Acquafortissima

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Se fosse per me un’acquaforte, come quella che sarà proposta domenica 24 marzo nell’asta antiquaria di Meeting Art, dovrebbe valere tre volte un agglomerato di materiali vari, pezzo unico o un rigonfiamento di tela ripetuto n-volte sempre allo stesso modo. E cerco di giustificare per temi questa folle convinzione.

L’autore. Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto (Genova 1609-Mantova 1665: in alto nella copertina del post un suo celeberrimo autoritratto inciso alla Rembrandt di cui era parallelo sperimentatore) è, probabilmente il più grande incisore del Seicento attivo in Italia. Non produsse molto: 63 acqueforti, ma la sua grandezza è nella scelta di produrre opere incise che non fossero più mera riproposizione di opere su tela, ma che avessero, piuttosto, una loro forte identità ispirativa e creativa. Il  Grechetto.in questa sua ricerca di unicità dell’incidere con il bulino, inventò, pare, la tecnica del monotipo (opera realizzata su lastra e riportata su carta, una sola volta). Si confrontò con il Van Dyck che conobbe a Genova.

I  ritratti. I volti del Grechetto sono icone  prodotte dalla  fantasia in cui si mischiano gli studi biblici a quelli filosofici.  Nella testa di vecchio che va in asta a Vercelli si noti come le rughe del volto rendano ancor più arcigna la posa di questo personaggio immaginario. Dall’anima contorta dell’uomo emergono pulsioni nervose e nevrotiche che deformano il volto sotto forma di pieghe che il tempo, correndo, ha inciso impietoso sulla pelle di questo misterioso califfo. Gli occhi a fessura, il naso che sembra voler afferrare di rabbia la folta peluria di baffi e barba da tempo. troppo,non più curata.  Tutto questo in 12 centimetri per otto scarsi! Acquafortissima che merita il gusto del possesso.

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6 GIOVANNI BENEDETTO CASTIGLIONE [Genova 1610 – Mantova 1665] Testa di vecchio volto a sinistra (1645-1650 ca) Incisione all’acquaforte su carta, 11,8×8,9 cm, firma su lastra con monogramma “GB” sovrapposte e “CASTIGLIONE GENOVESE” in alto a sinistra; in cornice. Opera corredata da scheda del prof. G.Grasso di Genova. senza riserva

Iperbolico pensare

FrancoGrignani
A 25 anni Franco Grignani, nel 1934 (era nato a Pieve Porto Morone in provincia di Pavia nel 1908), viene invitato a festeggiare i 25 anni della nascita del Futurismo, convocato per la mostra-evento a Milano con tutti i giovani futuristi più promettenti. Ma lui non diverrà mai pur glorioso epigono di quel movimento,  Grignani però colse l’attimo del genio che muove le forme e non teme l’iperbolico pensare. Grignani, il creativo. L’artista progettuale. Il progettista che è per forza artista. Se c’è un Bauhaus e c’è razionalismo nell’arte italiana lo si deve a gente come lui (e come lui Bruno Munari).

L’asta 2640 di Meeting Art, di martedì 26 marzo, regala tra i lotti di grafica varia una vera autentica chicca Grignanesca. Multiplo, certo , ma edito da un colosso del raziocinio nell’arte e con la curatela di una signora assoluta della critica d’arte quale Elena Ponntiggia. Le edizioni serigrafiche di Arte Struktura sono da sempre ritenute un documento da palati fini del collezionismo (quello che esula dal parametro economico sempre e comunque), al punto che furono anche al centro di una mostra nel 2005 a Ghiffa. Il consiglio per l’acquisto è quasi prescritto dal medico. La cartella è, infatti, integra ( non è cosa da poco), mentre le singole serigrafie viaggiano, altrove, serene sul mercato. Non si diventa ricchi avendo questo lotto, si è più poveri lasciandolo.

