Grey Hole

Il fuoco e il ferro: l’arte del secondo dopoguerra sdogana la materia, ne libera la forza ispiratrice per chi la sapeva cercare. Yves Klein ad esempio: ed è un bell’esempio in tema di fiamme che diventano colore. Ma anche Burri con i sacchi non era da meno. E, in quanto, a darci dentro non si chiamava di certo fuori, in quegli anni, il farmacista piemontese Pinot Gallizio. Energia, materia prima e materia lavorata: il fuoco, i chiodi e l’acciaio del Gruppo Zero di Dusseldorf. Accanto ai tre moschettieri , Piene-Mack-Uecker, si muoveva il franco tedesco Aubertin. E lui sulle combustioni non si è certo lesinato, anche se, a mio modesto parere, dove mi intrippa di più è quando crea stelle d’alluminio coronate da fiammmiferi bruciati. Anni Settanta, anni in cui gli analitici come Cacciola recuperano le pitture industriali e i cementi (ma già Crippa con sugheri e amiantiti aveva detto la sua). In asta a Vercelli il 23 luglio c’è uno dei suoi Grey Hole…io un viaggio dentro lo farei…

50
BERNARD AUBERTIN [Fontenay aux Roses 1934 – Reutlingen 31/08/2015]
Dessin de feu, 1974 fiammiferi e combustioni su lastra di alluminio 90×90 cm, firma e anno su etichetta della Galleria Centro (BS) al retro, opera registrata presso l’Archivio Opere Bernard Aubertin (BS) come da dichiarazione su documentazione fotografica allegata.
base d’asta: 3.000 € stima: 6.000/7.000 €

Non credere all’angelo

41

VETTOR PISANI [Bari 14/06/1934 – 22/08/2011]
Mistico pensante scultura in resina dipinta 20×14,5×18 cm, esemplare unico, firma, dedica dell’artista ad personam ed etichetta di Officine Delle Arti sotto la base.

senza riserva
stima: 1.000/2.000 €

Aveva dedicato la sua vita d’artista a Duchamp, Klein, e Beuys. E lui ad aggiungersi per formare un “4” di alto valore numerico, nel senso ermetico e esoterico. Vettor Pisani (forse improvvida reincarnazione dell’ammiraglio veneziano dal suo stesso nome e cognome) liberava le icone dalla schiavitù del trash e del già visto e evocava in esse la potenza magica e estetica di altri percorsi mentali. Per questo angioletto. da comodino di bambino buono, sono bastate, ad esempio, poche pennellate di colori perversi e iniziatici. Usate per definire non a caso le ali, ma anche le pubenda: quasi a voler ricordare che siamo gloriosamente porci, ma con le ali.

Il mistico alato ci guarda, sorpreso, della nostra sorpresa. O forse, meditabondo, ci sta solo prendendo per i fondelli.

Caos (o emozioni?)

94

MASSIMO SANSAVINI [Forlì 08/07/1961]
Caos, 1998polimaterico (smalti su legno intarsiato) 50x50x5,5 cm, firma, titolo, anno e timbro dell’artista al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto, opera priva di cornice. senza riserva
stima: 1.000/2.000 €

“Sono nato nel 1961 in Romagna, dove tuttora vivo e lavoro ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Ravenna e poi mi sono specializzato in restauro ligneo e nell’uso delle applicazioni di prodotti industriali nell’arte contemporanea. Ho collaborato con gallerie, network d’arte e case di moda, ho realizzato scenografie per programmi televisivi, ho realizzato opere pubbliche monumentali”: scrive di sè Massimo Sansavini, un post-futurista, dadaista, surrealista, alchimista e ciò che volete voi. Creazioni, sculture monumentali, Biennale a Venezia.

