? Viaggia al doppio (non c’è solo l’aggiudicazione Meeting a dimostrarlo: pochi mesi prima, a maggio, un dipinto di uguale periodo e misure stimato 6-8mila euro, come quello della Meeting, ha fatto 10.630 euro da Sotheby’s).

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Le cose cambiano velocemente nel mercato dell’ arte se l’artista ha le ali. E le ali sono quelle della storia dell’arte. Aricò c’è dentro a piene mani con la sua razionale e appassionata ricerca del rapporto tra colore e forma, tra architettura, pittura e mito. Le sue geometrie prescindono dai rapporti matematico-visuali (come nella op art), diventano dialogo persino drammatico ed esistenziale con lo spazio che le contiene e con i colori monocromatici che le definiscono. Aricò è visto come punto di riferimento per gli analitici (partecipa nel 1973 alla storica mostra Iononrappresentonullaiodipingo curata da Fagiolo dell’Arco con Griffa e Carlo Battaglia), ma la sua ricerca , esaltata da mostre in Biennale a Venezia e negli Usa, si muove anche su altri spazi. I maestri con le ali volano, infatti, un po’ più in alto. E, chi sa guadare, li vede. Lo scorso anno il Guggenheim di Venezia ha incaricato Luca Barbero di scegliere gli artisti per la mostra Postwar, protagonisti italiani .

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Copio pari pari la nota stampa di quell’evento: “Lucio Fontana (1899- 1968), Piero Dorazio (1927-2005), Enrico Castellani (n. 1930), Paolo Scheggi (1940-1971), Rodolfo Aricò (1930-2002), sono i cinque indiscussi interpreti della mostra Postwar. Protagonisti italiani, un percorso espositivo che “rilegge” l’idea di arte italiana a partire dal superamento dell’Informale. Gli artisti presenti, utilizzando il linguaggio pittorico degli appena nati anni Sessanta, portarono agli occhi del pubblico internazionale la scena artistica italiana che tramite un nuovo modo di dipingere utilizzò la forza cromatica e la simbologia del monocromo come elementi visivi e concettuali. L’esposizione, che si sviluppa cronologicamente sala per sala, intende presentare la sperimentazione di ciascun autore, dimostrando come, proprio a partire da Fontana, le generazioni successive abbiano raggiunto pienamente un linguaggio pittorico personale in un momento ben specifico della loro produzione, tra gli anni ‘60 e ’70 del XX secolo”.

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E per chiudere il cerchio di questa riscoperta di Rodolfo Aricò (anche dell’ultimo e intenso Aricò), si è aperta, in questi giorni alle Gallerie d’Italia di Piazza della Scala a Milano , in collaborazione con l’Archivio Rodolfo Aricò, dal 3 ottobre 2014 al 18 gennaio 2015, l’esposizione monografica Rodolfo Aricò. Pittura inquieta. <La mostra _ spiega una nota stampa _  ha come fulcro l’ultima stagione creativa di Rodolfo Aricò (Milano, 1930-2002), uno tra i protagonisti dell’arte italiana della seconda metà del XX secolo, punto di riferimento di quella corrente internazionale che negli Stati Uniti prende il nome di Post-Minimal Painting  (Pittura Analitica nella definizione italiana), una riflessione intima dell’artista sul suo ruolo e sul fare pittura che si distacca completamente dai condizionamenti della realtà>.

(tutti i dipinti riprodotti in questo post sono esposti nella mostra delle Gallerie d’Italia a Milano)

Dangelo noir

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Come la copertina di un giallo di Scerbanenco o semplicemente l’opera di uno dei maggiori surrealisti italiani, un nome di risonanza internazionale per aver aver creato con Enrico Baj il movimento dell’arte Nucleare. Sergio Dangelo sorprende chi non sa sorprendersi e il mercato prima o poi gli pagherà dazio. Io, intanto, metto in vetrina questo lotto (726) in asta sabato 21 giugno alla Meeting art di Vercelli. La lunga città (1959) (dipinta 10 anni prima di Milano Calibro 9  del grande Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko). Da prendere, da leggere.

 

ps raffica di desiderata nella sezione under mille euriiii…

Irascibili e pure Pascali

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                                                                                                        (da sinistra: Pascali, Tobey, Jenkins…attacco stellare)