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25 FRANCO GRIGNANI [Pieve Porto Morone (PV) 04/02/1908 – Milano 1999]
Diagonali iperboliche,1988 cartella contenente 5 serigrafie su carta 49,5×49,5 cm, esemplare 62/100, firmate al retro, a cura di Elena Pontiggia, Edizione Arte Struktura (MI), entro custodia originale. senza riserva. stima: 1.000/2.000 €

Ghelli, l’impalpabile esistere

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13 GIULIANO GHELLI [Firenze 1944 – 15/02/2014] Aprire la porta della fantasia olio su tela 50×70 cm, firma in basso a destra, firma e titolo al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto, certificato di autenticità di Telemarket (Roncadelle-BS) allegato. senza riserva stima: 1.000/2.000
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Nell’asta 861 che verrà a Vercelli, nella prima tornata del 25 aprile, giorno di liberazioni, liberate i pensieri. Ghelli. Surreale e onirico, pop e metafisico. Costa nulla, ma il nulla, filtrato dalla luce che arriva dalla finestra, fa scoprire cose leggere e vitali.

 

Chi era

Giuliano Ghelli, nato a Firenze nel 1944, era un artista praticamente incantato dal simbolo, dalla memoria, e dal colore, quanto dalla campagna toscana in cui, per scelta e per sorte, ha vissuto tutta la vita.Autodidatta, a diciassette anni Ghelli cominciò a frequentare la galleria Numero di Fiamma Vigo. Il giro di artisti e intellettuali che conobbe influenzarono molto il suo approccio alla pittura. Dieci anni dopo, un contratto con il gallerista Marcello Secci permise l’artista di dipingere a tempo pieno.Nel 1974, Ghelli pubblicò il piccolo volume Il Portapaesaggi con testi di Lara-Vinca Masini, nota storica dell’arte contemporanea. Delle opere che espose a Parigi lo stesso anno, Aldo Passoni, direttore della Galleria d’Arte Moderna di Torino, lodò “la segnaletica pop, il tratto volutamente ruvido, goffo, la dimensione narrativa”. Ghelli cominciò ad essere apprezzato nel nord Europa, e nel ’75, dopo aver partecipato con tre opere alla X Quadriennale d’arte nazionale di Roma, ebbe la prima di tre mostre personali a New York. Nello stesso anno fu segnalato dal critico Tommaso Paloscia nel Catalogo Nazionale Bolaffi d’Arte Moderna come uno dei migliori artisti italiani. Negli anni ’80 una progressiva invalidità della moglie Annamaria costrinse Ghelli a lavorare ed esibire a regime attenuato, dividendo suo tempo tra il suo studio e cura della coniuge. Nel 1989 fu nominato dalla Lara-Vinca Masini nel secondo volume di Arte Contemporanea: La linea dell’Unicità, nel capitolo sulla Pop Art in Europa.  Sempre negli anni ’80 una stretta amicizia con il collezionista Giulio Baruffaldi e il fotografo d’arte Stefano Giraldi fu fonte di nuovi contatti nel mondo della cultura e dell’industria.Nel 1990 Ghelli conobbe lo storico leonardesco Carlo Pedretti e si affascinò dei testi e i disegni di Leonardo da Vinci, protagonista in un ciclo di opere del periodo esposti in una personale al Castello Sforzesco di Milano nel 1992, poi a Malmö, Svezia nel 1993. Nel 1995 Ghelli completò la sua prima commissione importante, sempre su temi meccanici: venti tele di grande formato per l’allora nuova sede di Mercedes-Benz Italia a Roma.Negli anni 2000 Ghelli esegui numerose commissioni di rilievo fa le quali la grafica per l’azienda della raccolta dei rifiuti Quadrifoglio, un murale su lamina di ceramica per l’asilo nido comunale “Mare delle Meraviglie” di Castellarano (RE), una serie di manichini dipinti per la Camera Nazionale della Moda (Premio Milano per la Moda 2002, 2003 e 2004), un’esemplare unico della nuova Fiat 500 presentato nel 2008 a Tokyo e nel 2009 l’incarico dal Comune di Siena di dipingere il drappellone del Palio dell’Assunta.Nel 2003 Ghelli iniziò a creare il suo Esercito di Terracotta. Composto di oltre cento busti femminili di varie dimensioni, descritti dall’arista come “un esercito di pace”, dettero spunto ad edizioni in vari materiali e finiture, ampiamente esposte negli anni successivi.Nel 2013 una mostra personale al Palazzo Panciatichi a Firenze, celebrando 50 anni di piena attività, rallegrò l’intero edificio storico per alcuni mesi. Lo stesso anno Ghelli fu riconosciuto con il Gonfalone d’Argento dal Consiglio Regionale della Toscana e col Onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano. (dal sito dell’Archivio Ghelli)

