Natura, morta

Alan era un matematico (ma anche un eccellente runner oltre che un fiosofo), Filippo un pittore (ma anche uno scrittore oltre che un esteta). Figli di un’epoca travagliata: due guerre mondiali, convulsioni e persecuzioni. Pregiudizi, troppi. Come oggi, che ci illudiamo di combatterli trasformando in sciocco dogma il politically correct. E i dogmi , si sa, portano l’uomo alla follia, dai roghi per le streghe all’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo.

Alan, come Filippo, muore nel sudario dell’emarginazione: la loro indole trasformata in patologia da combattere più che da curare. L’uno, Turing, inventore, di fatto, del computer, suicida (forse), travolto dall’inchiesta giudiziaria sulla sua (non) presunta omosessualità. L’altro, De Pisis, artista di vaglio, che, da Roma a Parigi, affina una tavolozza creativa, in grado di rendere diafane e poetiche le immagini, in bilico perenne tra il sogno e la visione di un inquieto subconscio. Ricoverato e, quindi, spento in una casa di cura.

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FILIPPO DE PISIS [Ferrara 11/05/1896 – Milano 02/04/1956]
Vaso di fiori, 1923 olio su cartone 50×27,5 cm, firma e anno in basso a destra, opera registrata presso l’Associazione per il patrocinio dell’opera di Filippo de Pisis (MI) come da dichiarazione su foto.
base d’asta: 15.000 €
stima: 27.000/30.000 €

Quando Filippo dipinge questo vaso di fiori (in asta nella imminente 878 di Meeting Art) deve ancora partire per Parigi. Sta decidendo che non sarà scrittore o poeta, ma pittore. Dove sia la differenza non è in realtà decisivo. E’ intriso di pittura figurativa “romana” (quella di Armando Spadini). Ma la tua natura non la puoi silenziare: la vena malinconica e turbata, delicata e orgogliosa al tempo stesso, crea una patina sul quadro che trasforma un vaso di fiori in un’immagine che pare strappata da un affresco di villa pompeiana, dove il passato e il presente trovano un punto in cui incontrarsi. Grazie al pittore.

Alan Turin contribuì a sconfiggere il nazismo con i suoi calcoli che contribuirono a decriptare i codici prodotti dalla macchina Enigma.

Filippo De Pisis contribuì a fare di un vaso di fiori un trattato sulla poesia dell’anima. Lui era capace di “stenografare” con il tratto e i colori cosa vedevano i suoi occhi, decriptando sulla tela il messaggio nascosto in ogni realtà esterna.

Alan e Filippo. Nature, poi morte per mano del pregiudizio.

L a frase che apre il post è una citazione del film “The imitation game” film del 2014 diretto da Morten Tyldum dedicato alla vta di Alan Turing. Potrebbe essere quella di Filippo De Pisis

Dentro o fuori?

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GIUSEPPE UNCINI [Fabriano 1929 – Trevi (PG) 31/03/2008]
Spazio di ferro n° 9, 1988scultura in cemento e ferro 46x83x22 cm, firma, anno e titolo (spazio di ferro n° 9) sotto ad un elemento in legno/cemento, opera registrata presso l’Archivio delle Opere di Giuseppe Uncini al numero 88-007 come da dichiarazione su foto che cita: l’opera effettivamente titolata “Spazi di ferro n° 9” è stata erroneamente archiviata con il n° 10, tuttavia l’Archivio mantiene l’archiviazione con il n° 10 così come pubblicato sul Catalogo Generale.
Esposizioni: -1989, Telamone Centro d’Arte, Lecce
-1989, Studio La Città, Verona
-1989, Progetto Civitella d’Agliano
Bibliografia: -“Progettando l’idea”, testo di G. Vincenzo, Studio La Città, Verona, 1989, pagina 41 con tavola a colori.-“L’Espresso”, articolo di P. Ferri, “E Uncini tesse il ferro’, 1989
-“Senso e sensi”, a cura di S,Karkow, C.Zickfeld, Progetto Civitella d’Agliano, Bolsena, 1989, pagina 88 in bianco/nero.-“Giuseppe Uncini, catalogo ragionato”, a cura di Bruno Corà, Silvana Editoriale, 2007, pagina 317 al n° 88-007.
base d’asta: 20.000 €
stima: 36.000/40.000 €

Dentro o fuori? Spesso dentro. Ingabbiati. Dentro l’abitudine, la routine, il dovere, l’essere nel posto dove altri si aspettano e pretendono che tu sia, l’educazione, la buona maniera, il bel dire e ragionare, la forma più che l’essenza, il fare più che l’essere, l’avere più che il non avere, l’ascoltare più che il dire, l’adeguarsi, il conformarsi, il pedalare più che il riposare.

