Rock’n roll, baby



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MATTIA MORENI [Pavia 12/11/1920 – Brisighella 1999]
La mano dell’amore, 1995 tecnica mista su carta 70×50 cm, firma, titolo e anno sulla destra, dichiarazione d’autenticità di Yvonne Prath Moreni su foto.
base d’asta: 1.000 €
stima: 2.000/3.000 €

La vita è adesso (cit. Baglioni).

Niente è come sembra niente è come appare
Perché niente è reale
. (cit. Battiato).

Mattia Moreni era un artista (a dicembre del 2019 si è celebrato con una mostra alla galleria il Ponte di Firenze, il ventennale della nascita). Nato, come me in provincia di Pavia (che sogno di essere artista, ma non sono morto a Brisighella come lui). Astrattista, informale: bravo, a tratti bravissimo (dice la critica). Surreale e simbolista. Poi , negli anni Novanta, la sua paura: i computer ci strapperanno l’anima. Ci costringeranno a scrivere poesie con Word 7 e a scattare foto dei nostri amori con la stessa cosa con cui telefoniamo. Moreni raccontò questo timore in opere dove l’ibridazione tra simboli della nostra quotidianità e riferimenti pseudo tecnologici, creano sarcasmo e sconcerto. Credo che la paura dell’alienazione social sia da condividere, anche ora che tutti esaltano l’uso dei nuovi media.

Le corna al cielo appaiono in Yellow Submarine, le sfodera John Lennon come segno di amore e libertà. Corna al cielo, rock’n roll e amore. La migliore delle scaramanzie. Ridateci amore e libertà.

L’opera va in asta prima o poi, ma ci va (vero Pablo Carrara), alla Meeting Art di Vercelli nell’asta 874.

C’è poco da ridere

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ANDREA MARTINELLI [Prato 12/03/1965]
L’uomo che rideva, 2010
tecnica mista su carta intelata 57×30 cm, firma in basso al centro, titolo, firma e anno al retro.
base d’asta: 500 €
stima: 1.500/2.000 €

Domenica 19 aprile. In asta alla Meeting Art.

La signora Nedelia, la chiamavano “Pupa”: un nomignolo vezzeggiativo di cui non ho mai avuto il coraggio di chiederle l’origine. E il dubbio mi rimarrà. Nedelia è morta il giorno di Ferragosto del 2008 e per un bel po’ di tempo la sua immagine mi è rimasta impressa per poi evaporare. Ho lavorato, sino al 2010, per tanti anni a Voghera, la città della casalinga del mitico e compianto Arbasino. Guidavo la redazione locale del mio giornale: lo stress era tanto. Lo è anche oggi, ma più diluito dal progresso dell’impaginazione digitale (mai stato un falco nella cosidetta cucina del giornale). Tanto stress senza il vizio del fumo: la mia sigaretta era di tanto in tanto alzare il culo dalla poltroncina e sgambettare fino nel vicolo, accanto al Duomo di Voghera.

Voghera è al confine con il Piemonte e in odor di Liguria. Impianto urbanistico sabaudo con strade perpendicolari, ma anche con vicoli che ricordano i caruggi genovesi. In uno di questi vicoli c’era la Galleria del Vicolo. L’aveva aperta nel 1977 la signora Nedelia, allora intraprendente ragazza che sfidava la cultura locale, tra luci d’intellighenzie vivaci (il già citato Arbasino con i suoi amici) e ombre contadine, parlando di quadri. Una galleria senza troppe concessioni alle avanguardie, anzi con i piedi ben piantati sulla solida strada del figurativo, più o meno classico.

La galleria di Nedelia era diventata il mio buon ritiro dallo stress. Ci si prendeva un the nel bar accanto con le altre amiche della signora Fanelli: un gruppo di pimpanti ultrasessantenni (come sono io da qui a poco) che ogni tanto si regalavano un quadretto di Silvio Consadori o Adriano Spilimbergo da appendere in soggiorno. Qualche grafica di Rotella, Ajmone e Nespolo.