Tan Credi?

Invenduto nell’asta 859. Anzi no. Aggiudicato. 90 mila euro erano tanti. Ma questo Tancredi ne vale 900mila. Non datemi retta, io non sono un critico. Non sono un mercante. Non sono un esperto del mercato dell’arte. Sono un nessuno che guarda un Tancredi sul confine tra espressionismo astratto all’italiana e espressionismo lirico decisamente italiano. Un Tancredi nella terra di nessuno che lo rende artista gigantesco. Lui nel mezzo della corrente. Su una sponda del fiume guarda a Pollock, De Koonig. Sull’altro scorge Licini, Fontana, i Cobra. Questo quadro è lì a spiegare il momento Il fiume, la corrente. Il Tevere. Dove muore annegato, suicida. Un gigante. Da qui l’assunto. La mia convinzione.

Pendolare, sei un capolavoro

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568 GIUSEPPE ZIGAINA [Cervignano Del Friuli (UD) 02/04/1924 – Palmanova (UD) 16/04/2015]
In treno, 1953 tempera e pastelli su carta 54×69 cm, firma e anno in basso a sinistra, etichetta del circolo Rinascita di Valenza dove l’opera è stata esposta nella mostra “Neo-Realismo 1948-1958” tenutasi nel 1979 ed etichetta della Galleria La Colonna (MI) al retro. Base d’asta: 2.000 €
stima: 4.000/5.000 €

 

Questo lotto va in asta domenica 17 marzo nell’ultima sessione dell’asta 857 (da domani restate connessi perchè cercherò di vaticinare il futuro…). L’incanto di questo quadro è domenica. Domani è lunedì.
Ci si alza alle 6. Caffè misto sonno, misto problemi vari, misto voglia di lavorare scappami addosso. Voglia di scappare, ma la vita ha catene forti. Fuori piove (e se non piove tira vento che sputa polvere). Luci della notte, d’inverno, alba malinconica se è primavera, sole quasi caldo che ti fa chiedere perchè vai sul treno, se è estate.

Il treno non arriva, soppresso. Quello dopo ha i finestrini che non si aprono di luglio, con 37 gradi fuori e 45 dentro.  Gli stessi finestrini restano aperti se è dicembre e fa anche un po’ Siberia. Facce stanche, occhi tristi, spesso chiusi. Si guarda altrove: Piero della Francesca,se facesse il pendolare, non smetterebbe di dipingere mai.

Giuseppe Zigaina, splendido Rossellini della tavolozza, ci lascia quest’opera in asta. Si viaggia sul treno. La stazione sceglila tu.

 

Metti un Gost nel motore

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502 GIORGIO GOST [Salsomaggiore (PR) 06/04/1962] Stop The Time!, 2017 barattolo anni ’70 di olio motore con resina su tela visibile anche al retro 22x12x10 cm, entro teca in plexiglass 24×13,5×13 cm, firma, anno e tecnica al retro, dichiarazione d’autenticità e timbro a secco dell’artista su foto. senza riserva stima: 1.000/2.000 €

Non so se sia un grande artista, un artista medio. O un grande senza essere artista (cosa che vorrei essere anch’io, peraltro). Però  Giorgio Gost, il cui nome pur privato della h ha qualcosa di fantasmatico, m’intriga. Capperi se lo fa. E’ un accumulatore seriale, un fanatico delle capsule del tempo, un cercatore di quello che gli altri non cercano, uno convinto (ma dai) che gli oggetti sopravvivano ai ricordi e che, una volta estinti questi ultimi, ci si chiederà  cosa mai servissero quelle cose (sperando che non si arrivi a un punto in cui qualcuno forando la latta di questo lotto in asta domenica 17 marzo alla Meeting Art, provi a bere cosa c’è dentro, confondendola con una fantacola).

