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Il mistero Bibesco

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Il sogno di un appassionato d’arte (e collezionista) è arrivare un attimo prima che qualcosa diventi appetibile e apprezzabile ai più. Come prendere il sole in una spiaggetta sapendo che fra qualche anno  lì ci faranno uno stabilimento con chioschi e affini e quel tuo posticino al sole lo faranno pagare (agli altri) a caro prezzo. Ma tu l’hai visto prima che accada. Forse mi è capitato, proprio, questo sabato sera a Genova. E, nella foto, il sottoscritto si perde di fronte a uno dei lavori in mostra.

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   Francesco Maria Bibesco esponeva alla MM Gallery di via Perosi. Spazio defilato, lontano dall’aria salmastra e pletorica dell’imminente Salone Nautico, dalle bancarelle del Porto Vecchio, del relitto monumento alla letale stupidità umana che è la Costa Concordia. Conoscevo Bibesco. Non lo conosco, adesso, che l’ho rivisto. Outsider art, poesia visiva contorta e deformata? Boetti rivitrovato e rivisitato? Boh più  che Boe…tti. Il Bho è stupore, è necessità di resettare i giudizi. Mi aspettavo,infatti, cose che avevo già visto, stupendomi, come questa…

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Tracce, segni, scritture. Cose così:  uno strato di testo in scrittura Tamil (esatto, Tamil) su cui l’artista ha intrecciato con un Dripping filosofico (pensiero che comanda la mano) altri strati di comunicazione. Un esercizio al limite tra pittura e letteratura, anzi nella terra di mezzo di entrambe. Questo l’ho ritrovato a Genova. Ma, non bastava.

Su due sudari laici e letterari (di due metri per tre) Bibesco ha pensato bene di dipingere la scrittura della memoria o, forse, di scrivere la pittura della memoria. Diario d’estate. Diario d’inverno. Un insieme di labirinti e barattoli di pensieri.  Vortici, fumetti esistenziali, lampi di poesie e immagini poetiche. Sistemi solari, Buchi neri e altri pensieri. Come se l’artista invece di scarabocchiare meccanicamente e distrattamente su un foglio bianco accanto al telefono avesse, piuttosto, deciso di raccontare sulla tela la telefonata fatta, avendo con all’altro capo del filo, la coscienza di sè. Solo gli artisti possono farlo. Io farei solo scarabocchi. Bibesco invece ha fatto questo…

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Quanto costa una cosa così? E qui viene il bello.E qui si entra nel mistero Bibesco. E’ una strana forma di artista Francesco Maria Bibesco. Per quanto so di lui dovrebbe mangiarsi a bocconi il concetto di mercato dell’arte, invece, come un bambino consapevole o come un adulto disintossicato, resta seduto sul molo a guardare le onde delle altrui emozioni. Emozionandosi di queste emozioni, sentendosi ripagato doltanto da esse. Lui non ci pensa, ma quando un bravo operatore di mercato (e si stanno muovendo) focalizzerà il problema Bibesco, bè…credo che potrei rimpiangere di non aver acquisito altro oltre a quello che ho acquisito. Quanto costa un grande che bussa…quanto costava Boetti alla sua prima mostra? O Pascali? O un cinetico qualunque? Non lo so. Non c’ero. Io ero a Genova-

Irascibili e pure Pascali

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                                                                                                        (da sinistra: Pascali, Tobey, Jenkins…attacco stellare)

Sabato 23 asta Meetingart 767 prima sessione di arte moderna a contemporanea. Magari prima di fare offerte andate a Milano, a palazzo Reale, Già stati? Piano terra a destra. Ci sono gli Irascibili, ovvero la generazione di artisti che ha segnato l’arte mondiale vivendo negli Usa e producendo cose immani. Alcolisti, drogati, spesso suicidi. Grandi. Jackson Pollock, con lui, oltre a Willem de Kooning, Mark Rothko, Barnett Newman e Robert Motherwell, Adolph Gottlieb, William Baziotes, James Brooks, Bradley Walker Tomlin, Jimmy Ernst, Ad Reinhardt, Richard Pousette-Dart, Theodoros Stamos, Clyfford Still e Hedda Sterne, unica donna del gruppo. E tra loro uno come Mark Tobey, il più zen degli Irascibili. Tobey mediava tra l’espressionismo di matrice occidentale e la tensione calligrafica e filosofica dell’arte orientale. Sapeva dosare i tratti e l’assorbimento delle chine sulla carta trattata per l’uopo. Lo faceva anche Sam Francis (guardate a Milano cosa significa creare lo spazio senza dipingerci nulla). Lo faceva anche Paul Jenkins, l’ultimo degli Irascibili ad aver lasciato questa valle di lacrime (ingombrata da giganteschi cani-pallone e feticci in formalina). Ma io tra gli Irascibili per induzione ci metterei anche un nipotino d’oltreoceano E  l’idea mi è venuta guardando proprio uno dei lotti in asta a Vercelli. Lotto 53. Pino Pascali. Acetato, colori, inchiostri, macchie, sovrapposizioni di toni e materie. Raziocinio e poesia. Sfogo e misura. Arte. Grande arte. Dunque, riassumendo. Mark Tobey (lotto 70), Paul Jenkins (lotto 66) e il citato Pascali.sSe andate a Milano e poi non vi viene il buzzo di fare un’offerta anche solo sognata su uno di questi lotti, che razza di collezionisti siete?

ps. Tra i miei Io li prenderei altre indicazioni