Nostalgia ciclista

La signora Nedelia aveva una galleria d’arte che si affacciava su un vicolo di Voghera. Mi pareva, persino, esagerata la cosa. Voghera, per come la conosco, non avrebbe capito la cosa: quadri… in un vicolo. A Voghera. La galleria ha chiuso, nel 2008 perchè la signora Nedelia se ne è andata. Volata via per colpa di un cuore ballerino. E io, in quel giorno di Ferragosto, ho pianto.

La signora Nedelia mi raccontava come nei primissimi anni Novanta comparvero in Galleria, come i Poeti Estinti dell’attimo Fuggente, due artisti accompagnati dal loro mentore. Fu una scossa per la galleria, impostata sulle opere di Spilimbergo, Del Bon, Semeghini, Lilloni. I buoni, bravi pittori Chiaristi per i buoni, bravi salotti medio borghesi della città. I due artisti erano Velasco Vitali e Giovanni Frangi. Classe 60, il primo (gloriosa classe…) e classe 59 il secondo. Ad accompagnare questi due baldi trentenni, in carriera d’arte, Giovanni Testori che se ne sarebbe andato da questa confusa Terra di lì a poco (nel 1993). Testori scrittore, saggista, critico d’arte: da talent scout di classe aveva scorto in Frangi e Velasco (forse soprattutto in lui) gli stigmi del genio creativo.

Velasco. Tavolozza potente, figurazione esistenziale. Pittura senza se e senza ma. Figlio d’arte e suo padre Giancarlo orgoglioso, immagino, di tanta arte. Pittore senza un tempo definito, moderno perchè quando si è bravi si è sempre contemporanei anche se estinti (e lui è ancora tra noi). Poi, spunta per lui un libro di Testori, il maestro, da raccontare per immagini. Il libro è Il dio di Roserio, il suo romanzo d’esordio del 1954 . La storia di ciclisti in gara con l’esistenza in un mondo che ha ancora nel cuore una guerra mondiale. Scrittura fatta di parole pennellate con forza espressiva. Il racconto di un un mondo perduto, estinto. O forse no, se si guarda al dipinto di Velasco che pedala nell’asta 906 di Meeting Art domenica 23 gennaio.

160
VELASCO [Bellano (LC) 25/08/1960]
Il dio di Roserio, 1993
olio su tela 120×60 cm, firma in basso a destra.

Tappezzarte

Nel 1962, grazie ai consigli dell’esperto di antiquariato americano Henry Francis du Pont, la First Lady Jacqueline Kennedy fece tappezzare la stanza con carta da parati scenica francese antica prodotta da Jean Zuber et Cie a Rixheim (Francia) del 1834[. La carta da parati Zuber, intitolata Scene del Nord America, è stata stampata da più blocchi di legno e presenta scene del porto di Boston, il Natural Bridge in VirginiaWest Point, le Cascate del Niagara e il porto di New York. L’ampio panorama sulle pareti ellittiche crea un senso di spazio, annullando la mancanza di finestre. (da Vikipedia).

Ma se l’intera parete fosse il quadro, tu , poi, che quadro ci appenderesti sopra? Viene da chiederselo, incrociando l’opera in foto, proposta nell’asta 906 di Meeting Art. In realtà il problema non sussiste, l’opera è un 24 x 33 abbondanti. Un bozzetto di Jean Michel Folon (elegante artista e illustratore belga ) per una carta da parati Zuber. Un acquerello musicale: un volto che disteso guarda un cielo senza più tempo. Poesia leggera. Per una stanza senza più pareti.

140 JEAN MICHEL FOLON [Uccle, Belgio 01/03/1934 – Monaco 20/10/2005]
Projet pour un panoramique pour le papiers peints Zuber, 1974
acquerello su carta applicata su tela 24,5×33,5 cm, firma e anno in basso a destra, titolo in basso a sinistra, etichetta Artcurial al retro e su foto.
base d’asta: 2.500 € stima: 5.000/6.000 €

Piccolo Principe

Quando avevo sei anni, vidi una volta una meravigliosa illustrazione in un libro sulla Foresta Vergine che aveva per titolo «Storie vissute». Rappresentava un serpente boa che ingoiava una fiera. Eccovi la copia del disegno.

Nel libro c’era scritto: «I serpenti boa ingoiano le prede tutte intere, senza masticarle. Dopo non riescono più a muoversi e se la dormono per i sei mesi che impiegano a digerire».

Allora ho riflettuto molto sulle cose avventurose che possono capitare nella giungla e, sono riuscito anch’io a produrre, con una matita colorata, il mio primo disegno. Il mio disegno numero 1. Era fatto così:

Mi scusi, maestro Giorgio Griffa se l’ho portata nel Piccolo Principe una meta-fiaba senza tempo. Ma io sono convinto che è accaduta una cosa così: un bambino, guardando le sue linee di colore sulla tela grezza , potrebbe averle chiesto: “Ma tu le case non le dipingi?”. Probabilmente anche a Mondrian è arrivata la stessa domanda: “Ma tu gli alberi non li dipingi?”. Le stesse domande fatte da un adulto avrebbero un altro sapore. I bambini fanno domande intelligenti; gli adulti, invece, fanno spesso, domande idiote perchè credono di conoscere già la risposta…

Griffa, dunque. L’analitico, dicono. Lasciamo stare, però, le categorie critiche. Ho letto il grande saggio di Filiberto Menna sulla linea analitica della pittura (ostico e splendido al tempo stesso). Io, però, non sono Menna e non so “categorizzare”. Ma, come un bambino cresciuto, coltivo fantasie. Per questo un po’ idiote e un po’ vere. Immagino, così, Giorgio Griffa in una giornata uggiosa dell’inverno 1979. Un baldo 43enne che ha attraversato gli anni Settanta con un rigore d’artista “ascetico”. Io sono un pittore, il suo credo. Ma cosa fosse la pittura, dopo gli anni della destrutturazione di quel pensiero, non era più chiaro a nessuno. Io sono un pittore e l’unico modo era per Griffa esserlo da nudo alla partenza e non alla meta. Nudo: tela grezza francescana, quattro spilli a tenerla appesa dagli angoli e linee magre di colore su di essa. Rette imperfette come è imperfetta la mano che si muove; perfetta, però, per esprimere un pensiero. Io sono un pittore, ma a Griffa, penso , a un certo punto è venuto il dubbio che se la tela grezza (con le pieghe dello spazio) poteva essere quella giusta per lui, quelle rette non rette così magre di colore stavano, forse, diventando più concetto che pittura. Ed, allora, fantastico sempre che, anche in quella giornata uggiosa del 1979, a Griffa sia tornata la nostalgia della pittura , quella che crea forme oltre che pensiero. Ed ecco così le linee “ingrassarsi” di materia colore, espandersi, anticipando i suo anni Ottanta , quelli che personalmente prediligo, quelli in cui il maestro Griffa probabilmente si sentiva a suo agio nell’affermare al mondo: Io sono un pittore.

La scheda dell’opera nell’asta 906 di Meeting Art:

89 GIORGIO GRIFFA [Torino 29/03/1936]
Senza titolo, 1979
acrilico su tela di juta 75×81 cm, firma e anno al retro, opera registrata presso l’Archivio Giorgio Griffa come da lettera di autenticità allegata, priva di cornice.
Bibliografia: – “Giorgio Griffa, Dipingere il Divenire”, Lorenzelli Arte, Milano (12 14 maggio 2009), pagina 51, n. 176.