Bravo Gost perchè il suo lavoro di archeologo della modernità ha un senso compiuto definito, chiaro, lucido, liquido. Si capisce il senso, mentre, ad esempio, di tante cose d’arte il senso mi sfugge o non l’ho mai davvero preso. La dico meglio: mi diverte di più mettermi sulla scrivania questa lattina che tante contorsioni idraulico-concettuali dove l’artista si prende e ci prende per il culo a furia di rifare la stessa cosa che gli era venuta, la prima volta, come un inarrivabile , per gli altri, colpo di genio. Convinti di fare filosofia assoluta partorendo forme-pensiero, tanti grandi nomi hanno perso il senso del gioco. E dell’arte.

L’arte è un gioco: lo urlava, invano, Bruno Munari (anche più grande di Picasso se  il Pablo si fosse anche lui preso troppo sul serio). Lo ripetevano i Dadaisti, i Situazionisti, le anime più belle e pure del Fluxus. Gost c’è dentro fino al collo. E come un bambino, credo, si diverta a fissare per l’eternità le piccole e grandi cazzate che trova in solaio, in cantina, girando per i mercatini la domenica pomeriggio. Ed ecco spuntare così,  sotto un tavolo d’officina, tra stracci intrisi di morcia (intesa come liquidi untuosi raffermi) questa lattina. Che odora, ne sono certo, di scatarrate con i cinquantini, di sfrizionate con la Fiat127 del papà, di avventure su strade che non ci sono più. Strade senza posteggi strapieni, senza buche, dirette verso un dove che aveva ancora un senso. Eh, caro Gost, non mi stai più divertendo. Mi stai facendo venire il  magone della nostalgia.

Chiari di Luna

 

 

 

L’ARTE E’FINITA SMETTIAMO TUTTI INSIEME

John Cage è Fluxus, Giuseppe Chiari no (diceva anche di no). Ma su un punto erano d’accordo: bisognava liberare le cose dal loro significato, gli strumenti dal suono che producevano in funzione soltanto di uno spartito prefissato o dalla dignità precostituita della loro funzione. Persino il silenzio poteva, così, diventare musica invertendo l’ordine dei fattori concettuali. In Chiari è anche il segno grafico o il segno colore a diventare espressione sonora,  pentagramma della poesia visiva. La preminenza del segno grafico nelle sue partiture come espediente per definire la logica processuale e non deterministica della sua musica,  colpisce John Cage che incluse Chiari nella monumentale antologia Notations pubblicata nel 1969 a New York dalla Something Else Press (Gabriele Bonomo, 2016). Insomma, fottendocene bellamente di cosa chiede il mercato, sarebbe ora di far suonare le nostre piccole collezioni, svincolando i nostri possessi d’arte dalla funzione per cui ce li hanno fatti prendere o condizionati dalla convinzione che ce li hanno fatti prendere per quello (galleristi, mogli, esperti di finanza, consulenti vari). E allora questo lotto di domenica 17 marzo a offerta libera, suonerebbe molto bene. E’ un vinile da far vibrare con una puntina di diamante di quelle buone (niente loghi, fate voi). C’è pure il titolo di cosa si suona, vedendolo. Rimpiangendo Chiari, urlando a bocca chiusa (gli sarebbe piaciuto) il nome di Cage.

