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Alvaro, il mio rimpianto

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lotto 123. Alvaro Monnini.Spazi colore, 1975
acrilici su tela cm. 60×73

Questo post è autobiografico, ma poco autoreferenziale. E’ un aneddoto con una morale, un esempio da non seguire. La storia mi è tornata in mente incrociando nell’asta Meeting Art di mercoledì 25 febbraio (la 2219), il lotto 123. Alvaro Monnini. Astrattista toscano legato a quella corrente (Gualtiero Nativi,  Nuti, Berti) che ha ridisegnato l’astrazione in un contesto, quello fiorentino degli anni Cinquanta, dominato culturalmente dal Partito comunista italiano. Figurazione alla Guttuso, realismo politico imposto dal partito anche nei quadri contro una diversa concezione di raccontare la realtà in termini più progressisti e alternativi partendo dagli equilibri di forme e colori comunque legati alla grande tradizione pittorica toscana. Vabbè, Monnini era uno di quei giovani maestri. E arrivo al sottoscritto. 18-20 anni fa girovagavo nel mercatino dell’usato della mia città Natale, in Oltrepo Pavese. In quel momento le mie passioni collezionistiche erano le incisioni antiche (Callot, Della Bella, Buirkgmair, Altdorfer, Raimondi etc…). Giravo i banchi sperando di pescare acqueforti, spesso rovinate e strappate dei libri. Qualcosa trovavo, ma sempre meno. Iniziava, lenta, la mia conversione al contemporaneo. Ma i miei occhi e la mia curiosità erano ancora poco allenati. Ed ecco così che mi fermo davanti a un banco dietro la chiesa. Ferraglia varia (chiavi, un tempo molto di moda come ornamento), pezzi di legno lavorato , lacerti di mobili, tazze, bicchieri, gingilli, cartoni pieni di vecchi libri e Topolino, giocattoli sfasci con il gusto dell’antico, pizzi ingialliti da vecchi corredi di nozze. Una stampina in cornice. L’afferro mentre loro mi guardavano. La osservo per vedere i segni della battuta di lastra, mentre loro mi gurdavano. Scruto la firma, mentre loro mi guardavano. Prendo dalla tasca del giaccone il mio prontuario di stampe antiche (il più bel regalo che mai mi è stato fatto). E loro mi guardavano. Trovo il nome della firma sulla stampina, una veduta della Senna. Gravure di Paulette Humbert, primo novecento. Divenne l’amante di Picasso. Ma loro, intanto, mi guardavano. L’opera è incorniciata, forse controfondata, incollata, tagliata (come purtroppo violentano le incisioni). Devo trattare sul prezzo. E loro mi guardavano. “Facciamo 100mila lire” fa il tipo. 100mila…tante (se fossero le 50 euro di oggi avrei detto subito ok…gli abbagli dell’Euro). Mentre penso alla trattativa guardo loro che mi stavano guardando. Il mercante in fiera incrocia i nostri sguardi e abbozza un’estensione della trattativa: “Sono cose un po’ così, astratte. Sono sei tele, qualcuna da rattoppare. Dipinte da un toscano. Alvaro Monino…aspetti, guardo la firma e la data. No, Monnini. Roba Sessanta-Settanta. Un po’ grosse, impegnative. Trecentomila lire e le prende tutte così non devo ricaricarle sul furgone. E le regalo la stampina”.  Resto indeciso, ma non così tanto da sborsare subito 150 euro di oggi. Sei quadri, così. Così astratti. Così lontani dai miei gusti e dalla mia collezione. No, meglio la Senna dell’amante di Picasso. Gradevole, giustificabile agli occhi di amici e familiari di quelle strambe visioni psichedeliche. No, non li prendo. Prendo la Paulette per 70mila lire. Non mi sono pentito della Gravure, ma rido della mia ignoranza di allora. Avrei presto imparato che in arte, come in altri campi, la curiosità deve sovrastare il pregiudizio, l’abitudine, il già visto. La curiosità è un atteggiamento attivo, partecipe, è uno stimolo che fa lavorare l’intera nostra massa cerebrale. Ma, non posso tornare indietro. Anzi sì. Ogni tanto ripasso dalla piazzetta dietro la chiesa di Broni e guardo al muro scrostato dove c’erano i quadri che mi guardavano. Mi chiamavano per nome, ma io non ero così curioso di chiedere il loro…