21 anni fa nasce quest’opera (in asta il 10 luglio nella 2679 di Meeting Art). 21 anni fa, di sera, guardavo Telemarket. Ricordate? La prima, ossessiva, estraniante televendita d’arte in tv. Da almeno 3-4 anni lo facevo. Mi distraeva, mi titillava il gusto dell’acquisto compulsivo. Il referenziato e ancestrale Boni, il mitico e colto papà Montini, l’irruente e istrionico Orlando, il giovane e empatico Paci. Passavo la sera a discutere con mia moglie se prima o poi non avremmo dovuto comprare una cornice con qualcosa dentro. Lo abbiamo fatto, tante (forse troppe volte). Molti errori, alcune gratificazioni, rimpianti. Ma non di incassi postumi. No. Io rimpiango Massimo Sansavini.

I miei figli allora erano piccoli e la loro stanzetta una buona occasione per non appenderci il solito poster Disney, ma un’opera d’arte. Un Sansavini, perchè no… Legnetti colorati, forme intriganti, un messaggio in viaggio tra le generazioni, inquietudini leggere, codici sottili e non alienanti da decifrare. Occhi di bimbo e d’adulto che non faticavano a leggere qualcosa nel quadro. Nessun Sansavini,però, è stato mai appeso in casa mia. Ricordo solo una piacevole telefonata con il maestro che, allora, mi invitava a visitare il suo studio. Non se ne fece nulla. La vita, gli impegni, le ansie e le pigrizie. Non andammo da Sansavini. Restano solo i colori e le forme che, ogni tanto, rivedendole riaccendono quell’emozione lontana di una cosa che si avrebbe voluto avere. E se fosse questa la volta buona?

Romolo Nero

45

REMO BIANCO [Milano 03/06/1922 – Milano 23/02/1988]
Senza titolo, anni ’70 tecnica mista e collage di stoffe su carta povera 100×75 cm, opera non firmata, timbro dell’Associazione Remo Bianco con nr. di archivio e firme della sorella Lyda Bianchi e del Prof. Mario Zugni al retro.
Bibliografia:-“Remo Bianco, catalogo generale”, volume I, a cura di Adriano Altamira, Edizioni Mazzotta, pagina 199 al n° ASS 22.
base d’asta: 1.000 €
stima: 2.000/3.000 €

Dal 05 Luglio al 06 Ottobre il Museo del Novecento di Milano ospita l’importante retrospettiva di uno dei più originali, svalutati, incompresi, deprezzati, preclusi e quindi grandi artisti del Novecento. Si chiamava Remo e di cognome faceva Bianco. Ma se si fosse chiamata Romolo Nero non sarebbe cambiato il suo destino. Quello di un maestro che ha anticipato tante intuizioni che fanno mercato, ma che, per un crudele determinismo di giudizi-sentenza, non ha goduto davvero della fama che avrebbe meritato. La mostra in uno dei musei-icona dell’arte contemporanea, restituisce un bagliore di attenzione postuma. Intanto questo lotto va in asta a Vercelli nella 2679 di Meeting Art (tornate 9-10-12 luglio). A seguire il comunicato della mostra di Milano.

Museo del Novecento-Milano Remo Bianco. Le impronte della memorie Dal 05 Luglio 2019 al 06 Ottobre 2019 piazza Duomo 8. Orari: 9.30-19.30; lunedì 14.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30.