 

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GIUSEPPE CHIARI [Firenze 26/09/1926 – Firenze 10/05/2007]
Senza titolo, (anni ’80)
tecnica mista e collage su cartoncino 70×50 cm, firma al centro sulla destra, dichiarazione di autenticità dell’artista su foto, certificato di autenticità di ArteTivù, Marcon (VE).
Bibliografia:-“Giuseppe Chiari, Musica Madre”, a cura di Bonomo, Cerritelli, De Simone, Trini e Verzotti, Giampaolo Prearo Editore, pagina 216, n.a.2530.
senza riserva
stima: 1.000/2.000 €

Un lotto magnetico

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…come il ritratto (ma che ritratto)di Irma Gramatica, realizzato a pastello (ma che pastello) dal toscano Giorgio Kienerk agli inizi del Novecento in piena tempesta simbolista-dannunziana. Nessun Istagram vale questo volto d’attrice immensa, misteriosa, brava, seduttiva. L’opera è altamente magnetica, attrae lo sguardo e i pensieri di chi la osserva.

Come, credo, questo lavoro che va in asta domenica 10 marzo alla Meeting Art. Giustamente a Vercelli hanno deciso di mettere il lotto tra quelli di natura figurativa. Hanno fatto bene, se l’hanno fatto consapevolmente (e se non l’hanno fatto è stata una felice intuizione del Caos). L’astrazione è un pensiero e il pensiero può creare forme o figure, dove sta la differenza? A quel punto immergere lo sguardo negli occhi della Irma o nella terracotta policroma di un gigantesco scultore può provocare la stessa attrazione emozionale. In entrambi i casi a realizzare l’oggetto d’arte ci sono Artisti e non saltimbanchi della pittura/scultura.

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388 LUIGI MAINOLFI [Rotondi (AV) 16/02/1948] Senza titolo, 2010 scultura da parete in terracotta policroma applicata su legno 77x75x4 cm, firma e anno al retro, dichiarazione d’autenticità dell’artista su foto, opera priva di cornice. * LOTTO FRAGILE * (vedere note alla pagina di presentazione dell’asta sul catalogo o sul sito) base d’asta: 8.000 € stima: 14.000/16.000 €

Cercando Caravaggio…

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Giuditta e Oloferne, riemerso cinque anni fa da un attico di Tolosa è davvero stato dipinto da Caravaggio? Il Louvre non lo comprerà. Troppi 100 milioni o forse troppi i dubbi e il rischio di finire nel vortice dialettico dell’avrà fatto davvero lui? L’opera andrà in asta a giugno a Tolosa. Farà più di 100 milioni? Io quei soldi non li ho, peraltro anche cento cloni di me stesso messi insieme non li avrebbero comunque per cui non mi pongo l’assillo di pensarci troppo su. Avendoli, comunque, non lo comprerei. Ho dubbi anch’io. Se è un Caravaggio, è come se, volendo girare il remake del suo quadro-horror, abbia scelto attori di seconda fascia senza qualità o senza gran voglia di recitare una parte già interpretata meglio da altri colleghi.

I  collezionisti d’arte , grandi e piccoli, però coltivano, credo,  il sogno di trovare in un attico di Tolosa (o di Tolentino) un Caravaggio dimenticato. E se non fosse Caravaggio, almeno l’opera di un artista trascurato, fino ad allora dal mercato, da far riemergere a colpi di rilanci d’asta. L’arte è più spesso tensione economica che emozionale: scopro l’acqua calda e pure mi vanto. Se ci rifletto e guardo salle piccole cose appese alle pareti devo ammettere che per il 70 per cento pesa la prima tensione e il resto, con la mancia, la seconda. Mi sto, però, un po’ stufando di questo squilibrio nel rapporto su ciò che mi piacerebbe avere. Vorrei vivere la mia passione finalmente libero e in modo assoluto dal parametro del ma poi puoi rivenderlo? Utopia. Ci sto, comunque, provando a disintossicarmi dal parametro artprice, ma non è facile. E costa rinunce sempre meno dolorose.