Sabato 23 asta Meetingart 767 prima sessione di arte moderna a contemporanea. Magari prima di fare offerte andate a Milano, a palazzo Reale, Già stati? Piano terra a destra. Ci sono gli Irascibili, ovvero la generazione di artisti che ha segnato l’arte mondiale vivendo negli Usa e producendo cose immani. Alcolisti, drogati, spesso suicidi. Grandi. Jackson Pollock, con lui, oltre a Willem de Kooning, Mark Rothko, Barnett Newman e Robert Motherwell, Adolph Gottlieb, William Baziotes, James Brooks, Bradley Walker Tomlin, Jimmy Ernst, Ad Reinhardt, Richard Pousette-Dart, Theodoros Stamos, Clyfford Still e Hedda Sterne, unica donna del gruppo. E tra loro uno come Mark Tobey, il più zen degli Irascibili. Tobey mediava tra l’espressionismo di matrice occidentale e la tensione calligrafica e filosofica dell’arte orientale. Sapeva dosare i tratti e l’assorbimento delle chine sulla carta trattata per l’uopo. Lo faceva anche Sam Francis (guardate a Milano cosa significa creare lo spazio senza dipingerci nulla). Lo faceva anche Paul Jenkins, l’ultimo degli Irascibili ad aver lasciato questa valle di lacrime (ingombrata da giganteschi cani-pallone e feticci in formalina). Ma io tra gli Irascibili per induzione ci metterei anche un nipotino d’oltreoceano E  l’idea mi è venuta guardando proprio uno dei lotti in asta a Vercelli. Lotto 53. Pino Pascali. Acetato, colori, inchiostri, macchie, sovrapposizioni di toni e materie. Raziocinio e poesia. Sfogo e misura. Arte. Grande arte. Dunque, riassumendo. Mark Tobey (lotto 70), Paul Jenkins (lotto 66) e il citato Pascali.sSe andate a Milano e poi non vi viene il buzzo di fare un’offerta anche solo sognata su uno di questi lotti, che razza di collezionisti siete?

ps. Tra i miei Io li prenderei altre indicazioni

Attilio, che piglio!

Martedì 21 alla Meeting Art di Vercelli dalle 16,25  asta-mostra  che rimette in luce un artista che non merita certo l’opacità mediatica, si tratta di Attilio Forgioli. Un figurativo dell’emozione, un naturalismo, il suo, filtrato da slanci che richiamano l’espressionismo astratto sia pure tre tonalità sotto perché è questo  il marchio pittorico definito, riconoscibile di Forgioli. Equilibrio di facciata, luci e colori soffusi, ma per inganno di leggerezza. In realtà pittura carica di messaggio artistico. Da assaggiare…

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Ecco una scheda sull’artista a corredo di una mostra organizzata nel 2009 alla Bocconi.

<Attilio Forgioli nasce a Salò nel 1933. Compie gli studi artistici presso l’Accademia di Brera a Milano, dove ha come insegnanti Funi e Reggiani. Nel 1956 espone i primi dipinti e disegni alla Galleria Alberti di Brescia. Forte è il suo interesse per Van Gogh e il colore puro. Nel 1961 tiene la sua prima mostra personale di disegni alla Galleria Spotorno e nel 1962 la prima personale di dipinti alla galleria S: Fedele di Milano. A queste sono seguite numerose rassegne collettive. L’iter pittorico di Forgioli si svolge secondo un processo di costante approfondimento ed affinamento dei motivi intimi e dei mezzi formali. Artista molto legato alla realtà affronta nelle sue opere i temi della violenza, della paura, ma soprattutto del paesaggio e della natura, colta nelle sue risonanze emotive. La guerra del Vietnam lo porta a dipingere le Allegorie. Nel 1965 espone alla Galleria Bergamini con la quale instaura una collaborazione che gli consente di lasciare l’insegnamento alla scuola media iniziato nel 1958 e di dedicarsi esclusivamente alla pittura. Durante questo periodo compie un viaggio in Spagna insieme a Zeno Birolli e in Sicilia, dove vede i paesaggi che influenzano la sua pittura e avvia il ciclo delle Isole. Nei suoi quadri predominano gli azzurri e le terre, ma anche i verdi e i rossi; si nota un notevole dissidio tra una composizione armoniosa, cromaticamente gradevole nel suo insieme e una dissonanza nascosta, una certa acidità del colore che interviene qua e là a dare un senso al disagio. Negli anni settanta, durante un viaggio in Inghilterra conosce Sutherland. Tiene diverse mostre personali una delle quali a Londra. Nel frattempo inizia a frequentare la Valsesia, dove allestisce uno studio-abitazione. É un paesaggio severo, fatto di azzurri e di grigi-verdastri, dove spesso le montagne sono triangoli contro il grigio del cielo. Nel ’78 è invitato alla Biennale di Venezia e a quella di S. Paolo in Brasile. Durante gli anni ottanta conosce Pino Mongello e Flaminio Gualdoni con i quali avvia l’attività della Civica Raccolta del Disegno di Salò. Durante gli anni novanta viene presentato in due grandi personali nelle Marche e a Treviso, organizzate rispettivamente da Elena Pontiggia e Marco Goldin.Tra le sue mostre più importanti: nel 2001 la Galleria Rafanelli allestisce una sua personale; nel 2003 Flaminio Gualdoni a Milano presenta l’antologica 1962-2002 presso il Museo della Permanente; nel 2006 tiene una mostra personale alla Galleria Guastalla di Milano presentato da Claudio Cerritelli e nello stesso anno Sandro Parmiggiani lo presenta con una mostra antologica di pastelli a Palazzo Magnani a Reggio Emilia. Nel 2007 si svolge un’importante personale presso il Grande Miglio in Castello a Brescia ed un’altra alla Galleria Rafanelli di Genova. Nel 2008 Forgioli espone alla Galleria Cento Fiorini di Civitanova Marche, alla Casa del Mantegna a Mantova e nuovamente al Museo della Permanente di Milano con un omaggio in ricordo dell’amico pittore Lino Marzulli.Attilio Forgioli alterna il suo lavoro di pittore tra gli studi di Milano e quello di Alagna in Val Sesia>.