Ma la Pupa riservava sorprese: come quando mi raccontò come, agli inizi degli ani Novanta, ospitò una mostra curata da Giovanni Testori, proprio lui, che seguiva il cammino artistico di due futuri cavalli di razza della nuova figurazione: Velasco e Giovanni Frangi. Di Velasco ricordo il quaro che teneva ben in mostra la signora Nedelia. Un grumo di fiori e erbe a metà strada tra la pastosità di Morlotti e il naturalismo di Raccagni. Poi la Nedelia mi parlo di Andrea Martinelli.

Stravedeva per lui. Aveva raccolto qualche opera per una mostra. “Un mostro nel disegno” mi diceva. Mi piaceva sentire che arrivasse da un gruppo che si chiamava la Compagnia del disegno che riuniva gente come lui, Frangi, Velasco e Bojer. Mi piaceva il nome: aveva evocazioni tolkeniane, un gruppo magico di dediti all’uso sapiente della matita e del carboncino. Martinelli, per Nedelia, era il più dotato. E mi mostrava i suoi volti fotografati nell’anima, dove il chiaroscuro svelava storie da svelare. Anche Martinelli, era svanito nei miei ricordi che la vecchiaia prossima rende tanti e sbiaditi. Poi questo lotto in asta e le immagini che ritornano.

C’è poco da ridere: potrebbe essere un titolo alternativo per questi uomini clonati sul confine tra uno schizzo sarcastico di Grosz e uno di Bacon che ne mostrebbe la faccia stravolta dall’ipocrisia e dal marcio che si portano dentro. Politico/i, faccendiere/i o soltanto un uomo/uomini qualunque dal ghigno di sfida. Senza mascherina, ovviamente. Arrivano dal prima questi uomini sicuri di sè, lo saranno anche fra un po’?

Anima spiaggiata

WALTER LAZZARO [Roma 05/12/1914 – Milano 03/03/1989]
Barca bianca, 1973
olio su tavola 30×40 cm, firma e anno in basso a sinistra, etichetta dell’artista al retro.
base d’asta: 2.000 €stima: 4.000/5.000 €

In una trasmissione di proposte d’arte (con incluso acquisto) il conduttore mi ha regalato una intrigante definizione dell’opera d’arte (termine abusato, pomposo, ingombrante, impegnativo: meglio sarebbe dire, forse, opera che aspira all’arte).

“Un quadro (o una scultura) non beve, non mangia, non ti chiama allo smartphone, non si intromette: resta lì alla parete o in uno scaffale, sei tu che la vai a cercare con lo sguardo. E allora ti parla”. Premessa: non accade con tutte le opere suddette. Seconda premessa: non vale solo per le opere che hai collezionato. Il gioco è quello degli sguardi.

Scorrevo le opere del’asta Meeting Art 874, del 26 aprile (ma di che anno?) e l’occhio, meno agitato del solito, si è posato sulla foto del lotto che apre questo post. E, di colpo, mi sono ricordato di avere in casa un vecchio catalogo di Walter Lazzaro che mi regalò, un bel po’ di tempo fa, una distinta gallerista di Vigevano. Galleria in piazza Ducale, da tempo chiusa. Il mio buon rifugio dallo stress del lavoro di redazione (ero allora nella sede staccata del mio quotidiano). Un caffè, uno sguardo alle buone cose alle pareti e tante riflessioni sugli artisti che la signora aveva incontrato. Tra loro (Longaretti, Sassu, Mario Castellani, Cascella…) proprio Walter Lazzaro. “Come Morandi, ma con più anima ” mi diceva. Quel catalogo, negli anni, mi cadeva addosso puntualmene, durante i periodici riordini della biblioteca domestica. Adesso che ne avevo bisogno, è sparito. Non mi meritava più?

“Come Morandi, con più anima”. Walter Lazzaro, peregrino del secolo breve (pittore, attore, internato come prigioniero di guerra in un lager polacco), per una buona parte della fase matura e conclusiva della sua esistenza, dipingeva le luci diafane o melanconiche delle albe e dei quasi tramonti della Versilia, il suo buon ritiro. Natura morta, ma velata del respiro leggero e vitale del poeta. Lazzaro e Morandi che c’azzecca? Le bottiglie immote di Giorgio Morandi si fermano un attimo prima di percepirlo e forse non vogliono intercettarlo questo respiro, volendo essere più forme del pensiero che dell’anima: non date, comunque, troppo peso a questo giudizio. Non sono un critico , ma un curioso d’arte.