Gabbie. Il dubbio mi viene. Ma anche uno, come Uncini non si sarà prima o poi posto il quesito se il clonare, fino a che morte non l’ha separato dalla manualità oltre che dal respiro, gli esoscheletri di ferro e cemento anche quando, ormai l’epoca del boom edilizio (e delle relative icone) degli anni Sessanta era morto e sepolto, lo divertisse ancora? La stessa domanda si potrebbe fare a Griffa su tele e strisce di colore, a Pistoletto su specchi e affini o, fosse vivo, a Fontana stesso. Dopo il taglio che tagliava con il suo passato, il centesimo taglio era ancora davvero un taglio o non piuttosto una gabbia? Varrebbe la pena prenderlo questo Uncini (asta 878) soltanto per illudersi di essere fuori dalla gabbia…

Ciclisti, comunisti e cubisti


GIANNI BERTINI

[Pisa 31/07/1922 – Caen (Normandia) 08/07/2010]
Les flèches d’Achille, 1961tecnica mista e collage su tela 110×100 cm, firma e anno in basso a destra, titolo, firma e anno al retro, opera registrata presso l’archivio Gianni Bertini a cura della Galleria Frittelli Arte come da dichiarazione su certificato allegato con foto, entro teca in plexiglass. Bibliografia: .-Bertini, Works 1948-1993, Contemporary Art Museum, L’Agrifoglio Editions, a cura di Luciano Caprile, pagina 109.

Una voce autorevole a Vercelli mi ha sussurrato che questo è il più bel Bertini mai andato all’asta alla Meeting Art (lo sarà nella 878 in scena a luglio). Io, che non sono altrettanto autorevole, dopo aver visto, a sfioro d’occhio, posso affermare che è il più bel Bertini che io abbia mai visto. Conta nulla, tutto è relativo, ma togliendo il superlativo forse potremmo trovare molti d’accordo.

Nel 1961 Picasso ha 80 anni, a marzo ha sposato Jacqueline, con cui conviveva dal ‘54, e nel corso dell’estate si è sistemato con lei in una fattoria a Mougins: Notre-Dame-de-Vie. Nel 1961 la Cina è nel tunnel di una grande carestia, provocata dai processi di collettivizzazione forzata dell’agricoltura, con la contemporanea spinta governativa sulla produzione d’acciaio. C’è, però, chi ci si ribella: nell’animo cinese cova un grande pazienza, ma ogni tanto c’è chi dice no, come in piazza Tienanmen o, oggi, a Hong Kong. Il Giro d’Italia del 1961 lo vince Arnaldo Pambianco. Conquista la maglia rosa nella 14esima delle 21 tappe della corsa. Resiste a Gaul e Anquetil (avevo le biglie da spiaggia con le loro facciotte) nella penultima tappa, la Trento – Bormio con la salita dello Stelvio (dove un corridore della San Pellegrino di centroclassifica viene palpeggiato e spinto da un tifoso).

Su questa texture di fatti e personaggi del suo tempo (strappati dalle pagine di splendidi rotocalchi come fu Epoca, di cui sento una potente nostalgia chiedendomi dove sarà il fondo del giornalismo contemporaneo) Bertini scaglia la propria potenza pittorica che si è, da poco, arricchita nell’incontro a New York con Franz Kline. Bertini è orgogliosamente pittore e dalla pittura fa dominare tutto l’impianto iconografico che assorbe dai media. Bertini non si arrende all’idea del concetto predominante: la sua è pittura concettuale in cui, però, il concettuale può essere al massimo l’attributo del Soggetto Pittura. Detto tutto questo, Bertini è un grande (per me) e l’opera ospitata in questo post lo dimostra (per me).

Nudo e fantasma

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ANSELMO BUCCI [Fossombrone (PS) 29/11/1887 – Monza (MI) 15/11/1965]
Il riposo della bibliotecaria, 1932 olio su tavola 70×60 cm, firma e anno in basso a destra, titolo, firma, anno, etichette Montrasio Arte ed etichetta Collezione Fossati al retro.
base d’asta: 5.000 €
stima: 9.000/10.000 €

La donna che legge è un soggetto classico della pittura figurativa ante-tutto il resto che è venuto dopo. Il nudo è un soggetto ancor più iconico della pittura. Ma una bibliotecaria nuda è un incrocio che non ricordo d’aver mai visto in pittura o scultura, prima di questo quadro di Anselmo Bucci che va all’asta nella 878 di Meeting Art. Anselmo Bucci era un artista con gli attributi dell’artista, dotato di un carattere tosto (è tra i promotori della corrente Novecento: il primo a usare quel nome, il primo a chiamarsi fuori dopo averlo trovato). “Se l’uomo è un verme _ scrive_ io sono un verme solitario“.

Il quadro di Bucci inquieta: solletica il desiderio del femminino (tipico di un maschio che guarda un ritratto di donna fatto da un altro maschio), ma prima che ‘emozione prevalga, ne arriva un’altra, a fendente, dalla parte destra del dipinto.

Lei chi è? O cos’è?

Una presenza, uno spiritello dalle forme femminili: come se la bibliotecaria si fosse, causa sua, ritrovata nuda, senza saperlo o immaginando di esserlo, vestita solo di quella collana di corallo, rosso passione. Assorta in pensieri che nessun libro attorno può dominare. A quel punto è lo spiritello a sussurrare nuovi pensieri. Forse torbidi, forse solamente ribelli. Si è nudi anche da vestiti, se d’un tratto non è alla forma conforme che facciamo più caso.