Lodolanatomy

Per un attimo ho pensato che questa luminosa di Marco Lodola, che si specchia nel suo doppio (il riflesso è fotografico), potesse idealmente correre incontro, schiantandosi (mi perdonerà il maestro) contro la Forma unica di continuità dello spazio di Boccioni. Poi Marco Lodola stesso mi ha tranquillizzato: nessuna sfida impossibile con Boccioni. L’idea gli era venuta, semmai, negli anni Novanta confrontandosi con i modelli anatomici di Damien Hirst ( Hymn, 1999). Si ci sta. Ma, il Real Body di Lodola è di Lodola appunto, trasfigurato dalle forme-luce-energia del suo universo parallelo. Io lo preferisco, di gran lunga, al manichino da Scopri il corpo umano dell’ineffabile Damien (convincendomi ancor più che se Lodola fosse nato in Uk o Usa sarebbe un Lodola più svolazzante e famoso o, forse no , non sarebbe Lodola e, ahime, non tiferebbe Juve) .

L’umanoide futurista lodoliano abbozza il movimento, ma deve fare i conti (lo stesso maestro me l’ha spiegato) co dolori articolari e neurologici. Mal di testa, di spalla, di schiena, di gomiti, di ginocchia, di caviglie: i punti luci sono punti calore-dolore (come nelle pubblicità di cerottoni terapeutici, analgescici , creme miracolose). Bella pensata: l’androide con i reumatismi. Non non è Boccioni: la sua Forma rutilante non era certo dolorante , ma Lodola è, per creatività e leggerezza, tra i post post post futuristi il più post di tutti quanti.

L’opera in foto è da tempo nella collezione della Fondazione Maimeri di Milano (legata alla nobile azienda produttrice di fantastici colori destinati alla grande pittura).

L’uomo blu

Un incidente stradale in Mexico, nel febbraio del 2020, ha tolto di scena uno dei più potenti protagonisti della cultura pittorica americana di fine/inizio secolo: James Brown. Negli anni ottanta si confronta con Haring e Basquiat, si abbevera nell’espressionismo da strada della nuova cultura urbana. Ma lui non si ferma, va nel suo oltre attingendo a Rothko, Tapies e Twombly: un oltre dove graffito, astrazione e figurazione si fanno potente messaggio di pittura. Così nell’oltre da essere avvicinato, dal mondo europeo, alla produzione Art Brut di Dubuffet. Che dire? Io guardo l’uomo blu, dell’opera che chiude l’asta 884 di Meeting Art, e vedo la capacità dell’arte di non arrendersi ad ogni evidenza. Un uomo blu come se a disegnarlo fosse stato lo street artist preistorico delle grotte di Altamira o un antico camuno in vena di poesia. Vedo tanta poesia, persino una preghiera in quest’opera che se fosse in una chiesa troverebbe di certo qualche candela accesa.

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JAMES BROWN [Los Angeles (California) 26/10/1951 – Messico 22/02/2020]
St. Bartolomeo III, 1984 olio, smalto e matita su tela di lino 166,5×197 cm, opera non firmata, etichette della Galleria Civica di Arte Contemporanea Trento, della Tony Shafrazi Gallery (New York), della A&W Stretchep.co.ltd (New York) e della Galleria Allegrini (Brescia) al retro. Bibliografia: – James Brown, a cura di Danilo Eccher, Galleria Civica di Arte Contemporanea, Trento, 22 aprile – 25 giugno 1995, Edizioni Electa, pagina 57.
base d’asta: 60.000 € stima: 105.000/120.000 €

“Io sono un quadro”

225 CARLO PACE [Alessandria 08/03/1937 – Alessandria 01/02/2011]
Figure Totemiche, 1969 smalti su faesite 30×30 cm, firma in basso a destra, firma, anno e timbro dell’Archivio Carlo Pace al retro, registrata presso l’Archivio Carlo Pace (M.A.69/20) come da certificato d’autenticità allegato.

Sabato 23 asta 884; le opere di Carlo Pace. Qui di seguito il testo che ho avuto l’opportunità di presentare nel catalogo Meeting

<<Ho iniziato nei lontani anni Cinquanta, ho recepito e sintetizzato i messaggi artistici di tutta la pittura che, a quel tempo, viveva intorno a me. Mi sono liberato man mano dei supporti culturali e sono andato acquisendo maggior consapevolezza della mia storia e del mio “ego” >>. Lo scrive di sé Carlo Pace. Artista di vocazione e professione. Artista, ma di quelli che non erano affatto spaventati dalle navigazioni in solitaria nel mare delle arti figurative: un mare agitato da mille correnti, dove la scia di un maestro o di una scuola rende la diversità soltanto una finzione. Pace guarda proprio le stelle, tracciando la sua rotta verso orizzonti creativi distanziandosi dai canoni tradizionali: partendo e tornando, carico di cose nuove, nel porto domestico di Alessandria. Alessandria. Non d’Egitto, ma del Piemonte sabaudo e provinciale al tempo stesso. Carlo Pace, marinaio in un posto senza il mare. Tutto in quel posto è più difficile, ma rendendo la poesia e l’avventura artistica è davvero una scelta di vita.

Io sono un quadro“: solo quattro parole per definirsi,  come sarebbero piaciuto e molto a Italo Calvino (maestro della rarefazione, dell’abrasione decisa dell’ovvio e del superfluo). Io sono un quadro: qui c’è l’intera auto/ritratto/biografia di Carlo Pace. L’artista pensa sé stesso, prima di poter o dover affidarsi all’oggetto pittura per comunicare e operare nel mondo esterno: <<La funzione del mio lavoro – scrive l’artista – è in primis un’esigenza vitale, che si fonde con la mia ricerca artistica>>. Senza questa premessa, richiamata più volte dai critici che si sono occupati del lavoro di Carlo Pace, diventa difficile incasellare il corpus di opere la cui coerenza, al di là di forme e materiali mutevoli, ha le radici nella scelta di fondo dell’artista: esprimere un “ego” che si fa pensiero.