La barca sulla spiaggia non è chiaro se è lì da tempo o se presto non ci sarà più. Una parte dello scafo nella luce, l’altro nell’ombra. E l’ombra, creata anche dai remi, sembra definire una creatura-oggetto che non appartiene più a quel reale immaginato dal poeta pittore. Demarcazioni di luce colore dividono anche, in modo netto, il cielo dalla spiaggia. Già la spiaggia: e la barca, come fosse un’anima peregrina, che attende o sogna un altro viaggio. O, forse, stanca, si lascia solo cullare dal mare accanto.

Remo meglio di Romolo

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REMO BIANCO [Milano 03/06/1922 – Milano 23/02/1988]
Tridimensionale, 1950
tecnica mista su plastiche sovrapposte 60×50 cm, opera non firmata, registrata presso l’Archivio Storico e Fotografico Remo Bianco come da dichiarazione a cura di Lyda Bianchi e del Dott. Mario Zugni su foto.
Bibliografia:
-“Remo Bianco, Catalogo generale delle opere”, Volume II, a cura di Lorella Giudici, Edizioni Libri Scheiwiller, 2006, sezione III, al n.5.
base d’asta: 1.000 €
stima: 3.000/4.000 €

Prima che entrassimo tutti insieme nel tunnel virale , al Festival di San Remo una canzonetta distribuiva, più o meno, questo mantra “in un mondo di Paul e John io sono Ringo Star“. Personalmente mi sono anch’io rotto degli iconizzati, siano essi uomini celebri o mezze tacche che fingono di esserlo. Credo che, una volta finita la buriana (se finirà mai davvero), si avrà gran voglia di incontrare Bartali, con i francesi che ancor s’incazzano , lasciando al grande Coppi di essere leggenda. Voglia, insomma,di gente dalla sintesi chiara, dal significato certo, dal punto di partenza basso, ma tendente all’infinito.

Romolo è Lucio Fontana, Romolo è Castellani, Romolo è Bansky (mi ha un po’ rotto, mentre Hirst già lo ha fatto da tempo). Romolo è, di certo, Picasso. Certo, pure lui, Picasso a cui di gran lunga, citando Battiato, preferisco l’uva passa (guardando Matisse e Boccioni). Remo, invece, è Bianco. Remo Bianco (il cui fratello, morto giovane, si chiamava, non a caso, Romolo). Bianco il più trascurato, defilato, sottostimato artista del secolo breve in Italia.

Uno che, nel 1950, come attesta l’opera che andrà in asta (se il Cielo vorrà e che lo voglia) domenica 26 aprile, nell’asta 874 di Meeting art Vercelli, utilizzava materiali in una originale trasfigurazione astratto-figurativa del ready made, destinata a essere voce nel deserto. E nascevano, così, queste Gioconde quantiche, in 3d, dipinte con una tavolozza multiverso. Un navigante dell’arte. Lui , che nel 1955, va negli Usa per farsi insegnare il dripping da Pollock. Chiaro, no? A lui non fregava molto di fare soldi, dipingendo (certo, non ci sputava sopra). Ma contava di più imparare cose nuove, dipingendo. Bianco non è, insomma, un colore neutro. Bianco è un universo di colori. Anarchico, uomo libero e di liberi amori: un poeta. Ed io, d’ora in poi, starò dalla parte di Remo e non m’importa che, così, mi perderò la nascita di un Impero…

Virgilio, t’invidio

198 VIRGILIO GUIDI [Roma 04/04/1891 – Venezia 07/01/1984]
Incontri, 1938/39 olio su cartone 60×50 cm, firma in alto a destra, dichiarazione d’autenticità di Toni Toniato su foto. base d’asta: 3.000 € stima: 6.000/7.000 €

Riflettendo su come si possa cambiar modus vivendi e punti di vista quando si arriverà alla fine di una bufera a riveder le stelle, ho incrociato lo sguardo su questo quadretto (diminutivo che vuol esprimere simpatia da focolare domestico, più che giudizio di merito che non merita) di Virgilio Guidi. Guidi era un ottimo/più che ottimo pittore. Scuola e tavolozza tosta in un tempo in cui a cimentarsi con lui c’erano Donghi, Oppi, De Chirico, Carrà, Morandi, Soldati, Capogrossi, Afro, Sironi….chiaro no? Giocava la palla di fino con ritratti e paesaggi da mento che si abbassa guardandoli. Poi, d’un tratto, cose così. Occhio, siamo nel 1939, anno buio; molto buio, tanto per stare in sintonia con un anno buio.