Dal sito del Museo del Novecento:
” Il Museo del Novecento continua l’attività di ricerca sulla Seconda metà del Novecento attraverso la presentazione di alcuni dei suoi protagonisti, con un’attenzione a coloro che hanno lavorato, con felici esiti sperimentali, nel territorio milanese. Remo Bianco. Le impronte della memorie, a cura di Lorella Giudici con la collaborazione della Fondazione Remo Bianco, presenta oltre 80 opere dell’artista, ripercorrendo le fasi della sua ricerca e rappresentandone i percorsi di vita e di lavoro, intrecciati in un flusso di straordinaria energia creativa. Nella Milano del boom economico il giovane Remo Bianco conosce e frequenta il grande pittore Filippo de Pisis e il suo entourage. La sua sarà una vita da “ricercatore solitario”, come si era autodefinito, sempre pronto a sperimentare idee nuove, frutto della sua fervida fantasia. Questa capacità di inventare e seguire percorsi nuovi l’hanno reso un artista molto peculiare per quei tempi, propositore di prospettive nuove, con un approccio divertito e sempre attento ai materiali e alle intuizioni espressive.In mostra sono esposte tutte le tipologie di opere prodotte nell’arco di un quarantennio: dalle prime Impronte, calchi in gesso, cartone pressato o gomma ricavate dai segni lasciati, da un’automobile sull’asfalto, o da tracce di oggetti comuni, giocattoli o attrezzi ai Sacchettini – Testimonianze, realizzati assemblando oggetti di poco valore – monete, conchiglie, piccoli giocattoli, frammenti – in sacchetti di plastica fissati su legno in una disposizione regolare e appesi come un quadro tradizionale. Dalle opere tridimensionali – i 3D – in materiale plastico trasparente o vetro e poi su legno, lamiera e plexiglas colorato, dove l’immagine è la combinazione di figure poste in successione su piani differenti, che ne esaltano la profondità alla serie dei Collages, con un effetto combinatorio di immagini, realizzate con la tecnica del dripping su un unico piano, di tela, carta o stoffa alle opere di “Arte sovrastrutturale” che, con un atto di “appropriazione artistica” di oggetti, cose e persone, esprimono l’esigenza di fissare nella memoria in modo indelebile ricordi e realtà alle Sculture neve, teatrini poetici i cui protagonisti sono oggetti comuni tratti dal mondo dell’infanzia, della natura o della vita quotidiana ricoperti di neve artificiale e disposti in teche trasparenti che trasportano lo spettatore in una dimensione incantata e senza tempo. Sino ai Quadri parlanti, esposti per la prima volta nel 1974, tele in alcuni casi non lavorate in cotone bianco o nero, in altre impressionate con fotografie, sul cui retro sono posizionati degli amplificatori che, all’avvicinarsi dello spettatore, si attivano emettendo suoni o frasi registrate dall’artista. Il più noto è “Scusi signore…” dove Bianco si auto-ritrae con il dito puntato, immagine già utilizzata nel 1965 quando, in occasione di una personale alla Galleria del Naviglio, la foto compariva su tutti i tram milanesi a coinvolgere l’intera comunità. 
L’esposizione al Museo del Novecento ripercorre il ricco e sorprendente percorso di Remo Bianco esplorando proprio il tema della memoria, attraverso le sue opere e tramite una esaustiva documentazione d’archivio: cataloghi, manifesti, articoli e fotografie d’epoca. Il catalogo della mostra, edito da Silvana, è corredato dai testi di Lorella Giudici ed Elisa Camesasca, dagli apparati a cura di Gabriella Passerini e Alberto Vincenzoni e riporta un’interessante intervista a Marina Abramović del 2012, riguardo al lavoro di Remo Bianco, conosciuto nel 1977. “

Pop a basso contenuto calorico (o no?)

107

ENRICO MANERA [Asmara (Etiopia) 04/04/1947]
Zero, 2002
tecnica mista su cartone 100×70 cm, firma e anno in basso al centro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto.
senza riserva
stima: 1.100/1.400 €

Enrico Manera è un ostinato, un poeta che non si preoccupa delle etichette, forse un narcisista (che non si vergogna di apparire tale in un mondo inquinato dal narcisismo occulto ). Manera ha frequentato Schifano (ha navigato tra i suoi vizi e le sue virtù artistiche), ha visto da vicino la de-composizione di una Scuola Romana che non è mai esistita. C’era Roma ma non una Scuola pop. Ognuno per sè, facendo credere di essere altro, di essere magari corrente, maledetta, ma pur sempre corrente: come Tano Festa che rendeva psichedelici gli austeri nudi di Michelangelo e qualcuno a dirgli che così stava sfidando il Pop americano con lo strumento dell’arte eterna italiana. Ma Festa con i coriandoli e Schifano con i televisori, per come la vedo io (poca cosa, è chiaro…), erano geniacci che, prima che sfidare gli americani, dovevano dipingere per vivere e stravivere (finanziando le loro cadute dal paradiso).