La vetrina-mostra alla Meeting Art di Vercelli  è, così, un ulteriore contributo per conoscere l’opera di un artista che ha fatto della ricerca interiore, strettamente abbinata a quella tecnico-pittorica, la base su cui costruire il percorso di una vocazione.  I quadri sono come flash che illuminano un tragitto fatto di esperienze, scoperte, esperienze. Si parte dal periodo informale, quello degli anni Cinquanta: Carlo Pace inizia a dipingere che è ancora sì un  quindicenne, ma già folgorato dall’attività del padre Luigi, gallerista e promotore di cultura nella racchiusa e sonnacchiosa  Alessandria. Di domenica il padre lo porta a Milano nella mitica, iconica, splendida galleria l’Annunciata, lì a discutere di pittura con Carlo Carrà e Salvatore Quasimodo. Negli anni Sessanta, quando l’informale entra in crisi, Pace recupera la figurazione attraverso una serie di composizioni a carattere totemico che rappresentano personaggi asessuati in cui è difficile separare il malessere dell’uomo da quello della società. Non mancano, in questo viaggio dell’ego d’artista, i controversi, sconnessi, problematici anni Settanta. E’ il decennio del concettuale, del “poverismo” del pensiero che prevale sulla pittura fino al punto di negarla: tuttavia Pace non nega mai la pittura anche quando pone i materiali al centro della sua ricerca. L’artista non nega sé stesso, non cerca il conformismo. Cerca, sempre e comunque uno spazio e un modo con cui comunicare il proprio ego .

I materiali del momento sono un mezzo per quel fine mentre per molti altri artisti sono essi stessi il fine, non avendo altro da dire. Carlo Pace non è su questa barca affollata, continua il suo viaggio curioso e in solitaria. Nascono le Spine dorsali, attraverso le quali Pace cerca una ricucitura alla lacerazione della tela operata da Lucio Fontana, una nuova possibilità dell’opera d’arte. Non è una sutura fine a se stessa, ma esprime la speranza che la pittura possa continuare a viaggiare. Le Spine dorsali sono una linea di forza grazie a cui Pace permette alla sua forma pittura di stare in piedi e camminare portando il suo messaggio. Ecco così nascere opere come Le Formelle, in cui il pittore si fa scultore di pensieri, usando la sgorbia per imporre al legno, scavandolo, di svelare forme nuove di un pensiero che resta coerente alla missione. Un viaggio in cui emerge la “fisicità” del quadro. Il quadro vive: l’esigenza di ricostruire il quadro diventa nel contempo esigenza di dargli fisicità. “L’occhio” del quadro è così l’occhio dell’artista che osserva la realtà, ma non ha alcun controllo sull’accadimento umano Non c’è un confine se riesci a superarlo: anche quello del suono, della materia tattile. Si giunge ai Fonemi, in cui l’artista doma e domina il segno fino al punto di renderlo in grado di far percepire un suono “ascoltato” attraverso gli occhi. Sono proprio questi elementi costitutivi dell’opera di Carlo Pace a spingere Dino Molinari, il critico che più di altri, comunque importanti, ha saputo inquadrare in modo efficace la sua ricerca, a parlare di un “fattore Pace”

<<I percorsi dell’arte di Pace – scrive Molinari – sono tutt’altro che rettilinei; gli va riconosciuta una non comune capacità di attraversamento fra i cavalli di Frisia della scena artistica internazionale in quanto è riuscito a ridurre tutte le acquisizioni al denominatore comune della sua personalità…>>.

Carlo Pace in viaggio con il suo ego d’artista: dal porto di Alessandria verso un oltre che le sue opere aiutano a intravedere e, magari, persino ad amare.

Groviglismo

Groviglismo, una categoria balzana che mi sono creato (follie da elucubrazioni senili) tentando di rimarcare (ma serve?) l’assoluta singolarità dell’arte di Emilio Scanavino, la cui pittura è posseduta da una “forma insopprimibile”: il groviglio che tenta, invano, con i propri spigoli, di farsi intreccio e nodo elegante. Visto da vicino il dipinto dell’asta 884 di meeting Artè , come al solito con Scanavino, è un libro di cui non puoi accontentarti del titolo in copertina. Devi sfogliare pagina, dopo pagina. Di più. Devi immergerti nelle singole lettere del testo perchè ad ognuna è affidato un compito preciso. Scanavino era un di più, un oltre, un over, un plus. Mi fermo e torno al groviglio che è il modo più efficace che ricordi di come l’arte moderna contemporanea abbia potuto raffigurare l’ansia di vivere che provo e che proviamo. Siamo tutti in questo “dentro”. Siamo tutti aggrovigliati da pensieri e sofferenze rosso sangue, paure nero notte su cui i nodi spigolosi di Scanavino si affacciano. Tutti iscritti al groviglismo.

74-EMILIO SCANAVINO
[Genova 28/02/1922 – Milano 29/11/1986]
Dall’Alfabeto senza fine, 1972
olio su tela tamburata 80×80 cm, firma in basso a destra, firma, titolo, anno, e tecnica al retro. Bibliografia:
-“Scanavino, Catalogo Generale”, volume primo, a cura di Giorgina Graglia Scanavino e Carlo Pirovano, Edizioni Electa, pagina 447, al n° 1972 24.