Negli anni Cinquanta, quando farà ancora cose così (le sue Venezie con il punto blu di baricentro nel basso, i suoi volti, i suoi alberi, i suoi abbracci) si dirà che stava interpretando a suo modo la ricerca spazialista di spazio e luce. Fontana docet…ma Guidi questo quadretto lo fa un po’ prima. Le figure sullo sfondo si fanno diafane in un controluce luminoso e già tentano l’abbraccio. La figura dell’ometto in primo piano, uomo colto con libri a fianco, è sintesi di segno e colore nel contrasto della figura divisa a metà tra lo scuro e il chiaro anticipando i futuri contrappunti. Bello, no?

Bello immaginare un grande pittore che abbandona la via maestra per seguire il tracciato di un sentiero impervio, ma stimolante. Bello pensare a un maestro che non si fa più copista di repertori consolidati sia pur rivisitati da par suo , ma creatore di cosa nuova. Creare cose nuove, lontano dal mio già visto . Cose da fare dopo la bufera…

ps il quadretto va in asta (prima o poi) nella 874 di Meeting Art Vercelli.

Senza te…

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TOM WESSELMANN [Cincinnati 1931 – New York 2004]
Smoke, 1998
collage su carta 26,5×24,5 cm, firma e anno in basso al centro, certificato d’autenticità della Bugno Art Gallery (VE), certificato d’autenticità della Galleria Cortinarte, Cortina d’Ampezzo (BL), opera archiviata presso l’Archivio Wesselmann.
base d’asta: 7.000 €stima: 12.000/14.000 €

Qualcuno, sui social, ripete che siamo tutti finiti in un quadro di Hopper anche se i quadri di Hopper si muovevano in una dimensione misteriosa e metafisica ben più modulata del semplice restiamo a casa e chissà quando rivedremo il sole. il lavoro di Wesselmann (che dovrebbe andare in asta alla Meeting Art il 5 aprile nella 874) mi suggerisce un’ ulteriore riflessione in tema di chissà cosa mai ci stia capitando. Con una spericolata premessa.

Wesselmann rifiutava l’icona di artista pop, si riteneva, a ragione, un pittore figurativo che aveva assorbito i segnali della storia dell’arte. Pop non è un gran termine, a pensarci bene. Il concetto è stato banalizzato: musica pop la può fare Al Bano e anche il mio adorato Cat Stevens. Troppo vasta la forchetta. Se poi è pop dipingere oggetti d’uso quotidiano anche Ambrogio Figino che, alla fine del Cinquecento realizza la prima natura morta della storia dell’arte, era un artista pop.

La sigaretta di Wesselmann si carica di una forte connotazione filosofica: l’oggetto che richiama il soggetto anche se il soggetto sembra rivelarsi solo nell’uso che fa dell’oggetto stesso. E dal bel collage pierodellafranceschiano, passo all’oggi. Siamo, ormai, diventati oggetti del nostro esistere? Abbiamo delegato ad essi, sia esso uno smartphone o una carta di credito, il compito di rappresentarci? E adesso, con una mascherina davanti a bocca e naso che ci fa capire quanto conti invece il nostro respiro, non dovremmo rivedere la nostra scala di valori? O è solo tutto fumo?

Ripensare pittura e non solo

“Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica”. Lo scrive Calvino nei suoi appunti per le “Lezioni americane” sul fare/creare letteratura, sull’essere scrittore. Lo scrive a proposito della leggerezza come tensione verso una sintesi comunicativa che esprima l’esigenza di una trasmigrazione /mutazione /sublimazione degli atomi-parole. Mi sembra, visto oggi, un vaticinio e una terapia al tempo stesso. Un antivirale esistenziale.