Manera non demorde. Quell’aria sana e malsana respirata negli studi-casa-casotto di Schifano e Festa se la sente ancora dentro. Un fluido, un’ispirazione, una linea di pensiero coerente. Perchè l’arte chiede coerenza, follia, certo, ma coerente. E Manera dipinge così questa Coca Cola, che fu icona di tante opere schifanesche (si dice così….?). Una Coca zero, però, a basso contenuto calorico. Ma l’inghippo è nel concetto. Una Coca zero, è una Ferrari con il fine corsa dell’acceleratore tarato sui 100 all’ora, è una Mongolfiera legata al prato che non potrà mai alzarsi oltre il campanile della parrocchia, è un sorriso che non diventa risata. E allora, attorno alla lattina, Manera lascia che il segno e il colore diano zucchero e calorie al concetto. E’ così? Un dubbio pero ce l’ho. Riguarda l’anno del quadro di questo lotto che va in asta domenica a Vercelli (la 2576 di Meeting Art). La Coca Zero è stata lanciata in Italia nel 2007. Negli Usa nel 2005. Il dipinto è del 2002….Ti prego Enrico dimmi che avevi previsto che anche la mitica Coca si sarebbe arresa ad un mondo senza più dolcezza…

Ma chi sono io?

PITTORE DEL XX SECOLO
Super Io, 1988
tecnica mista su carta 37×45,5 cm, reca la firma Mariani e l’anno sulla destra.

Nell’asta di mercoledì 26 giugno (2675) con 35 gradi all’ombra, refrigerati dai condizionatori della Meeting art, avulsi alla logica che d’estate vuole tutti in piscina o al mare o altrove, ci si potrebbe confrontare con questo altrove. Un pittore con un nome, ma senza nome. Mariani, la firma. Un cognome abbastanza diffuso in arte e non solo (un mio compagno di scuola delle elementari si chiamava Mariani, il nome non lo ricordo). Una identità che non identifica. Nel mondo dell’arte contemporanea la regola è nota: puoi dipingere come Picasso, ma non essendo Picasso vali come questo Mariani. Al momento il lotto, infatti, non ha offerte. E mi inquieta.

L’inquietudine non deriva dal fatto che nessuno investi 50 euro (accadrà…), ma che un quadro di un io senza io si ponga il problema dell’io. Il personaggio dell’opera attorniato da sembianze del proprio inconscio si specchia, infatti, sul concetto del proprio esistere altrove di freudiana memoria, l’ES. Il luogo dei desideri, delle ambizioni, dei progetti che vorresti realizzare, degli orgasmi esistenziali da cui ti senti ancestralmente attratto. Tracce future che forse non troverai, come non le troverà l’uomo invecchiato di quest’opera, in giacca e cravatta (forse e, forse, con la camicia dal collo slacciato). Seduto su una spiaggia dei propri ricordi a chiedersi dove sono finiti i suoi sogni anche quelli sporchi. Chi sei Mariani; chi sono, io?

Codice Merz

54

MARIO MERZ [Milano 1925 – 09/11/2003]
Onda d’urto, 1987
china su carta 41,9×14,8 cm, firma, titolo, anno e località (Museo di Capodimonte) al retro, opera registrata presso l’Archivio Merz (TO) al n° 2153/1987/CT come da dichiarazione su foto.
Bibliografia:-“Mario Merz, Onda d’urto, Un’opera di Mario Merz al Museo di Capodimonte”, a cura di Bruno Corà, Edizioni Electa (NA), 16 aprile – 31 agosto 1987, pagina 18.
base d’asta: 5.000 €
stima: 9.000/10.000 €

Sabato 29 giugno, asta 2676 Meeting Art. Un codice poverista: l’uomo vitruviano di Mario Merz, dove al posto dell’uomo che si pone umanisticamente al centro del Cosmo, c’è il cosmo e il mistero dei numeri, la sequenza di Fibonacci. L’installazione fu realizzata a fine degli anni Ottanta per il museo di Capodimonte. Sotto yb intreccio di fili compaiono pile di quotidiani sovrastati da neon che tracciano mitica, esoterica, estetica, estaniante, estatica sequenza.