…e trovando, così,  questo lotto nell’ asta 857 di Meeting Art, sabato 16 marzo. Non potrai rivenderlo per guadagnarci, ma potrai non farlo senza sentirti in colpa con il tuo portafoglio. Come il Franceschini del post precedente…questo ha pure fatto  la Biennale a Venezia e non per forza o spinta di mostre parallele e promozionali. Non hai trovato, insomma, Caravaggio. Ma non vivrai nel dubbi di quanto è davvero bello, autentico e fruttuoso il sogno che hai conquistato a caro prezzo.

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441 EDOARDO FRANCESCHINI [Catania 1928 – Varese 2006] Proposta per un nuovo viaggio, 1964 tecnica mista su carta 100×70 cm, firma ed anno in alto a destra, etichetta della XXXII Biennale di Venezia, Esposizione Internazionale d’Arte, 1964 e seconda etichetta della stessa recante il numero 135 al retro. Bibliografia: -“Edoardo Franceschini, Breve viaggio ‘previsto’ nelle collezioni private dagli anni ’50 alla Biennale del 1964”, a cura di Francesco Sartori, mostra tenutasi presso la Galleria Spazio Rosso Tiziano, Piacenza (19/03 – 31/03/2011). -Catalogo della XXXII Biennale Internazionale d’Arte Venezia (20 giugno – 18 ottobre 1964), Padiglione Centrale, Italia, Sala XX, illustrazione n.8 (a piena pagina). base d’asta: 500 € stima: 1.500/2.000

 

 

 

 

Il fattore Magilla

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Premessa: o siete troppo giovani da non ricordarlo o siete abbastanza stagionati (ottimo il tempo nel vino e negli insaccati o formaggi di qualità come siete di certo voi) da chiedervi che diamine ci fa, qui, Magilla Gorilla in vetrina, con accanto l’ineffabile mr Peebles, il commerciante che, invano, cercava di piazzare il bestione. Un gigante rispetto a canarini, gattini e cagnolini. Per di più primate parlante e ragionante, quindi qualcosa decisamente di fuori scala, straordinario. Unico.  “Magilla Gorilla, compratelo voi…quanto costa quel gorilla? Ben poco sai se Magilla Gorilla comprerai….”. Era la sigletta del cartoon Hanna&Barbera che ho trascritto a memoria (non ricordo tre quartine di fila della Divina, ma la canzoncina la ricordo…e ne sono orgoglioso). E adesso proseguo sul filo instabile di questo ragionamento.

Dunque Magilla, un gigante, che costa poco. Anzi, BEN poco. Più di poco, quindi. Il rapporto tra l’oggetto e il costo appare, insomma, sproporzionato. Sorprendente al punto di essere oscurato da altre cose e altri costi. Valori relativi di fronte a valori assoluti: è il bello e il brutto del mercato dell’arte dove i canarini costano più dei gorilla. E l’occhio mi è caduto, così, all’asta 857 di Meeting Art su questo lotto che si farà “incantare” sabato 9 marzo

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295 EDOARDO FRANCESCHINI [Catania 1928 – Varese 2006] Senza titolo, 1958 olio e tecnica mista su tela 90×70 cm, firma e anno al retro.
Basse d’asta: 500 euro. Ultimo rilancio: 600 euro. 1958. Edoardo Franceschini (di lì a poco questo geniale creativo-pittore-scenografo andrà alla Biennale e da lì in giro per il Mondo, sprito libero e liberato dai condizionamenti di mercanti e galleristi).

1958. In quegli stessi anni Dova, Baj, D’Angelo e quel geniaccio di Tancredi si stanno interrogando sull’anima della forma pittura. così come su lidi propri, stanno facendo Osvaldo Licini e Gastone Novelli. Fontana, intanto, ci ha dato un taglio…c’è un oltre su cui ragionare.

1958. Anni splendidi per l’arte italiana. Territorio abitato da Giganti. Franceschini, lo dico da curioso dilettante d’arte, non è lontano da loro. Quanto costa questo Gigante? Ben poco, sai…