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GIORGIO GRIFFA [Torino 29/03/1936]
Orizzontale, 1973 acrilico su tela 43×71 cm, firma e anno al retro, opera registrata presso l’Archivio Giorgio Griffa come da certificato allegato.Bibliografia:
-Giorgio Griffa, pittura analitica, ricerca anni settanta, a cura di Luca Beatrice, Galleria RESPUBBLICA, 30 ottobre – 29 novembre 2015.
base d’asta: 4.000 €
stima: 8.000/9.000 €

Sabato 4 aprile questo Griffa dovrebbe (potrebbe) andare in asta a Vercelli nel mezzo di questa tormenta di autocertificazioni, decreti, isolamenti, quarantene, lacrime (troppe, nel mio caso) , sospiri, respiri infranti, mascherine, guanti monouso, gel a base alcolica, niente strette di mano, temere anche gli sguardi se a meno di un metro, picco o non picco, luci in fondo al tunnel, astagandràtuttobene.

Griffa, la via analitica della pittura: ripartire dopo gli anni Quaranta e la guerra, gli anni Cinquanta e il boom , gli anni Sessanta droga, Beatles e Viet Nam. Poi i Settanta del che sarà di noi senza un noi e un sarà. Una tela grezza e linee di colore a cercare un senso leggero e denso al tempo stesso al fare pittura. Al fare in genere, nel senso di creare.

Dopo il virus, forse la stessa tela grezza. E un pennello tra le mani. Pochi colori e tanta voglia di cambiare la pittura della mia esistenza. San Giorgio aiutami tu…

D'arte e vita lui narra…

Ho iniziato nei lontani anni Cinquanta, ho recepito e sintetizzato (sottolineato) i messaggi artistici di tutta la pittura che, a quel tempo, viveva intorno a me...”

Un artista, credo, non dipinge prima di aver pensato. E se lo fa, quello che sta creando è qualcosa che ha già pensato. Credo, ma non mi vergogno di essere smentito, che sia questa la demarcazione che definisce il decoratore dal pittore/scultore. Poi, è chiaro, la densità della bravura, puramente tecnica per il decoratore, creativa per l’artista, sistema su piani diversi le singole esperienze.

Pinuccia Pace, moglie di Carlo Pace (artista alessandrino scomparso nel 2011) per consentirmi di scrivere qualcosa di un pittore che mi incuriosisce, soprattutto in questi tempi in cui non si può più essere banali e scontati, ma leggeri (sto rileggendo le Lezioni americane di Calvino…) oltre alle foto di qualche dipinto, mi ha inviato la foto di un foglio di appunti che vi propongo nella foto d’apertura. Bello come un quadro. Molto di più, perchè rivela il codice genetico di tanti quadri. Non un saggio critico, un manifesto di corrente, quanto, piuttosto un moto ragionato dell’anima che si fa scrittura. Un segreto, insomma, svelato: Carlo Pace, come fosse un personaggio di Ovidio, racconta la sua metamorfosi da carne e sangue in segno e colori.

Io sono un quadro“. E’ la frase che si incontra aprendo il sito dedicato a presentare l’universo di Pace (www.carlopace.it). Solo quattro parole come sarebbero piaciuto molto, ma molto a Calvino (maestro della rarefazione dell’ovvio e del superfluo): qui c’è l’intera auto/ritratto/biografia di Carlo Pace. L’artista pensa se stesso, prima di comunicare con l’oggetto che diventa soggetto del suo comunicare e operare. Pensare pittura o essere pittura: negli anni Settanta, magnifici e perversi, quelli dell’Analitica propendevano per il pensare pittura. Per trovare l’ essere pittura o scultura o, comunque, Arte ci si deve rivolgere a Manzoni e a quel genio rarefatto e inafferrabile che fu Emilio Prini. Carlo Pace è qui. Su questi territori di trasmigrazioni esistenziali, già narrati da Ovidio.