Uno storico Savelli


E poi, di colpo, il 29 giugno, la Meeting Art decide che si deve fare un’asta di contemporanea (2674). Ci saranno 36 gradi quel giorno o forse nevicherà (il clima non è più una cosa seria, per colpa nostra). E in quell’asta molto estiva ecco questa china. Io alle chine e a certe acqueforti credo molto. E ci credo di più quando guardo alla parete il mio Albers del 1934. Una incisione che il buon Josef espose alla galleria del Milione di Milano un anno prima di scappare in Usa dal nazismo. Non ci cambio casa con quell’incisione, ma, per quel che vale la Storia (peraltro in via di abrogazione), il suo valore è molto più consistente di un quadro con cui probabilmente ci cambierei casa. Ed ecco la china dell’asta di giugno, questa.

ANGELO SAVELLI
[Pizzo Calabro (CZ) 1911 – Boldeniga di Dello(BS) 1995]
Senza titolo, 1948 china su cartoncino 27×19 cm, firma in basso a sinistra, anno e località (Parigi) in basso al centro.

Occhio a data e luogo. Parigi 1948. In quell’anno e in quel luogo Angelo Savelli vira dal figurativo dominato dal bianco all’astrazione che sarà dominata dal bianco. Non più figure, ma forme. Come questa. Una china che fa la storia di un artista, grande. E un brivido caldo di piacere collezionistico mi cala dalla schiena.

Di figura il ritorno?

L’asta 864 di Meeting Art manda in ferie la tensione verso grandi acquisti d’arte, sopisce il desiderio di poterli fare, distrae dalla voglia di mirar belle cose alle pareti. Fuori di casa, i quadri sono il cielo o il mare o il lago o le montagne o anche solo un albero davanti agli occhi da seduto che sei su una panca di vecchio granito, riposando dai pensieri.

Eppure l’asta 864 regala una sensazione: che la figura dipinta, che poi non è mai figura dipinta, ma pensiero di figura come una forma geometrica può essere in realtà pensiero di pensiero di figura dipinta, non sia mai uscita di moda. Prova ne è il buongustaio che con 120mila euro si è portato a casa questa signora insieme alle altre sue amiche , etruscheggianti come solo Campigli sapeva raccontarle.

O forse, adesso che lo scrivo, il problema è un altro: la pittura non muore, si trasforma senza trasformarsi. I desideri e le mode lo fanno.

Ecco il fotogramma del Campigli aggiudicato (record a Vercelli per l’artista)

Scanavino zen

Quinta Sessione: Sabato 15 Giugno 2019 ore 14:30

Lotto 406 EMILIO SCANAVINO [Genova 28/02/1922 – Milano 29/11/1986]

Quinta Sessione: Sabato 15 Giugno 2019 ore 14:30 – Lotti dal 401 al 500 Lotto 406 EMILIO SCANAVINO [Genova 28/02/1922 – Milano 29/11/1986] Senza titolo, 1961 -tecnica mista su carta 51×37,5 cm, firma e anno in basso a destra, dichiarazione d’autenticità a cura di Giorgina Graglia Scanavino su foto, certificato d’autenticità della Galleria d’Arte Vasco (Alassio-SV) allegato.

Non ha avuto una vita facile Scanavino. Nessuno, in realtà ce l’ha. Ma se ci si mette in mezzo la sofferenza fisica tutto si complica. Scanavino, con i suoi grovigli di inchiostro e sangue, raccontava il calvario quotidiano, le stimmate esistenziali, l’anima lacerata. Poche le pause, come questa raffigurata nel lotto. Un respiro color pelle, un contorno di volto trasfigurato dal di dentro. Non è lo Scanavino da record d’asta, ma non è quello a cui veramente aspirava il poeta del segno-sofferenza.




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