Carlo Pace respira fin da ragazzo l’ossigeno dell’ecclettismo, che non è il poter fare qualunque cosa, ma l’essere curiosi di qualunque cosa sia in grado di inviare segnali intelleggibili a cuore, cervello e anima, adattandoli, poi, alle proprie capacità di comunicazione. Il padre, Luigi, è un collezionista di libri, opere d’arte, francobolli: ma il collezionista si fa artista quando nella molteplicità degli oggetti cerca i fili sottili di una trama di pensieri. A quel punto si è già artisti oltre che galleristi. Con il figlio Carlo, Luigi frequenta a Milano, nei prosperi anni Cinquanta, gli ospiti della Galleria Annunciata, cenacolo di splendori d’arte. Quegli ospiti. Gente come Quasimodo e Carlo Carrà: un poeta che dipinge versi e un pittore che scrive con i colori. Bella gente, adatta a capire che si può esistere oltre. Essere oltre e, pure, altro. Essere. Un quadro. Questo racconta Carlo Pace.

Questo. Carlo Pace lo ha dipinto, nel 2010, un anno prima di morire. Spina dorsale Sudario (150 x100). Spina dorsale: la metamorfosi d’artista trasforma in concetto organico una forma astratta, un tracciato segnico e materico che attraversa perpendicolarmente la tela. Lo spazio è diviso da questo tracciato esistenziale che fonde le evocazioni dello spazialismo con quelle del naturalismo dell’Arcangeli. Le vertebre di questo pensiero sono i colori che urlano il proprio essere sullo sfondo di un sudario, di una sindone che dialoga e duella con quel potente pulsare di vita. Essere un quadro. Si può.

Trame, dolori e colori

Dal sito della Meeting Art: “L’intero staff della Meeting Art si unisce ai figli Pablo e Patrick nel ricordo del suo fondatore e presidente Mario Carrara. Lo ricordiamo con affetto come stimato e laborioso capitano dell’azienda, da lui creata nel 1979 e profondamente amata, che ha contribuito a segnare alcune pagine della storia dell’arte italiana degli ultimi decenni. Il suo spirito combattivo sarà di ispirazione ai suoi dipendenti che porteranno avanti con rispetto e gratitudine il suo operato.
CIAO MARIO

Non è tempo solo di lacrime, ma di pensieri. Penso al mio blog nato raccontando storie d’arte passando da Stradella a Vercelli. Lì incontravo questo signore dal fare finto burbero e con un sano disincanto di fronte alle velleità di grandezza di artisti e di collezionisti. Mi offriva un caffè e mi diceva che oltre a vendere quadri (e lui sapeva farlo) bisognerebbe raccontare sempre più emozioni e cultura. Veniva da lontano, voleva andarci. Poi, di colpo, rideva di gusto.

Mio padre, Francesco, si è spento in questi stessi giorni strappato alla sua terra dal virus. Lui guardava incuriosito i miei quadri e mi diceva di non buttare via i soldi: proprio lui che ne aveva spesi tanti per il suo plastico e i suoi trenini elettrici (passione di cui mi ha contagiato). Poi mi diceva che se uno è sereno, fa bene a fare quello che fa e che i soldi non sono tutto nella vita. Poi, di colpo, rideva di gusto. Ecco. Mio padre Francesco e il signor Mario forse sarebbero andati d’accordo. E forse stanno andando d’accordo. Il prossimo quadro che appenderò in casa, soldi permettendo, vorrei che me lo consigliassero loro…bello, emozionante e che non costi troppo!!!!

Voglia di fuga?

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ROBERTO CRIPPA [Milano 07/05/1921 – Bresso (MI) 19/03/1972]
Spirale, 1950 olio su tela 70×100 cm, firma, anno e archivio al retro, opera registrata presso l’Archivio Roberto Crippa come da dichiarazione del figlio Roberto Crippa Jr. su foto. base d’asta: 10.000 €
stima: 18.000/20.000 €

Con un Crippa del genere a parete (andrà in asta, 874 di Meeting Art, sabato 14 marzo) si può tranquillamente fottersene, idealmente s’intende, delle zone rosse. Per il pensiero, infatti, non ci sono limitazioni di movimento, per decreto, purchè si sia dotati ovviamente di pensiero. Un Crippa meravigliosamente spazialista: le spirali bianche su fondo nero sono il massimo del minimalismo dinamico e concettuale. Le linee che di colpo escono dalla zona rossa ops… cornice spingono gli occhi a chiamare in aiuto la mente e lo spirito. Viaggiare, sì viaggiare…